Attenzione: nella recensione si citano passaggi della pellicola che alcuni potrebbero giudicare “spoilerosi”


 

Awesome.
Ancora Michael Bay?
No, no. Non vi preoccupate. Ci riferiamo a un termine scritto a penna da una madre sul secondo oggetto magico di un film che abbiamo letteralmente adorato e sui cui occhiali 3d abbiamo sinceramente versato delle lacrime.
Ecco il nuovo Guerre stellari… prima del nuovo Guerre stellari!
James Gunn (regista e sceneggiatore) e Kevin Feige (produttore Marvel e creatore della Fase 2) ce l’hanno fatta a creare un’avventura spaziale dal sapore croccante, fresco e speziato che ci riporta proprio a quelle atmosfere dei primi Guerre stellari prodotti, concepiti e firmati (non tutti da regista) dal mitico George Lucas.
E adesso l’erede J.J. Abrams come farà? Non sarà facile per lui riproporre in sala il proseguimento delle avventure dei vecchi Han Solo e Luke Skywalker con un rivale così forte ad averlo preceduto di quasi 17 mesi.
Eh già… perché mentre il prossimo Guerre stellari arriverà nei cinema nel Natale 2015, I guardiani della galassia, invece, atterra su grande schermo per larga fetta del mercato terrestre già la prossima settimana, ovvero fine luglio.
Questo era IL FILM che doveva rinfrescare l’estate italiana 2014.
Da noi lo vedremo il 22 ottobre. Veramente troppo tardi.
Ma come cantava David Bowie in Station to Station: “It’s too late to be hateful”.
Citiamo Bowie non a caso perché è protagonista con la sua sempre elettrizzante Moonage Daydream di uno dei momenti più eccitanti de I guardiani della galassia, un’avventura spaziale che si apre in un ospedale del Pianeta Terra nel 1988.
E’ qui, tra un caleidoscopio di arancione, giallo, camicie da boscaioli, ospedali, calvizie da cancro che prefigurano l’alienazione futura e il biondo caratterista depalmiano Gregg Henry a farti da surrogato paterno in pieno stile Marvel… che comincia l’avventura di Star-Lord.
Chi???
Prima si chiamava Peter Quill ed era un ragazzino normale degli ’80 che ascoltava le canzoni su un walkman sgraziato con cuffiette arancio stinto.
Il papà se n’era andato via già da tempo e la musica, come in un bel film di Cameron Crowe (pensiamo a quella scena in macchina in Elizabethtown), era l’unica cosa che lo teneva legato a quella coppia di innamorati che l’avevano messo al mondo. Blue Swede, Raspberries, Norman Greenbaum, Elvin Bishop, 10Cc, Jackson 5 (dove c’era il piccolo Michael), Redbone, The Runaways, Rupert Holmes, The Five Stairsteps, Marvin Gaye.
E ovviamente Bowie.
RocketRaccoonQuel Bowie dannatamente attratto dalla science fiction fin dai tempi di Space  Oddity e che con l’album The Rise And Fall Of Ziggy Stardust And The Spiders From Mars del 1972 (è lì che è contenuta la Moonage Daydream che Gunn spara a palla in soundtrack) aveva dato libero sfogo al suo amore per alieni e galassie lontane.
Quale altro film poteva dirigere suo figlio Duncan Jones come esordio… se non un bellissimo film di fantascienza come Moon, quasi una traduzione in immagini di Space Oddity del papà?
Ma torniamo al nostro Peter, con lo sguardo basso, le ossa fragili e le spalle incassate in quell’ospedale dai cromatismi mosci del 1988.
Quando sei così piccolo non riesci a toccare la Morte. Non puoi proprio farlo.
E’ dopo una tragedia immane precedentemente anticipata da un regalo che Peter poi si sentirà troppo in colpa per poterlo scartare… che un astronave in stile E.T. arriverà a prenderlo.
Il nuovo surrogato paterno diventerà un contrabbandiere blu cobalto dai denti seghettati. Peter farà in tempo a portarsi nello spazio due cose: quel walkman con quella compilation sopra elencata e quel regalo che rimarrà incartato… per 26 anni.
L’inizio del film di Gunn è molto spielberghiano. Il prelevamento del bimbo magrolino e anemico da Terra è puro E.T. + Incontri ravvicinati del terzo tipo mentre il suo primo ingresso in scena da adulto, 26 anni dopo, è puro Indiana Jones e i predatori dell’arca perduta. Ma non solo.
Lo vedremo passeggiare come un bullo per depredare oggetti di valore in un pianeta ostile. Ma l’epica iniziale prende subito una strana piega da commedia punk (sarà linea) visto che il ragazzo prende quel vecchio walkman vintage anni ’80, si mette le cuffie ed eccolo dare dei calci alle pozze d’acqua come Gene Kelly e usare esserini sgradevoli a quattro zampe… come un microfono!
Questo giovane uomo è pazzo. E questo regista è un genio: solo James Gunn poteva fondere lo stile musical Mgm di Cantando sotto la pioggia con la fantascienza da futuro usato di George Lucas riletta in chiave punk.
Attenzione: queste citazioni sono perfettamente organiche al racconto e, come nel caso di Phil Lord e Christopher Miller, mai e poi mai una sola esibizione di cultura cinematografica fine a se stessa.
Quindi Peter ora è un predatore di oggetti perduti dello Spazio che indossa una giacca di pelle da aviatore della I Guerra Mondiale, prende a cazzotti un aggeggio supertecnologico (il futuro usato di Lucas) e non è più quel bambino che aveva paura di toccare la Morte. O forse sì?
