| Quel treno per Yuma | | Stampa | |
| Scritto da Darya Papazian | ||||||||||||||
| domenica 21 ottobre 2007 | ||||||||||||||
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Recensione a cura di Darya Papazian
Fatta già una prima prova generale con Cop Land del 1997 (il personaggio di Sylvester Stallone non a caso si chiamava Heflin, in omaggio all’attore Van Heflin che interpretava il personaggio di Dan Evans) che di fatto aveva atmosfere più da western che da poliziesco, Mangold ci catapulta nel più classico scenario Old West, fatto di paesaggi sconfinati e brulli, bestiame sconvolto, cittadine polverose, carovane in ogni momento a rischio di assalto, bandidos con facce truci, sceriffi incompetenti, donne o mogli devote o puttane e buoni che tirano a campare, fatti di profonda rettitudine e integrità morale. Tutto molto facile e scontato? Attenzione, perché non tutto è come sembra…. Il film ci presenta due personaggi che rappresentano un archetipo di “bene” e di “male”; ma le loro azioni sono spinte da motivazioni non molto più onorevoli del basilare istinto di preservazione in una società in cui il solo respirare sbagliato poteva costare cara la pelle e in cui una mucca aveva molto più valore di una vita umana.
Tra scortatore e prigioniero si creerà un legame particolare, una continua gara di intelligenza e manipolazione nella quale verrà preso nel mezzo anche il figlio maggiore di Evans, un ragazzo irrequieto e capoccione che rimarrà affascinato dalla personalità ambigua di Wade. Naturalmente entrambi scopriranno diversi altarini… Mangold gioca la carta vincente di affidare i ruoli di Evans e Wade a due dei migliori attori contemporanei non americani in circolazione - Bale è gallese e Crowe neo-zelandese -, piazzati qui in un genere smaccatamente a stelle e strisce (ma Crowe aveva debuttato nel cinema statunitense proprio nel western cult di Sam Raimi Pronti a Morire) e di mantenere una regia scevra da ogni spettacolarità gratuita, lasciando che siano i personaggi a “essere” la storia e nello stesso tempo senza timore di mostrare, quando necessario, una onesta, brutale impietosità (e in questo si diversifica dall’originale). C’è poco posto per il buonismo in questo ritorno al genere cinematografico più vecchio del mondo; e si può dire che l’opera più personale di Mangold è tra i migliori western realizzati negli ultimi anni insieme a Open Range - Terra di Confine di Kevin Costner. Il cast di supporto è impreziosito dalla presenza del mitico Peter Fonda (Easy Rider, L’Oro di Ulisse) nella parte di un cacciatore di teste che ha molti conti in sospeso con Wade e dall’impagabile umorismo di Alan Tudyk (Serenity, Funeral Party) che riesce nel difficile compito di non trasformare in una macchietta il suo ruolo di mite veterinario chiamato a far parte della scorta, attualmente forse l’unico vero, disinteressato eroe tra tutti. In più, a metà film, c’è un’apparizione di un membro del Frat Pack molto inaspettata che rende lo spettacolo ancora più godibile in uno dei momenti di maggiore azione. Non un granché funzionali e approfonditi invece i ruoli femminili (solo due) che, in tutta onestà, non presentano occasione di creare piste narrative rilevanti o fondamentali con lo svolgimento della storia. Tuttavia l’attrice Gretchen Mol (Il Giocatore), che interpreta la moglie di Evans, incarna più che dignitosamente il suo personaggio e il rapporto col marito non scade mai nel melenso. Infine una riflessione sul titolo originale: sarà stato a caso o un simbolismo la scelta dell’orario di partenza del treno? 3:10, nella Bibbia di Re Giacomo (traduzione inglese officiale della Chiesa Anglicana e quindi britannica e statunitense), è il numero un versetto nel Vangelo di Giovanni che recita: “Questo è come sappiamo chi sono i figli di Dio e chi sono i figli del Diavolo: chiunque non faccia ciò che è Giusto non è figlio di Dio, ne lo è chi non ama suo fratello.” A visione compiuta del film, questo passo biblico ci presenta una verosimile interpretazione della risoluzione finale e della relazione tra Evans e Wade.
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