Guardando indietro ai film o agli autori anche solo di 10 anni fa (per non dire di più), notiamo sempre cosa hanno introdotto, cosa hanno cambiato, cosa c’è in loro di ancora moderno e attuale. Più difficile è fare il medesimo lavoro con i film appena usciti.

Allora nel compilare la consueta lista dei 10 migliori film usciti in Italia quest’anno, l’idea è stata di cercare di intuire quali di questi possano aver segnato un punto di non ritorno, piccolo o grande, per il cinema. I più influenti o seminali, quelli che nel loro genere o nel cinema tutto hanno portato qualcosa di molto nuovo di cui difficilmente si farà a meno da qui in poi.

Sono speculazioni, azzardi e con un po’ di intuito (si spera) considerazioni più generali sulla direzione che il cinema sembra stia prendendo e quali siano i migliori film a proporsi come araldi di queste tendenze. Ma in fondo è anche la top10 del 2016.

the-witch-v1-49035210. The Witch

È arrivato in estate senza ritegno questo piccolo immenso film horror d’autore, che con una mano prende le classiche atmosfere della paura, le streghe, il sovrannaturale e i simboli tradizionali, mentre con l’altra il realismo durissimo cui il cinema non-blockbuster sta attingendo sempre di più e li fa scontrare come piatti di un’orchestra. Il risultato è un film tratto da veri racconti sulle streghe, che è girato con un piglio tra l’onirico e il gretto.
The Witch è un resoconto di fatti veri per come le persone dell’epoca immaginavano si svolgessero, una specie di impossibile realismo fobico, in cui senza iperboli si cerca di mostrare onestamente come le paure di un’epoca che non ricordiamo più potessero esistere nelle teste di chi le provava.
Come in un’equazione matematica, alla fine, questo non fa che svelare tra le sue pieghe da dove vengano queste fobie, cosa ci sia dietro le casette nel bosco, dietro la persecuzione del genere femminile, o la paura delle caprette nere.

9609. Il Libro della Giungla

La computer grafica è tra di noi da tantissimo tempo, eppure ancora sono in pochissimi a farne un uso espressivo. Mentre James Cameron insegue le sue chimere di fotorealismo a tutti i costi, qualcuno come Jon Favreau (almeno in questo film) decide di usarla per costruire un mondo e delle creature non per come dovrebbero essere se esistessero sul serio ma per come non saranno mai se non nella testa del narratore.
Quella che doveva essere un’altra versione live action di un classico della Disney, diventa così un film misterioso e disturbante, pieno di non detti nelle sue inquadrature, animato dentro una foresta nera per davvero, disegnato con una mano autoriale che non mostra per spiegare ma per suggerire. Tutto all’insegna del falso che è più vero del reale.

casospotlight5-1000x6008. Il Caso Spotlight

In questi anni il cinema che non racconta di storie fantastiche, di spazio, passato, futuro o magia, di supereroi o creature demoniache, sembra sappia raccontare storie vere o tratte dalla realtà. Come se non esistessero vie di mezzo. Il Caso Spotlight non fa eccezione ma con un doppio salto carpiato narra la storia di un’indagine mettendo in scena il processo di ricostruzione della realtà. Parla di persone che vogliono scoprire come si sono svolti certi fatti, lavorando per ritrarli nella maniera in cui si sono svolti, come se mettesse in scena il suo stesso farsi, come se indagine di cronaca e filmica siano la stessa cosa.
Il Caso Spotlight, oltre ad essere uno dei film meglio scritti dell’anno è esso stesso, più degli altri film tratti da una storia vera, un trattato sul lavoro, la correttezza e le difficoltà necessarie ad indagare una storia vera. Un commento sugli anni che il cinema sta vivendo.

