“Se ne va l’ultimo pezzo di storia del cinema italiano” – È indubitabile, Scola era l’unico rimasto in vita di una generazione formidabile, quella che ha fondato il cinema italiano del dopoguerra. Tra loro era il più giovane, lui stesso aveva raccontato nel suo ultimo film Che strano chiamarsi Federico, di quando era arrivato a Roma, nella redazione del Marc’Aurelio (giornale satirico) e aveva lì conosciuto gente come Steno o per l’appunto Fellini (con cui non lavorerà mai ma a cui farà fare una comparsata esilarante in C’eravamo tanto amati), e come lì avesse imparato le basi di quello che dopo sarebbe stato il suo mestiere.

“Ha avuto una carriera lunga 50 anni” – Più o meno. La verità è che Ettore Scola ha preso parte al cinema popolare degli anni ‘50, a quello autoriale e anticonformista dei ‘60 e poi è stato regista nei ‘70 e nostalgico negli ‘80.
Di certo però il meglio lo ha dato nei primi 20 anni, quando lavorava come sceneggiatore, prendendo parte alla crema del cinema italiano, lavorando di cesello, scrivendo o coscrivendo film dalla sceneggiatura audace e dalla resa pazzesca. Poi negli anni ‘70 ha raccolto il seminato, è diventato anche regista, quindi autore a tutto tondo e realizzato alcuni dei suoi film più famosi e premiati. Da Una giornata particolare e Brutti sporchi e cattivi o C’eravamo tanto amati, forse non la parte migliore della sua produzione ma di sicuro la più citata e ricordata, quella che ha inciso maggiormente nell’immaginario collettivo.

“Ha raccontato l’Italia” – Senza dubbio negli anni ‘50 è stato uno dei pilastri di un cinema popolarissimo fatto di Alberto Sordi e Totò, uno che nel fare commedia amava mettere in scena il quotidiano e l’attualità. Forse le sue sceneggiature più goduriose (da Mi Permette Babbo! a Il conte Max, da Lo scapolo a Ridere! Ridere! Ridere!) sono tra le testimonianze sociologiche migliori di quegli anni, dell’emergere del ceto popolare e delle fatiche di quello leggermente più elevato. Come quasi tutto il cinema italiano di quel decennio le commedie che scriveva di volta in volta con Maccari, Age e Scarpelli o Suso Cecchi D’Amico, sono un modello di racconto sobrio ed incisivo, sicuramente più fluido del cinema di oggi ma anche miracolosamente innovativo.
Eppure è difficile non ammettere che le incursioni nel surreale e nell’espressionista di Scola, per quanto più rare, hanno messo in luce un lato anche più memorabile. Brutti sporchi e cattivi ne è l’esempio più fulgido e nel suo fondare un immaginario nuovo, un equilibrio estetico e narrativo legato ad un mondo (quasi) creato da zero, appare oggi come l’opera più audace e riuscita. Una commedia dai toni più spagnoli che italiani, tuttavia piena di un’umanità incredibile a cui poi ha attinto tutta una leva di autori successivi.

“Un grande autore della commedia all’italiana” – Non lo si può negare perché ha contribuito a scrivere alcuni dei film più importanti del filone. Tuttavia considerando tutta la sua carriera, l’impressione è che in quel tipo di film che venivano realizzati negli anni ‘50, Scola abbia più che altro forgiato uno stile personale. Non tanto autore quindi ma figlio di quell’idea di narrazione. Le commedie all’italiana migliori di Scola sono infatti quelle realizzate fuori tempo massimo, quando ormai il genere aveva dato il meglio e occorreva iniziare a trasformarlo in altro. Raccontare in forma di commedia storie delle quali in teoria non ci sarebbe niente da ridere, e farlo ridendo dei personaggi, è stata la linea guida più del suo cinema da regista che da solo sceneggiatore.

