Rivoluzione?

Ma siamo poi tanto sicuri che La Grande Scommessa segni un cambiamento di rotta effettivamente marcato nella filmografia del regista di commedie popolari svezzato dal Saturday Night Live Adam McKay, chiamato di corsa da Kevin Feige a dare una mano anche in campo Marvel Universe per quanto riguarda la collaborazione in sceneggiatura dentro Ant-Man di Peyton Reed?
Siamo veramente convinti che Jared Vennett (Ryan Gosling), Michael Burry (Christian Bale), Mark Baum (Steve Carell), Charlie Geller (John Magaro), Finn Wittrock (Jamie Shipley) e Ben Rickert (Brad Pitt) de La Grande Scommessa siano poi dei maschi tanto diversi da Ricky Bobby (Ricky Bobby – La Storia di un Uomo Che Sapeva Contare Fino a Uno), Ron Burgundy, Brian Fantana, Brick Tamland, Champ Kind (Anchorman 1 e 2), Brennan Huff e Dale Doback (Fratellastri a 40 Anni), Allen Gamble e Terry Hoitz (I Poliziotti di Riserva)?
E’ questo il fascino maggiore della sesta regia cinematografica di McKay. In teoria sarebbe la prima svolta drammatica della carriera del regista-sceneggiatore (si affronta la crisi finanziaria del 2008 grazie all’adattamento del libro di Michael Lewis) noto per commedione che un tempo si sarebbero definite demenziali.

In realtà ci sembra la fisiologica progressione di ritratti di maschi in preda al testosterone inseriti all’interno di uno scenario drammatico come la crisi finanziaria del 2008. Ma attenzione: questi protagonisti sono sempre estremamente comici perché in preda a buffi deliri psicologici in chiave superomistica che McKay aveva già affrontato prima solo in contesti pienamente comici.
Manie di grandezza? Maschilismo? Machismo? Individualismo? Totale incoscienza predatoria di un organismo biologico portato alla distruzione globale senza poi scomporsi più di tanto?
Tutto ciò che McKay ha raccontato prima… lo continua a raccontare anche adesso.
Ma questi sei de La Grande Scommessa non fanno i mezzi busti televisivi.

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The Hateful Six

Chi sono i sei outsider, per non dire freaks, che capiranno prima degli altri la fragilità del mercato immobiliare Usa già nel 2005 per poi arrivare ad essere, in un 2008 da crac per tutto il mondo occidentale, dei solitari miliardari? Michael Burry (occhio destro di vetro e inettitudine alla socialità; Christian Bale interpreta l’unico del mucchio che non cambia nome rispetto ai reali protagonisti del libro di Lewis), Jared Vannett (Ryan Gosling; trader della Deutsche Bank, belloccio, con manie di onnipotenza posto dal film in posizione da voce narrante ammiccando chiaramente al suo gemello Jordan Belfort di The Wolf of Wall Street), Mark Baum (Steve Carell; ebreo paranoico con capello dal sapore posticcio, gestore di un fondo e a capo di una squadra di duri come lui), Charlie Geller & Finn Wittrock (John Magaro e Jamie Shipley; imprenditori ragazzini provenienti dal mito della caverna-garage che partorì Steve Jobs) affiancati da Ben Rickert (Brad Pitt; ex banchiere dall’imponente zazzera ritiratosi a vita privata new age dall’altruismo autistico, capace di aiutare Charlie e Finn semplicemente perché, parole sue, i due gli dicono di voler diventare ricchissimi).

Questi Hateful Six verranno rappresentati da McKay in continuo e ansiogeno movimento esteriore mentre solo uno di loro (il Mark Baum di Carell) sarà in grado di capire interiormente, e provare vergogna, circa lo schifo finanziario che loro sfrutteranno e che invece metterà sul lastrico svariati americani (8 milioni perderanno il lavoro e 6 milioni perderanno la casa; lo leggeremo nelle didascalie finali) meno smaliziati di questo sestetto simpaticamente odioso.

The Big Short ryan gosling steve carell

Oscar?

Il film di McKay, forsennato nel suo montaggio raffinatissimo di Hank Corwin (nominato dalla Motion Picture Editors Guild e quindi tra i papabili Oscar; la guild si pronuncerà sui premi il 29 gennaio), editor abile a mescolare documentario (vediamo momenti significativi dell’agenda setting Usa dal 2005 al 2008), siparietti in camera metacinematografici (icone pop come Margot Robbie e Selena Gomez ci spiegano rivolgendosi direttamente in macchina alcuni dei più astrusi passaggi economici per decodificare la crisi del 2008) e commedia drammatica girata a mano, sarà probabilmente nominato Miglior Film al prossimo Oscar. Ma è difficile pensare a un grande successo finale presso l’Academy. Immaginate solamente l’altro collettivo che questi hateful six si troveranno a fronteggiare: i giornalisti senza macchia e senza paura de Il Caso Spotlight, schierati contro i preti pedofili della Boston degli anni ’70. Chi saranno eventualmente più pronti a premiare i 6000 membri dell’Academy, secondo voi?
Un gruppo di uomini e donne alfieri della libertà di stampa rappresentanti perfetti del più sincero progressismo Usa o sei esagitati speculatori finanziari in grado di arricchirsi per via della più grande crisi economica del mondo occidentale dopo il crac di Wall Street del 1929?

Questo non toglie che, come prima di lui Billy Wilder, George Stevens, John Landis, Stephen Frears, Mario Monicelli, Dino Risi e Paolo Virzì (solo per citarne alcuni), anche il bravissimo Adam McKay, a quarantasette anni, abbia dimostrato di riuscire a fare quello che ogni regista realmente ambizioso sogna da sempre di fare: cambiare genere ed essere in grado di vincere, provenendo dalla commedia più popolare, anche sul terreno del dramma in questo caso a carattere economico-sociale.

Il suo film è la prova che ci possiamo aspettare da lui anche altro rispetto all’esilarante saga di Anchorman.
Ma anche che, rispetto ad Anchorman, i suoi protagonisti de La Grande Scommessa non sono poi molto diversi grazie alla feroce spensieratezza con cui affrontano la vita e gli snodi storici della società con l’identità di outsider e, soprattutto, la mostruosa vitalità di sgradevoli freaks in cerca della propria autoaffermazione sociale.