Cerchiamo di fare un piccolo un sunto sui più di 30 film visti in questi 10 giorni di Mostra del Cinema di Venezia. Un bilancio per estremi su ciò che ci ha impressionato, ciò che è rimasto impresso nella memoria e ciò che invece ci ha infastidito.

Il meglio e il peggio del festival in poche parole con una piccola appendice su alcuni film più piccoli e strani che forse vale la pena recuperare.

IL MEGLIO

The Women Who Left di Lav Diaz

È stata una vera sorpresa, uno dei film più brevi del regista filippino (solo 3 ore e 40, niente rispetto a quelli da 8 o 12 ore) e uno dei più compatti narrativamente, rivela doti e tecnica fenomenali. Una donna esce di prigione dopo decenni perché la vera colpevole dell’omicidio di cui era accusata ha confessato. Ritorna nel suo paesino e lì inizia a condurre una doppia vita, di giorno e di notte. Pianifica di uccidere il boss che la incastrò e nel farlo conosce un’umanità piccina da baracca.
Una qualità fondamentale di un film è generare momenti indimenticabili, The Women Who Left ce l’ha. Le umide notti nere delle filippine, con una frescura appena interrotta da qualche refolo di vento sono uno dei setting più memorabili di sempre.
Uno dei viaggi della mia vita, l’unico compiuto da seduto.

On the Milky Road di Emir Kusturica

Erano letteralmente decenni che questo regista pazzesco non girava qualcosa al proprio livello. Qualcosa di furioso ed emotivo, di caotico e così clamorosamente comunicativo e personale. On The Mily Road non entrerà mai in nessuna classifica dei migliori film di Kusturica, troppo altalenante e a tratti pure troppo ingenuotto, ma è puro piacere epidermico. Stare seduti in sala durante il delirio musicale e sonoro di questo film dalle inquadrature composte con una forza che non si capisce come possa sposarsi al caos, è quasi un privilegio, perché è qualcosa che nessun altro sa fare.

Arrival di Denis Villeneuve

Forse il miglior film mai girato da Denis Villeneuve, l’autore da festival che sta cercando di cambiare Hollywood da dentro. Una storia di alieni sulla Terra che diventa un film sulla comunicazione e la difficoltà di comprendere l’altro. Spielberg che incontra Antonioni con tantissimo cinema francocanadese dentro. Storia da nerd veri, scienziati protagonisti e una Amy Adams capace di commuovere solo tenendo in mano un cartello con scritto “HUMAN”, esibendo un misto inspiegabile di paura, eccitazione scientifica e attesa di un segno.
Un film su chi siamo e chi speriamo di riuscire ad essere.

La La Land di Damien Chazelle

Tutti quelli che in Whiplash hanno visto più di un film riuscito ma anche un tecnico della regia e un instancabile perfezionista attendevano Chazelle al varco. La La Land conferma tutto, ha dei momenti di difficoltà verso tre quarti e un secondo tempo più audace del primo, tutti limiti che il suo precedente non aveva, ma qualsiasi critica è soffocata dalla gioia di un musical che guarda indietro al passato del genere, guarda avanti alla modernità del vivere e poi cerca una sintesi impossibile ma ammirabile. Un amore da sogno che diventa amore inconciliabile con la passione per quello che si fa. Musiche originali finalmente moderne in un musical.

El Ciudadano Ilustre di Mariano Cohn e Gaston Duprat

La commedia realizzata non con le parole, non con la recitazione (per quanto abbia un interprete magnifico) e nemmeno con la storia (per quanto sia un canto triste e cinico per nulla scemo) ma con gli elementi della messa in scena. Ci vuole una raffinatezza registica mostruosa non solo per scegliere uno ad uno gli elementi che compongono gli ambienti di questo esilarante film argentino, ma per capire come ogni inquadratura sia la migliore per mettere in risalto lo sfondo mentre il pubblico è concentrato su quel che accade in primo piano.
Cohn e Duprat sono due veri artisti della commedia, spietati e bastardi, massacrano il provincialismo immedesimandosi nel loro protagonista. Li sfruttano, li odiano, li insultano e noi ridiamo sentendoci migliori. Ma siamo i peggiori.
Un film fantastico.

The Young Pope di Paolo Sorrentino

La grande serie di Sorrentino è stata una sorpresa e una conferma. Tutto quello che conosciamo e apprezziamo del regista di Il Divo e La Grande Bellezza è presente, dai dialoghi sferzanti all’audacia narrativa. In più però già i primi due episodi hanno dimostrato una fusione unica del mondo bastardo e degli antieroi tipici delle serie americane, con un umorismo che solitamente non appartiene a simili produzioni. Uguale ma diverso al resto delle serie, The Young Pope è subito uno degli oggetti più strani della nuova serialità.

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IL PEGGIO

Questi Giorni di Giuseppe Piccioni

Il cinema italiano che siamo stati costretti e ancora a lungo saremo costretti a vedere prima di liberarcene. Il pubblico non lo ama, la critica lo tollera per la sua boria, nessuno lo adora realmente. Eppure continuiamo a farlo. Quattro ragazze viaggiano verso Belgrado in un film on the road nel quale nessun carattere è convincente, nessuna storia sta in piedi e tutta la parte più evocativa (brividi al solo scriverlo) è affidata ai più mesti e pigri silenzi espressivi, possibilmente guardando fuori dal finestrino.
Il cinema italiano che è tutto un mutismo in cui il pubblico si sente in dovere di trovare quel che il film non possiede.