“Ha fatto un cinema di grande impegno” – Mica tanto. Tra i molti pregi di Scola non sembra esserci anche l’impegno. Sebbene molto attivo nel Partito Comunista e incline a dire la propria quando intervistato, al cinema amava fare altro. Passata l’era delle commedie più spensierate dei ‘50, ha cominciato a lavorare con Dino Risi (Il sorpasso, I mostri, Il mattatore) o con risultati ancora più innovativi con Antonio Pietrangeli (Lo scapolo, Io la conoscevo bene, Adua e le compagne, La parmigiana) ha portato il semidocumentarismo all’italiana forgiato nel decennio precedente al cinema d’autore, ma non dell’impegno. Se film come Adua e le compagne o Una giornata particolare sono innervati da temi gravi (l’omofobia, la condizione della donna) non è mai l’impegno come lo intendiamo comunemente il suo fine, semmai un umanesimo molto individualista e forse per questo così toccante. I grandi temi dell’impegno non amava prenderli di petto ma semmai di rinterzo, raccontando d’altro lasciava emergere un punto di vista, con una discrezione invidiabile. Questo dialogo da La parmigiana (film con una sceneggiatura audacissima, in cui elementi del presente, per assonanza, chiamano il montaggio con elementi del passato) è un esempio perfetto.

“Ha previsto la società contemporanea” – La terrazza è uno dei suoi film più citati e quello che a parere di molti ha messo in scena “i salotti”, intesi come luoghi di riunione di conventicole e teatro di inciuci che poco dovrebbero avere a che vedere con i compiti e i ruoli di potere di chi li frequenta. È un’affermazione molto accreditata anche se non priva di qualche falla. Non sempre infatti quel ritratto di 40 anni fa è stato realmente predittivo, forse è più simile a come vengono immaginate certe dinamiche più che a come sono. Ad oggi, inevitabilmente, suona ingenuo.

“Non è stato capito” – Di certo l’ultima parte della sua vita, quella in cui progressivamente è rimasto sempre di più l’ultimo esponente di una grande generazione, l’ha visto più celebrato che mai, ma è anche vero che da cineasta ha raccolto premi nei festival più importanti del mondo, tra cui anche Cannes. Non è mai stato considerato a livello dei suoi contemporanei come Monicelli o Fellini, come Suso Cecchi D’Amico o Dino Risi perché non ha mai avuto un’identità chiara. Scola si confonde e questo è il suo merito, nasce sceneggiatore ed è duttile, si presta ad ogni tipo di film portando la sua attenzione allo sfondo più che ai personaggi, al contesto più che al primo piano, ma non ha quella mano forte e riconoscibile che rende facile la celebrazione. Dalla sua non ha nemmeno dei capolavori indiscussi di cui dirsi unico autore. I suoi film più importanti e noti (forse C’eravamo tanto amati e Brutti sporchi e cattivi) sono ottimo cinema popolare, della miglior risma ma quel che di eccezionale fanno in sceneggiatura non lo replicano in direzione, molto scialba e funzionale alla scrittura. Quel che fa dire alla sora Lella in La terrazza non era poi troppo lontano dalla realtà.

“È stato il grande cantore della nostalgia” – Negli anni ‘80 e parzialmente nei ‘90 è vero che ha fatto un cinema che guardava indietro. Da La famiglia a Splendor fino a Che ora è? ma in un certo senso anche La cena, sono tutte opere che ripensano ad un tempo migliore. È la parte peggiore della sua produzione senza dubbio, non a livello di quanto aveva mostrato in precedenza né per per freschezza, né per ritmo né ancora per intenti, film molto sottodimensionati e di certo meno ambiziosi. Tuttavia, come spesso capita, la parte nostalgica è anche la più invitante e accessibile, la più calda e rassicurante. E forse anche questo è un merito.. Anche un film terribile come La cena, che assembla diversi luoghi comuni senza voglia di sfatarli, senza prenderli in giro e senza sfruttarli ma solo per deprecare l’epoca moderna, risulta lo stesso invitante.

“Giovane fino all’ultimo giorno di vita” – Proprio no. La senilità si era fatta sentire già nei ‘90, i suoi film si erano fatti non solo pigri ma anche incapaci di rimanere collegati al tempo in cui erano realizzati, retroguardisti, apocalittici e molto sommari. Il tempo non è stato generoso con lui e di gran lunga la prima parte della sua attività è quella che dovremmo ricordare.