Tiene fede al suo titolo Loveless, film che programmaticamente mette in scena la desolazione umana della popolazione russa cittadina, quella del benessere, distante dalle notizie che i molti mezzi di comunicazione sparano in sottofondo per tutto il film. Sono gli elementi di attualità che ben conosciamo, questioni di politica estera, guerra e difficoltà che i media restituiscono con grande freddezza. La stessa freddezza con la quale i due genitori protagonisti trattano un figlio che sembrano non aver voluto e che considerano un intralcio nelle loro storie di infedeltà e separazione.

Loveless impiega tutta la prima metà a raccontare, non senza un po’ di prolissa insistenza, il distacco tra questi uomini (ma soprattutto donne) e ciò che dovrebbe stargli a cuore (figli, mariti, politica estera). Poi quando il bambino in questione scappa, impiega tutta la seconda parte a raccontare la ricerca disperata. Questo è il punto in cui il film di Zvyagintsev diventa Il Buco di Becker, cioè in cui si appassiona ai dettagli, alle minuzie, al ginepraio legale, burocratico, operativo e logistico di qualcosa che invece dovrebbe essere uno slancio sentimentale, per l’appunto la ricerca di un figlio scomparso.

Non sfugge inoltre il fatto che tutto avvenga in un inverno gelato, in ambienti che Zvyagintsev sottolinea tenendoli inquadrati anche quando i soggetti umani sono usciti dall’inquadratura. Il cinema russo ha un rapporto dialettico stupendo con la natura e gli spazi aperti, non li venerano nè li celebrano nella loro potenza come fa il cinema americano, ma li intendono come una zona liminale, quasi magica, con cui ingaggiare una dialettica, da cui essere contaminati. Qui l’inverno nevoso e un palazzo abbandonato costituiscono i dettagli più memorabili di un paesaggio urbano che diventa naturale e viceversa (in un bosco troneggia una gigantesca antenna di ricezione spaziale).

Anche per questo è decisamente nella seconda parte che il film trova vera potenza e concretezza. Soprattutto è quella in cui matura l’accumulo funzionale al rilascio finale, cioè quando chiudendo il film mette in relazione i protagonisti che guardano al telegiornale le invettive di poveri ucraini massacrati dal conflitto con la loro noncuranza, tranquilli mentre corrono su un tapis roulant con una tuta che reca, grossa, la scritta “Russia”. È il momento concettuale più efficace, la sintesi visiva migliore di un film che tuttavia il proprio cuore lo spende tutto in una scena sola, in un pianto disperato, sommesso e silenzioso di un bambino che non si sente amato e teme per il proprio futuro, una sorpresa svelata bene da una soluzione di montaggio interno (una porta che si chiude) e che raggela più di tutto il film che verrà. Può una scena simile, così profonda e toccante così umana e compassionevole, giustificare un film buono ma lontanissimo dallo standard elevato che si aspetterebbe? Forse sì.