In teoria dovremmo essere offesi con Hayao Miyazaki.

Si è ritirato, ci ha privato dei suoi film e (per una lunga serie di ragioni che non si limitano alla sola volontà dell’autore) anche lo studio Ghibli ha chiuso a tempo indeterminato.

Oggi che compie 75 anni siamo qui a fargli gli auguri con la paura nel cuore di dover già parlare di lui al passato, come fosse (artisticamente) morto, come fosse un John Ford o un Rossellini, un autore da storicizzare in attesa di incasellamento, invece che materia viva e pulsante, ancora in grado di spiazzare e rinnovare quel che pensiamo di lui (o magari con lui attraverso i film). Le ultime notizie davano Miyazaki al lavoro su un fumetto, perché un film è troppo lungo e teme di non arrivare a vederne la fine o di non farcela fisicamente a chiuderlo.

Per questo motivo oggi sarebbe fondamentale guardare o riguardare Il regno dei sogni e della follia, documentario che parla dello Studio Ghibli e quindi di Hayao Miyazaki ma non è realizzato dall’autore. Invece che rivedere uno dei suoi molti e bellissimi film quel documentario potrebbe essere la scelta migliore.

Si tratta dell’unico atto di reale penetrazione nel mondo di quest’autore schivo. Otaku ai massimi livelli sebbene disprezzi gli otaku e le loro fissazioni, traboccante di cultura del lavoro nipponica, dedito al cinema come pratica per l’infanzia e appassionato di velivoli, motori, animali ecc. ecc. Hayao Miyazaki è un uomo con il grembiule da lavoro che fa disegni in una scrivania piccola. Mentre intorno a lui infuria la burocrazia e le decisioni cruciali fa una passeggiata in giardino.

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Non a caso è lì che si trova uno dei passaggi più puramente miyazakiani degli ultimi anni, in questo documentario, quando il disegnatore esce all’esterno e a proposito della fine dello studio, del futuro e di tutto quello che riguarda il suo lavoro a cui dà così tanta importanza, dice che in fondo Ghibli è un nome come un altro, preso da un aeroplano. Mami Sunada, che del documentario è autrice, ha incastrato questo momento alla perfezione, facendolo uscire come una sorpresa inattesa.

Perché c’è qualcosa in questa scena tra il cielo, il verde, il sorriso e la contemplazione che forse non troviamo nemmeno in tutta la filmografia di quest’autore incredibile. Un momento in cui come un attore è protagonista con il suo corpo e le sue movenze di una scena dal vero e che fa da complemento a tutto il resto della sua produzione.

Oggi che Hayao Miyazaki compie 75 anni, che non è chiaro se farà ancora film (si è ritirato già in passato e poi è tornato), che è al lavoro su un fumetto dalla data d’uscita ignota, vale dunque la pena ricordare che in fondo tutto ciò su cui crediamo si reggano le nostre convinzioni è solo una convenzione, che in fondo quel che i film di Miyazaki dicono, tutti insieme, visti nel loro complesso, è proprio quanto nonostante spesso i loro protagonisti si battano per cause incredibili, problemi fondamentali o destini del mondo, la cosa più bella rimangono i voli in silenzio, i paesaggi verdi e la contemplazione di qualcosa che fa appello alla parte migliore di noi e non dipende dai problemi che viviamo. Il succo della visione di mondo di Hayao Miyazaki.