Non è da Tom Tykwer un film come Aspettando il Re, forse per questo lungo tutti i suoi 98 minuti si avverte un certo disagio, speculare a quello del protagonista e (paradossalmente) molto centrato.
Tom Hanks aspetta in Arabia Saudita di incontrare il re per proporgli un affare per conto di una grande società. Aspetta in un paese con regole, tradizioni e funzionamenti diversi rispetto agli Stati Uniti che a lui appaiono assurdi ma nondimeno si fa in 4 per andare avanti fino a che lui, e gli spettatori, non si rendono conto che quello in cui è finito è il suo personale purgatorio e non sta aspettando il re ma di espiare le proprie colpe di un passato da spietato uomo d’affari.

Non fosse per il fisico e la faccia di Hanks, capaci di portare anche le situazioni più assurde in un reame di plausibilità quotidiana, Aspettando il Re faticherebbe molto a sedersi vicino allo spettatore. Invece la maniera in cui questo immenso attore è sfruttato dal dinamismo di cui Tykwer contamina il film (che poi è il vero punto di forza di ogni suo film), quello che lo fa spostare di continuo, lo fa camminare a passo svelto o anche solo lo tiene in piedi con un certo disagio, modifica il percorso del film animista su cui Aspettando il Re è tranquillamente instradato e regala un po’ di forza muscolare a questa sceneggiatura flaccida (dello stesso Tykwer a partire da un romanzo di Dave Eggers).

Poteva in parole povere finire malissimo questa storia, poteva essere la più vacua e convenzionale delle prese di coscienza di un uomo grazie ad un ambiente “altro” in cui si viene a trovare, grazie ad incontri esotici e accadimenti pretestuosi (l’incontro sessuale, quello potenzialmente pericoloso, la malattia, il sentimento, l’amicizia…), invece è un film di tenacia uno in cui, se non altro, si avverte una strana voglia di prendere il controllo.
La minaccia dell’inattività è uno spettro peggiore anche del fallimento nell’affare, è l’inazione a distruggere il protagonista che desidera muoversi. Più che le difficoltà oggettive sono le grandi pause, le attese e la prospettiva di farlo per sempre, a massacrare quell’instancabile energia elettrica di cui il cinema americano ama riempire i propri personaggi.

Demolito in quella spinta propulsiva che sembra essere l’unico elemento a definirlo come personaggio il venditore di Tom Hanks comincia a farsi le più classiche domande esistenziali corredate di visioni.
Spesso e volentieri il cinema più spirituale americano ha indugiato in un buonismo sconfortante (l’esempio deprimente e in questo senso perfetto è Al Di Là Dei Sogni), Aspettando il Re cammina sul crinale della melassa ma riesce ad evitarla proprio lavorando sulla determinazione del protagonista. Se Zemeckis in Flight aveva trasformato un possibile film d’azione in una storia di rivincita umana, dirottandolo proprio come un volo, ora Tykwer e Hanks trasformano un film di attesa ed espiazione in uno denso di eventi e di movimenti, di fatto salvandolo da una sconfitta che pareva annunciata.