maxresdefault-17. Lo Chiamavano Jeeg Robot

L’alba di un nuovo tipo di cinema italiano.
Non è solo il prendere di petto i grandi trend internazionali (i film sui supereroi) ma averlo fatto creando dal nulla un immaginario autonomo e originale, averlo fatto poggiando i piedi saldamente sulla tradizione (il che significa senza imitare nessuno ma attingendo al proprio retaggio), e averlo fatto con un atteggiamento che non vediamo quasi mai nel cinema italiano di qualità. Lo Chiamavano Jeeg Robot è un ottimo film di genere che non sbaglia un comparto, partendo da una scrittura originale che non mette sul copione solo battute ma anche scenari, fino a finire in mano ad attori motivati al massimo, tutto gestito con una mano fermissima. Nasce così un film italiano che sa divertire mentre si diverte egli stesso, uno che non ha paura dell’intrattenimento e anzi nei suoi momenti migliori sa usarlo per dire quel che gli preme dire, che sa bene qualcosa che il cinema italiano aveva sempre in mente ma da decenni sembra aver dimenticato: che la serietà non è la seriosità, e può annidarsi ovunque.

daisy6. The Hateful Eight

Tarantino non lo scopriamo oggi né questo è il suo film più di rottura. Tuttavia è anche evidente che The Hateful Eight è il definitivo distacco dal citazionismo spinto, l’approdo ad una nuova forma di relazione con il passato. E la relazione con il passato del cinema è un rapporto in continua negoziazione.
In un’epoca che molto guardava ai film di ieri Tarantino era il re delle minuzie, il demonio che infilava il cinema andato in sala prima di lui in mosse, battute, dettagli e pose. Proprio lui con questo film fa invece un salto in avanti. Mentre tutti rifanno, si ispirano o copiano, The Hateful Eight ripensa La Cosa di Carpenter cambiando tutto ma tenendo fermo solo ciò che rende quel film grandissimo. C’è così spazio per tutto il Tarantino possibile (dialoghi, personaggi e quel senso unico di godimento nell’ammirare il film svolgersi che ha solo lui) all’interno di una cornice ben conscia che tutte le grandi storie sono state già raccontate ma possiamo raccontarle di nuovo senza copiare niente.

screen-shot-2015-10-10-at-10-27-42-am5. Steve Jobs

Il biopic è cambiato da ormai un pugno di anni. Non più le classiche storie dall’infanzia alla morte, quelle parabole stucchevoli e fasulle di cui forse Ray è stato l’ultimo esempio in grande stile, ma film che si concentrano su un solo momento.
Aaron Sorkin non poteva però seguire nessun percorso se non il proprio, così per raccontare Steve Jobs di momenti ne ha scelti tre, tre “natali con fantasmi” che in realtà sono le presentazioni di tre prodotti importanti, tre punti cardinali della carriera lavorativa in cui entra la vita privata. Perché proprio a partire da quei tre appuntamenti la sceneggiatura non rinuncia a raccontare tutto quello che c’è in mezzo, tramite i non detti.
Dall’altra parte Danny Boyle su uno script parlatissimo progetta scene e ambienti che lavorino per antitesi o armonia, sceglie posti e posizionamenti mai banali e sempre pieni di senso. Il risultato è uno dei film più belli, intensi e coinvolgenti dell’anno ma anche il biopic con cui misurarsi per il futuro.

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4. Il Figlio di Saul

Il cinema sull’Olocausto ha talmente tanto esaurito le sue possibili storie (da decenni si ripetevano sempre uguali) che da un paio d’anni si è trasformato in un cinema postnazista, centrato su cosa è successo dopo la fine del nazismo, su come questo non sia finito con la caduta del terzo Reich e come si sia combattuto anche nelle decadi successive. I risultati sono stati di certo migliori degli stanchi film da campo di concentramento. Se però questo genere se ne deve andare con un ultimo esemplare allora che sia Il figlio di Saul! Un delirio di primi piani con inferno fuoricampo che, meglio di qualunque predecessore, racconta di prigionieri e aguzzini tutti ugualmente fuori dal mondo, una follia collettiva in cui ci sono urla, fiamme ed esplosioni che non vediamo ma immaginiamo. Puro caos spaventoso.
Quel che vediamo invece è quasi sempre il volto di un protagonista che non capisce più nulla e ha la più assurda delle idee da perseguire. In un luogo dove esiste solo la morte, ovunque, sulla bocca di tutti e nella testa di tutti, morte propria o degli altri, che accade, che si attende o che si immagina, lui vuole rendere onore ad un defunto.