A Jamais di Benoit Jacquot

Più che un titolo un augurio che lo spettatore rivolge al regista a fine film.
Storia d’amore che è ancora una volta d’elaborazione di un lutto, sentimentalismo alla francese che non ha nulla del meglio del cinema francese (quella specie di politica di corpi e parole che si strusciano, fondata da Truffaut e portata avanti da molti) ma solo il peggio, cioè le velleità filosofiche.
Una lunga sequela di premonizioni fantasmatiche seguito dall’arrivo effettivo del fantasma. Ma mai relazione spiritica fu più scema. Eppure Jacquot sembra ostinarsi a sostenere che in tutto questo sia possibile trovare il segreto dei grandi sentimenti. La goccia che davvero fa traboccare il vaso.

Les Beaux Jours d’Aranjuez di Wim Wenders

Ci sono film di Wim Wenders che semplicemente non possono essere presi in considerazione. Questo poi non può nemmeno essere seguito. Due ore di conversazione boriosa tra due personaggi usciti dalla macchina da scrivere del protagonista. Il 3D fantastico che Wenders è l’unico a padroneggiare, ovviamente non può nulla di fronte ad una simile terrificante esperienza. Di fronte alla più vacua e blaterante delle sceneggiature, di fronte al caos creativo che non si trasforma in nulla anche la comparsa a casaccio di Nick Cave sembra un insulto più che un regalo.

Gantz: O di Keiichi Sato e Yasushi Kawamura

Il cinema deve tantissimo agli anime, alla maniera in cui i giapponesi hanno tradotto la lingua visiva dei manga per il cinema. Gantz: O è il grado zero. Non sa fare niente e pretende di essere tutto. Formalmente e tecnologicamente perfetto, è un inferno narrativo in cui niente, nemmeno l’eroismo, nemmeno l’azione ha il peso o il godimento che dovrebbe avere. Troppo adolescenziale pure per gli adolescentii più decerebrati.

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I FILM PIÙ PICCOLI

L’uomo che non cambiò la storia di Enrico Caria

Documentario il cui posto in sala sarebbe da discutere tanto è tarato su standard espressivi da Rai Storia, tanto perde tempo per arrivare allo standard minimo accettabile di 1 ora e quasi venti minuti. Eppure la storia che racconta ha talmente i caratteri dell’eccezionalità, e la prosa della sua voce fuori campo (molto letteraria e tratta dal libro che dà il via a tutto “Hitler e Mussolini 1938, il viaggio del Fuhrer in Italia”) è così indimenticabile da non poter non meritare una menzione.
Nel 1938 un intellettuale, archeologo e professore universitario viene scelto per accompagnare il Fuhrer e Mussolini attraverso le bellezze di Roma in occasione della prima visita di Hitler. Non vorrebbe perché fortemente anti-fascista ma è costretto per la propria incolumità. Terrà un diario in cui confesserà anche di aver pianificato un attentato, e segnerà magnifiche riflessioni, racconti, impressioni dei rapporti tra i due e del rapporto dei due con l’arte.

American Anarchist di Charlie Siskel

A partire dagli anni ‘70 fino ad oggi nelle case di praticamente tutti i più grandi attentatori che siano stati arrestati c’era un libro “The anarchist cookbook”, è una guida minuziosa alla costruzione di armi e bombe in casa, un breviario condito di ideologia anarchica su come organizzare e progettare attentati. L’uomo che lo scrisse da ragazzo è oggi un adulto responsabile che rinnega tutto, ma non può fermare la sua creatura (in vendita su Amazon).
Il documentario non è proprio eccezionale ma la vita di quest’uomo e la maniera in cui fatica a parlare del rapporto tra rimpianto e rimorso, tra senso di colpa per una cretinata di gioventù e la catena di eventi in cui si è venuta a trovare, scatenano interrogativi giganti.

Prevenge di Alice Lowe

Una donna incinta quasi alla fine della gestazione sente la voce della bambina che porta, una voce stridula e maligna che le impone di uccidere. Armata di coltello e agghindata come un’innocua mamma si aggirerà in cerca di vittime tutt’altro che casuali.
Questo film rozzo e grezzo, ma vitale e sincerissimo, in cui Alice Lowe dirige e interpreta è una pugnalata piena di gore e sangue. Nelle vittime e nella carnefice, nella maniera in cui tra il grottesco e l’efferato questa viene umiliata e poi uccide c’è tutta l’ambivalenza del rapporto femminile con la gravidanza e quello che il mondo circostante ha con essa.
Certi film si possono fare solo con budget minuscoli, certe cose si possono dire solo così: urlando.

Liberami di Federica Di Giacomo

Il vincitore di Orizzonti è un documentario che al contrario dei molti prodotti paratelevisivi visti in questa Mostra ha le caratteristiche del cinema. Ciò che mostra sono esorcismi in Sicilia, seguendo un paio di preti (anzi, uno è un frate) che praticano esorcismi con regolarità. Eppure ciò che accade, tra urla e invocazioni cattoliche, non somiglia a quel che immaginiamo. Federica Di Giacomo cerca di essere fuori dagli eventi, applica uno sguardo il più oggettivo possibile e non fa interviste, ma pescando conversazioni, cogliendo sguardi e soffermandosi quanto serve (con l’inquadratura ma anche con il montaggio) svela un mondo piccolissimo in cui l’esorcismo è parente allo sfogo, alla terapia, in cui sono quasi sempre le donne ad essere possedute, le stesse che non hanno troppo margine d’azione a casa ma anche le stesse a cui i prelati addossano ogni colpa.
Tutto questo avviene in luoghi incredibili come una chiesa/grotta e con toni da cortesia meridionale, con un’ordinarietà paesana che impressiona, fa ridere moltissimo e rivela quanto questi eventi siano parenti del paganesimo. Sembra uno scenario inventato, aderisce alle regole dei setting di finzione ma è tutto vero, tutto ridotto in scala e reso più casalingo. Ma è quello. È il cinema nel mondo reale.
Un documentario sul bisogno di aiuto.

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