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Bastardi senza gloria - La recensione PDF  | Stampa |  E-mail
Scritto da Luca Marchetti   
martedì 08 settembre 2009

ImageNella Francia invasa dai nazisti si incrociano le storie di un gruppo di soldati americani e di una giovane ebrea in cerca di vendetta. Tarantino torna con un film magari troppo lungo, ma al livello delle sue opere migliori...

 

 

Recensione a cura di Luca Marchetti

TitoloBastardi senza gloria
RegiaQuentin Tarantino
Cast
Brad Pitt, Mélanie Laurent, Eli Roth, Christoph Waltz, Michael Fassbender, Diane Kruger
Uscita2 ottobre 2009
La scheda del film  
Con l’approvazione di Colinmckenzie, autore settimane fa di una vera e propria “esecuzione capitale” del film, mi appresto a scrivere una “controrecensione” dove cercherò di dimostrare che gran film è Bastardi senza gloria.

Chi scrive non  ha mai apprezzato molto l’opera di Tarantino. Pur considerando Le iene e Kill Bill due bei film e Pulp Fiction un capolavoro assoluto, non sono mai riuscito ad appassionarmi al regista statunitense ostaggio, ai miei occhi, di un enorme ego che lo costringe ad imbarcarsi spesso in lavori sconclusionati, fatti solo per compiacere se stesso. Questa doverosa premessa  deve far capire che l’entusiasmo che provo per questo film è figlio solo della sua effettiva qualità e non di atteggiamenti faziosi o preconcetti da fan sfegatato.

Bastardi senza gloria infatti non è privo di difetti. Alcuni dialoghi (specie nelle quarta parte, in cui si parla del cinema tedesco) sono indubbiamente sfoghi cinefili evitabili e appesantiscono la vicenda. In più alcuni personaggi interessanti possono essere a tutti gli effetti considerati delle promesse non mantenute. Prendete il tenente critico cinematografico o “serial killer” di nazisti ad esempio. Sono entrambi presentati in pompa magna, con caratteristiche tali da stuzzicare subito il palato dei fan, per poi venire liquidati in cinque minuti, senza alcun rimpianto. Avrebbero meritato senza dubbio più tempo.

La vera pecca però è senza dubbio la durata. Senza evocare mostruosi e assurdi mega-tagli, non si può negare che un’accorciatina, magari di una ventina di minuti, avrebbe reso la pellicola più compatta. Ciò nonostante il film non annoia mai e una volta usciti dal cinema non ci si accorge che sono passate più di due ore.

La parte più interessante è senza dubbio il primo capitolo (il film è diviso in cinque parti). Già dalla prima scena si vede che l’ispirazione maggiore è Sergio Leone. A forza di citare il padre degli spaghetti western, Tarantino è migliorato come regista da film in film, fino a raggiungere un livello stilistico non indifferente. La prova è nella bellissima scena dove il contadino francese si prepara all’arrivo dei nazisti. La fortuna di questa parte è anche merito del bellissimo dialogo/interrogatorio dove il grado di tensione è talmente alto da risultare quasi intollerabile. In questo è bravissimo Christoph Waltz, che alterna viscida simpatia e glaciale serietà in modo credibile ed efficace.

Bastardi senza gloria Nel secondo capitolo invece vengono presentati i famosi Bastardi del titolo. Introdotti dall’ormai noto monologo sugli scalpi del tenente Aldo Raine, la banda di soldati americani ci mostra da subito i metodi con cui opera. Il regista non si tira indietro quando si parla di violenza e regala una galleria di efferatezze che va dai crani senza cuoio capelluto a teste spaccate da mazze da baseball. Gli “eroi” della pellicola sono senza gloria perché spinti più dalla sete di sangue e dal divertimento che dalla vendetta. Questo dimostra che l’obiettivo di Tarantino non è affrontare argomenti seri come l’Olocausto o la Storia. Lui, usando i Bastardi, crea solo un videogioco ultraviolento ambientato nella seconda guerra mondiale con nemici i cattivi per antonomasia. Se si guarda da quest’ottica non ci si può stupire se anche Hitler è rappresentato come un pazzo grottesco e ridicolo, impaurito di fronte all’avanzata dei nostri eroi. Ciò non significa che i tedeschi vengano etichettati tutti come una massa di stupidi che si fanno fregare come polli. Alcuni di loro si salvano dalla condanna senza appello e vengano rappresentati con umanità. Il primo nazista che viene interrogato, il neo-papà e soprattutto l’eroe di guerra (interpretato dal Daniel Bruhl di Goodbye Lenin) ne sono la dimostrazione. Se si sacrificano per la loro patria, se cercano di salvarsi solo per tornare a casa, se si vergognano dei morti sulla loro coscienza o se compiono sciocchezze perché innamorati, sono sempre personaggi che non possono essere considerate delle semplici caricature.