liberami-13. Liberami

Da più di dieci anni i documentari sono quanto di meglio il cinema produca. Nella grande rincorsa alla realtà questa forma di produzione che gli era dedicata ha imparato a separarsene per poterla raccontare ancora meglio, ha imparato a contaminarsi con strategie e tecniche del cinema di finzione per accedere ad un senso superiore. In Italia abbiamo alcuni degli interpreti migliori e ora necessariamente l’elenco va aggiornato con il nome di Federica Di Giacomo, autrice di Liberami, documentario sugli esorcismi in Italia.
Con un montaggio degno dei grandi autori americani di commedie degli anni ‘70 e con la ferma intenzione di narrare cosa ci sia dietro gli esorcismi senza mai far sentire la propria voce, ma portando nella testa di ogni spettatore le associazioni di immagini, momenti e parole pronunciate dai soggetti ripresi che servano a creare un senso più complesso di quello che le sole immagini suggeriscono, Liberami prende una realtà mai raccontata e tramite uno sguardo intellettuale la piega e la dilania fino a rendere evidente cosa questa nasconda.

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2. È Solo la Fine del Mondo

Al sesto film la corsa di Xavier Dolan non accenna a fermarsi. In un anno che ha visto l’uscita in Italia di altre sue due opere (Laurence Anyways e Tom a La Ferme, rimasti inediti nel nostro paese all’epoca della loro uscita originale, qualche anno fa), quest’ultimo chiude la pratica con l’atto più arrogante di un regista che porta l’arroganza come un trofeo.
In È Solo La Fine Del Mondo senza ritegno Dolan rivede tecniche, ritmi e dogmi di un genere come il melodramma familiare, severamente codificato da decenni di cinema magistrale, usa un testo teatrale che non ha scritto, lo fa suo, e dispone i 5 personaggi secondo logiche che non riconosciamo ma ci colpiscono.
Chi è la vittima e chi il carnefice? Chi sta soffrendo? Di chi si interessa davvero il film? La risposta ad ognuna di queste domande è una sorpresa ma ancora maggiore è quanto questo modo di fare così inconsueto e strano ci colpisca da direzioni da cui non ci aspettiamo, in punti in cui siamo scoperti con trovate cui non siamo abituati.

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1. Tutti Vogliono Qualcosa

Se tutto il cinema d’autore cerca in un modo o nell’altro di liberarsi dell’intreccio, cioè di raccontare la vita per come si svolge senza stare a creare un pretesto narrativo per farlo, senza dover inventare morti o tradimenti, nuovi arrivi o partenze che mettano in moto la trama, Linklater può vantare un primato unico. Lui era già lì decenni fa con Prima dell’Alba e lentamente ha continuato a mettere in relazione cinema e tempo in modi unici, almeno fino all’assurdo esperimento Boyhood. Ora Tutti Vogliono Qualcosa si presenta come un film più piccolo, uno che mette in scena tre giorni nella vita di alcuni ragazzi che stanno per iniziare il college, per alcuni è il primo anno per altri invece no, tutti fanno parte di una squadra di baseball.
Impossibile dire cosa sia ad avvincere di questa storia in cui non accade nulla e tutto è solo accennato. Una trama amorosa in embrione, una stagione di baseball da iniziare, rapporti d’amicizia che si stanno iniziando a formare, diffidenze, speranze. Eppure c’è in questo film un senso di vitalità e una capacità di raccontare le emozioni più ordinarie che commuove senza che nulla chiami la lacrima. È un cinema complicato e misterioso, in cui ogni inquadratura è indispensabile e nulla è di troppo, una ricetta che simula il caos e la casualità ma che in realtà è frutto di una pianificazione accuratissima. Alla fine si è semplicemente davanti alle emozioni meno raccontate, il tutto è così inaspettato e prossimo alla nostra intimità da risultare spiazzante e scatenare un’irresistibile empatia verso i propri simili. Addirittura nemmeno finisce quando ci aspetteremmo ma svela una chiusa insospettabilmente significativa!
Un film dallo stile così libero e privo di regole, paletti, generi e obblighi come Tutti Vogliono Qualcosa oggi lo vorrebbe girare chiunque, ma solo Linklater riesce a renderlo possibile.