Per la prima volta la Dreamworks, con uno dei suoi registi bandiera (Tom McGrath, già al timone della serie Madagascar) imita apertamente la Pixar. Baby Boss indaga un mondo nascosto, quello dei neonati e dei fratelli, utilizza richiami visivi alla grafica anni ‘50, mette in scena una grande fuga e un ritrovamento e soprattutto alla fine ha un’attitudine verso la commozione così dura, pura e determinata che è impossibile non pensare ai passi da gigante che la Pixar è riuscita a compiere in quel campo negli ultimi due decenni.
Nonostante la leggerezza della trama infatti, il finale di Baby Boss mostra come anche per questo film in ballo ci sia l’ambizione di leggere e interpretare il mondo attraverso la cornice grottesca dell’animazione.

La storia è sufficientemente assurda per essere intrigante. Nella vita di un bambino arriva, di punto in bianco e senza gravidanze, un fratello minore. I genitori non sembrano stupiti di nulla, nemmeno del fatto che questo neonato vesta con un completo nero, giacca e cravatta. Solo il fratello maggiore nutre dei sospetti e indagando scoprirà che il piccolo arrivato in realtà parla e ha conversazioni telefoniche con dei capi, in parole povere è un manager del mondo dei neonati, prende delle medicine per non crescere e non comportarsi da bambino. Il compito per il quale è stato spedito è indagare una misteriosa società (di cui i genitori in questione sono impiegati) che pare aver messo a punto un modello di cucciolo di cane che non cresce mai, dunque destinato a soppiantare i neonati nel grande mercato della tenerezza.
Se riuscirà nella sua impresa potrà tornarsene da dov’è venuto e lasciare che la famiglia torni monogenita. Tutto, non ci sarebbe nemmeno bisogno di dirlo, è una gigantesca metafora dell’arrivo di un secondo genito e come, dagli occhi del primo, questo sembri diventare di colpo il capo di tutta una famiglia ora al suo servizio.

La trama in buona sostanza c’è, quel che gli manca semmai è la complessità della Pixar, la sua capacità di dire tutto e il suo contrario facendoli convivere nello stesso frame, svicolare i personaggi consueti per trovarne di assurdi e nuovi, il rifiuto categorico di ogni soluzione semplice o già vista e invece l’instancabile processo di scarnificazione dei meccanismi più consolidati fino a fondare un immaginario e uno storytelling propri.
Baby Boss al contrario è un buon cartone animato che esegue bene il proprio compito eterno, dotato di un umorismo straordinario (a scrivere c’è anche uno degli sceneggiatori della serie Austin Powers, Michael McCullers) e molto ben concepito. Paradossalmente questa produzione Dreamworks che guarda così tanto alla Pixar riesce davvero a farsi amare per quegli elementi che, nel tempo, hanno costituito lo stile-Dreamworks. Cioè una passione più radicale della concorrenza verso l’umorismo.

Nei suoi momenti migliori infatti Baby Boss riesce ad unire le gag slapstick che da sempre costituiscono l’anima più caratteristica dell’animazione ad un senso ostentato della modernità, riferimenti, musiche, dettagli ed elementi instant che nel film assumono una rilevanza marginale eppure indimenticabile. La Dreamworks, con tutta la sua filmografia, è riuscita a disegnare un grande affresco degli anni in cui sta operando, probabilmente i suoi film non saranno eterni come quelli Pixar (che appaiono sempre svincolati da riferimenti al tempo in cui viviamo), ma molto più di quelli saranno in grado anche domani di parlarci dei nostri anni e di quel che si credeva, sperava e temeva oggi.