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Un segreto fra noi
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| Scritto da Darya Papazian | ||||||||||||||||
| venerdì 26 settembre 2008 | ||||||||||||||||
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Recensione a cura di Darya Papazian
Non è ben chiaro quale sia questo segreto citato nel titolo italiano di Fireflies In The Garden (tradurre letteralmente con Lucciole in Giardino, avrebbe forse, ehm, fatto pensare ad un genere di film un po’ più ambiguo?) e tra chi dei personaggi ci sia questo segreto. L’unica rivelazione arriva dopo metà film e non è neanche una grossa sorpresa considerata la favolosa intesa familiare creata dal patriarca Charles Taylor, uno dei personaggi cinematografici più detestabili mai visti sullo schermo ultimamente, interpretato con magistrale cattiveria da Willem Dafoe. Per un po’ si ha l’impressione che il colpo di scena arrivi da qualcosa contenuto nel manoscritto chiaramente autobiografico del figlio di Charles, Michael (Ryan Reynolds), intolato appunto Fireflies In The Garden, qualcosa che riguardi il suo rapporto con la zia Jane (Emily Watson), figura femminile che, oltre alla madre (Julia Roberts), era stata per lui una vera e propria amica, confidente e ancora di salvezza per uscire indenne da un’adolescenza segnata indelebilmente dagli abusi fisici e psicologici di un padre maniaco della super-eccellenza. Invece niente, nonostante la palpabile tensione sessuale buttata là fin dal loro primo incontro. Lo spettatore, chiaramente fuorviato dai volti sorridenti della Roberts e Dafoe nella locandina e pensando di stare per vedere una classica commedia in perfetto stile dell’ex fidanzatina d’America, si ritrova a trascorrere ben due ore immerso in un drammone familiare fotocopiato da migliaia di altri drammoni familiari televisivi e cinematografici (fatti un po’ meglio) chiedendosi “e allora?” e grattandosi il capo di fronte ad un finale decisamente troppo accomodante (e diciamocelo in verità parecchio inverosimile) in cui improvvisamente tutti risolvono i loro rancori davanti a un filmino della serie “ricordi dei tempi felici” e ci manca poco che spunti dai campi di grano (dove si ambientano alcune scene visivamente“suggestive” del film) anche il Mulino Bianco. Il problema fondamentale del film non è tanto la regia dell’esordiente Dennis Lee, tanto di cappello per essere riuscito a farsi produrre il suo primo lungometraggio coinvolgendo così tanti nomi prestigiosi, perché alcune soluzioni visive, il passaggio dei personaggi dal presente al passato per esempio, o quando Michael rivede se stesso da ragazzino ma in realtà stiamo vedendo un altro ragazzino compiere quella stessa corsa, non sono affatto male; quanto la banalità della struttura narrativa. Che, a tratti, regala veri e propri momenti di abbiocco. Ci sono parecchie scene che sono totalmente superflue all’evoluzione della trama, altre che sono di una mancanza di creatività sconvolgente: la veglia funebre interrotta dai rumori di una imbarazzante “celebrazione della vita” di due personaggi al piano di sopra, un dialogo in macchina tra due donne in cui fa la sua comparizione il solito “tu non hai figli non sai cosa si prova!” per citare i più eclatanti. Situazioni già viste e straviste che fanno capire chiaramente che ci si trova di fronte ad uno script concepito con un po’ troppi luoghi comuni in testa. In più almeno due personaggi non vengono per nulla spiegati e sembrano essere stati introdotti solo per pura e semplice comodità. Il personaggio di Ioan Gruffudd (si pronuncia Ioan Griffith), per esempio, che età si dovrebbe supporre abbia? Perché si vede che è coetaneo di Michael ma si apprende che era il tutore all’Università di sua madre? Questo punto è un po’ confuso, e nel contesto della storia è fondamentale per la credibilità di quello che stiamo apprendendo… La nota positiva (e non poteva essere altrimenti) è l’ottima scelta di casting di tutti i personaggi, in particolare l’affidare il ruolo di Michael a Ryan Reynolds (Maial College, Blade Trinity, Smokin’ Aces) un attore non proprio abituato a ruoli impegnati, che rivela un’apprezzabile capacità di dare introspezione e spessore al suo tormentato personaggio, senza dimenticare di dargli delle sfumature un po’ lievi e ironiche e quello di Jane a Emily Watson (Le Onde del Destino, Ubriaco d’Amore, The Water Horse) che regala come sempre un bel ritratto di donna con molta forza e personalità. Julia Roberts, che all’epoca delle riprese era veramente incinta, è stata coinvolta nel progetto (e non viceversa come molti maligni potranno pensare) dal marito Danny Moder, qui direttore della fotografia. Non ha un ruolo da protagonista, si vede più che altro in flashbacks, ma quello che avviene al suo personaggio è il fattore scatenante degli eventi del film. Un interpretazione dignitosa. Dafoe ovviamente ruba la scena ogni volta che appare, ma degni di plauso sono anche Hayden Panettiere (la serie Heroes), nei panni di Jane da ragazzina e Shannon Lucio (The O.C.) in quelli della sorella di Michael, Ryne. Consigliato solo per l’alta qualità delle interpretazioni, per il resto un po’ conciliatore di un buon sonno…
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