Forse oggi ad Hollywood non c’è star più grande di Leonardo DiCaprio, lo dicono i suoi ruoli ma soprattutto le regole d’ingaggio per incontrarlo. Niente interviste video, niente incontri ristretti, niente fotografie scattate durante la conferenza stampa né video “Altrimenti saremo costretti ad interrompere la conferenza”. Niente autografi a conferenza finita o foto con lui (che spesso sono ampiamente tollerati), niente di niente. Sono le regole per poter partecipare imposte dalla produzione, c’è la security italiana e anche quella americana che fa l’ultimo controllo all’ingresso assicurandosi che passi solo chi ha il badge che lo autorizza.

Sono rari i casi in cui viene applicato questo metro di sicurezza, del resto non capita di frequente di avere davanti la maggiore star di Hollywood, forse l’unico, oggi, che è in grado di creare aspettativa per un film e alimentare il botteghino con la sua sola presenza, là dove tutti gli altri (da Tom Cruise a Jennifer Lawrence a Will Smith fino a Fassbender) devono ricorrere a saghe, sequel, remake o spinoff per creare attesa sulla loro prossima produzione.

Assieme a Leonardo DiCaprio c’era anche Alejandro Iñarritu, che di Revenant – Redivivo è il regista. A loro abbiamo potuto fare un pugno di domande ma le risposte sono state più che soddisfacenti.

In questo film abbiamo visto che la sua collaborazione con il direttore della fotografia Emmanuel Lubetzki è andata a parare su territori nei quali Lubetzki si era già misurato con altri registi come Cuaron o Malick. Sembra aver portato quel tipo di esperienza anche in questo lavoro, quanto è stata forte la sua influenza nel risultato finale?

Alejandro Iñarritu: Ho conosciuto Chivo [soprannome con cui da sempre è noto Lubetzki ndr] a 20 anni, da quel momento siamo amici e insieme abbiamo fatto di tutto, dai corti alle pubblicità fino a Birdman. Sono un suo fan. Per questo progetto fin dall’inizio abbiamo discusso degli obiettivi che ci eravamo posti, cosa volevamo trasmettere e poi ci siamo immersi nella realizzazione. La mia parte di lavoro sta tutta nel decidere una coreografia o il tono visivo, ma poi tutta la parte tecnica, che non è poco, dal decidere l’esposizione al manovrare la camera, è materia sua. È una parte cruciale e lui ha una conoscenza della luce che è fuori dal normale e un ritmo nel muoversi e lavorare con gli attori [Chivo in questo film è stato spesso anche operatore ndr] che non ho trovato in nessun altro.

Nel film sentiamo molto la presenza della videocamera, ad un certo punto addirittura il fiato di Leonardo DiCaprio appanna la lente. Cosa cercavate con questa sovrapresenza?

Leonardo DiCaprio: L’idea era di realizzare un’esperienza interattiva per lo spettatore. Molto poi è avvenuto casualmente, eventi che non potevamo prevedere, il sangue o l’alito sulla lente ne sono esempi. Ti sembra di sentire il cuore del personaggio, c’è una tensione e una vicinanza ad esso che mi pare la testimonianza più forte della maestria profusa in questo film. Personalmente non ho mai preso parte ad un’opera che fosse così connessa con il personaggio e l’ambiente, che prevedesse un paesaggio integrato così bene e in maniera così invisibile.

AI: Voglio aggiungere una cosa. Quando ho iniziato questo progetto, il primo obiettivo che mi premeva raggiungere era quella sensazione da documentario, il guardare animali e paesaggio come fossimo lì con loro. Tutto il predesign e la concettualizzazione era pensata per farti stare lì, aver quel punto di vista e sentire quella corporalità combinando documentarismo e fiction.
Ho letto un titolo in un giornale che parlava del film che riassume perfettamente tutto ciò: “National Leographic”.

Abbiamo visto che il film è candidato a molti Oscar, e anche lei lo è. Cosa potrebbe cambiare l’eventuale vittoria di un oscar nella sua carriera?

LDC: Siamo davvero soddisfatti per la reazione dell’Academy al nostro film. Lavorare così tanto per un film è come intraprendere un viaggio in queste aree, nella vita di Hugh Glass ed è un capitolo importante della nostra vita. Quel che significa per me l’Oscar è molto semplice: non è la ragione per cui faccio film, anche se ovviamente era nei miei pensieri mentre stavamo realizzando Revenant e mi piacerebbe ricevere questo riconoscimento dall’Academy, ma al momento è aldilà di quello che posso fare io. La palla è nei loro piedi. Qualsiasi vittoria darà comunque ai finanziatori e agli studios, più coraggio nel produrre pellicole come questa, o almeno è quello che spero. Per me quello che abbiamo raggiunto è vera e propria arte epica di larga portata. Opere come questa non vengono finanziate spesso e non so quante ne vedremo in futuro.

Cosa le rimarrà di questa lavorazione e di questo ruolo?

LDC: Quando abbiamo iniziato non sapevamo dove saremmo finiti, ci siamo dati la libertà di iniziare senza un progetto preciso. Quella di Hugh Glass è una storia da raccontarsi attorno al fuoco, una che parla di frontiera e di relazione tra uomo e natura. Per mettere in scena ciò e rispondere alle molte domande che ci eravamo fatti però bisognava stare lì, andare là a girare.
Quel che mi rimarrà sicuramente è l’avidità umana, quella relazione che gli uomini stringono con la natura quando la dominano, gente che riesce a sopravvivere estraendo dalla natura tutto ciò di cui ha bisogno. E poi mi rimarrà tutto ciò che gli indigeni hanno sacrificato. Quest’anno ho girato anche un film sui cambiamenti climatici e stare lì, in quello scenario, con quel panorama mi sembrava che la natura ci parlasse e ci dicesse quanto questo mondo sia fragile.

In questo film c’è molto del western, a cosa vi siete rifatti?

AI: Per me non è un western e non ho pensato ai western. Pensavo semmai a Dersu Uzala, il piccolo guerriero delle grandi pianure, a Aguirre il Furore di Dio a Fitzcarraldo ad Apocalypse Now! o ai film di Tarkovsky o ancora all’Andrei Rublev, sono state queste le mie ispirazioni: film su larga scala ma con personaggi molto intimi e una forte dimensione spirituale. Quello di Revenant è un mondo che non ha niente a che vedere con il west perché è ambientato in un tempo in cui il west non esisteva, è invece un viaggio fisico e spirituale.

LDC: Non esiste documentazione su quel che accadeva in quella regione in quel periodo. In questo senso fare il film non è stato diverso dal fare fantascienza, mi sono dovuto appoggiare ai diari di alcuni montanari o ai racconti dei nostalgici che vedevano l’essere montanari come qualcosa di spirituale, persone che sanno come sopravvivere solo estraendo ciò di cui hanno bisogno dalla natura. Quel che Alejandro voleva era proprio il senso di dissolversi di tutto ciò, avere ogni giorno un personaggio in lotta con tutto. Per raggiungere questo ci sono solo poche cose che puoi fare in preproduzione, il resto è puro istinto.

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