Nella terza parte viene dato spazio, invece, all’altra eroina del film, la giovane Shosanna. La ragazza ebrea è completamente diversa dai soldati americani. Lei non è un forza irresistibile, non è l’incubo dei nazisti, nessuno le ha dato un temibile soprannome. Lei, in poche parole, non è una specie di supereroe inarrestabile come Aldo l’apache o L’orso ebreo. Lei è una semplice ragazza che mossa dalla sola voglia di giustizia usa tutte le proprie forze per sconfiggere il suo nemico. L’unico personaggio con il quale il regista ci vuole far identificare è appunto lei. E’ per questo che ce la mostra più volte disperata, sconvolta e debole. Si potrebbe considerare addirittura un omaggio, sempre nello stile tarantiniano, a tutti i civili che hanno lottato per sconfiggere il nazismo.

Il quarto capitolo, come detto prima, è forse il meno riuscito. Questa parte si concentra in una lunghissima scena ambientata in una taverna. Quello che non funziona questa volta è la capacità di creare tensione attraverso i dialoghi. Se negli ultimi minuti ciò in effetti avviene e porta ad una conclusione movimentata (con tanto di soliti omaggi al western), è tutta la parte precedente a non funzionare, anche a causa dell’idea del gioco di società (intuizione felice ma che ha il potere di smorzare il tono ed appesantire la vicenda). Uno dei pregi di questo capitolo è la possibilità di assistere alla performance di Diane Kruger alle prese con un personaggio ambiguo e difficile.

La quinta ed ultima parte,infine, è la migliore conclusione  che questo film potesse avere. In questo capitolo ci vengono mostrati i momenti visivamente  più interessanti. Se si inizia con la nostra eroina che si trucca per “andare alla guerra” (bellissima la scelta della canzone di sottofondo) si passa agli estratti del film propagandistico fino ad arrivare ad un finale pirotecnico, che pur nella sua banalità, coinvolge ed esalta. La perla comunque rimane l’epilogo che può essere considerato un vero e proprio happy-end alla “Pulp Fiction”.

Il pregio principale del film, come in ogni altra pellicola di Tarantino, è il cast. Brad Pitt si adatta alla perfezione alla mentalità tarantiniana ed interpreta, con un accento irresistibile, un personaggio fantastico. Arrogante, scurrile, violento il suo Aldo l’apache non sarà magari la migliore interpretazione (molti critici hanno esagerato) dell’ attore, ma sta di fatto che il suo talento nell’incidere svastiche e il suo collo sfigurato verranno ricordati a lungo. Anche nei Bastardi si possono trovare altre interpretazioni interessanti. Til Schweiger è psicopatico al punto giusto ed Eli Roth, nonostante non sia un attore, non fa troppo la figura del cane (anche se Adam Sandler, la prima scelta nel ruolo, sarebbe stata tutta un’altra cosa).

Ottime sorprese sono Michael Fassbender (dopo il Bobby Sands di Hunger e questo ruolo raggiungerà la fama internazionale che merita) e soprattutto Melanie Laurent. La giovane attrice regge benissimo le sue scene e risulta sempre convincente (soprattutto nel dialoghi con il giovane nazista). La sua sete di vendetta e la sua femminile determinazione la rende paragonabile alla Sposa di Kill Bill. Questo sebbene la Thurman sia la protagonista assoluta di due film e la Laurent sia in scena per un’oretta. Il migliore del gruppo pero è Christoph Waltz. Reduce dal meritatissimo premio a Cannes e già in prima fila per la nomination all’Oscar, l’attore austriaco non sfigura nel ruolo della sua vita. Il suo Landa, l’incrocio tra uno Sherlock Holmes malvagio ed un nazista pazzo uscito da qualche film di serie Z, si dimostra sempre all’altezza per rubare la scena ogni volta che appare.

Simpatici i cammei vocali di Samuel L Jackson e Harvey Keitel, peccato che nella versione doppiata si perderanno. Oltre agli attori ci sono due elementi da citare che contribuiscono entrambi alla riuscita del film. Uno è la musica. Nonostante Morricone abbia rifiutato di lavorare al film molte delle sue melodie sono state utilizzate ed è innegabile che facciano la loro figura. Tarantino infatti dimostra ancora una volta la capacità di saper sfruttare le sue vecchie tracce, abbinandole a grandi scene visive e cosi omaggiandolo come si deve. L’altro elemento fondamentale è l’uso delle varie lingue. Nella versione originale francese, tedesco, inglese ed italiano (quest’ultimo protagonista di una scena spassosa) si intrecciano al meglio. Il regista poteva tranquillamente disinteressarsene della verosimiglianza e far parlare a tutti inglese (in quanti film lo abbiamo visto?). Con un coraggio encomiabile, invece, opta per la fedeltà linguistica. Questa scelta, visto il successo, è stata accolta bene dal pubblico americano. Chissà cosa uscirà fuori dalla versione italiana...

Per concludere posso garantire che i fan del regista saranno entusiasti della lezione di storia di Tarantino. Chi invece non lo ama, se si libera da pregiudizi, potrà apprezzare un lavoro divertente e ben girato. Come detto non un capolavoro, ma un film che comunque vale la pena vedere...

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