Lo scopriremo solo ridendo, piangendo e vivendo questa pazzesca avventura tra pianeti diversi uno dall’altro, creature bizzarre (la space opera lucasiana molto debitrice del fantasy Tolkien) e l’insolita amicizia che legherà Peter alias Star-Lord (ma non lo conosce mai nessuno per sua somma frustrazione) a quattro personaggi vividi e sanguigni come lui: l’omone che non capisce mai le metafore ma conosce bene fin troppo bene il senso della vendetta Drax (Dave Bautista sa recitare alla grande), l’assassina verde come Shrek ma sexy come Zoe Saldana Gamora (Zoe Saldana… appunto), un uomo albero pacioso come gli Ent de Il Signore degli Anelli ma con la faccia un po’ del cattivo Malthazar di Arthur e il Popolo dei Minimei (“I’m Groot” è l’unica cosa che dice per tutto il film… forse) e poi lui… Rocket Racoon.
Forse pensate che i procioni più pericolosi che avete visto recentemente al cinema sono quelli che si alzavano sulle due zampe e ti correvano addosso in Una notte con Beth Cooper (2009) di Chris Columbus.
Beh… vi sbagliate.
Con un ringhio costante che sa di paresi facciale, un carattere tendente alla paranoia aggressiva e una tendenza ad elaborare prepotentemente dei piani poco razionali ma incredibilmente violenti e letali per tutti (lui compreso), questo procione ladro parlante è l’Eli Wallach de Il buono, il brutto e il cattivo.
Impulsività e rabbia forse nascondono un cuore, e un corpo, ferito da mille abusi e sopraffazioni.
Proprio come nel caso del Tuco del capolavoro di Leone.
Possiamo dirlo? E’ nata una star. Leggermente sotto Gollum come personaggio in cgi, anche se gli amici della Framestore ci hanno spiegato che per Rocket non c’è stata alcuna motion capture. E forse si sente a livello facciale.
Ma la personalità c’è tutta, il RINGHIO SPASTICO è già CULT e l’evoluzione del personaggio è commovente.
A noi gli occhi lucidi sono venuti in due scene chiave. E mai, francamente, ci saremmo immaginati prima della visione di piangere per I guardiani della galassia. Guardians
Chris Pratt è una bomba come Peter (la vecchia virilità di Harrison Ford passando per l’androginia imposta a fine ’90 da DiCaprio), Saldana conferma di essere molto sexy più per un potere mentale che per forme smaglianti (Gunn comunque le inquadra molto sedere e fianchi… e fa bene!), Bautista SA recitare, Vin Diesel SA essere solo voce per Groot (inimitabile il suo tono) e Bradley Cooper è magistrale come Racoon. C’è anche un bizzarro collegamento ad American Hustle in una scena di “finta risata” (era uno dei suoi pezzi forti nel quasi capolavoro di David O. Russell).
Ma il più bravo di tutti è stato lui: James Gunn.
Non solo eccellente a citare, agitare e mescolare il cocktail prendendo da Spielberg & Lucas fino ad arrivare a McQuarrie & Singer (nel sodalizio tra criminali della galassia si sente aria de I soliti sospetti a partire dalla riproposta dello schieramento in linea davanti allo specchio della polizia), ma sorprendente in una seconda parte dove l’azione diventa introspezione e ogni singolo scavezzacollo di questi Cinque del Procione Selvaggio crescono incredibilmente come personaggi.
Gamora forse si lascerà andare a un ballo affascinata dalle imprese di un Dio Terrestre di nome Kevin Bacon (Peter le racconta una fregnaccia colossale partendo da Footloose che farà crepare dalle risate chiunque sia nato tra il 1970 e 1975).
Drex forse azzeccherà il senso di qualche metafora e comincerà a uscire dalla sua ossessione per la vendetta personale (come il Frank Grillo di Anarchia – La notte del giudizio).
Groot diventerà chiaramente qualcosa di più del Chewbecca (alto, buffo, sostanzialmente afono) de I guardiani della galassia perché in lui risiedono qualità come grazia e gentilezza (scena da urlo: lui semina nell’aria lucciole spaziali con colonna sonora che si fa improvvisamente celestiale).
Rocket Racoon… forse comincerà a muovere i muscoli del musetto anche all’insù oltre che all’ingiù. E anche lui la smetterà di sparare a una persona, prima di provare a conoscerla.
La nemesi contro cui questi ragazzacci si scaglieranno è un giudice trombone con manie divine. Tra il Torquemada della Santa Inquisizione e i sacerdoti pazzi di Apocalypto di Mel Gibson, il trucco e parrucco del villain Ronan fa veramente paura. Anche lui si sente sottovalutato dal boss che lo chiama “boy” e anche lui cambierà nell’arco del film passando da cattivo… a cattivissimo.
E Peter?
Cosa succederà a quel ragazzino con le cuffie arancioni prelevato dal Pianeta Terra del 1988 da un contrabbandiere blu cobalto con denti seghettati?
Quali ulteriori scosse e sorprese dalla vita potrà avere ora che è diventato un ladro dello spazio di nome Star-Lord (chi?), impegnato a fermare un giudice delle galassie sociopatico incline a distruggere un intero pianeta con l’aiuto di quel pigro mascellone (è sempre seduto su un trono fluttuante tra le stelle) di Thanos?
Forse Peter incontrerà ora quel passato morente cui non ha mai dato la mano.
E grazie a quattro amici come Groot, Gamora, Drex e Rocket… anche lui ora avrà imparato a guardare in faccia la Morte.
Non sappiamo se Guerre stellari sarà seriamente messo in pericolo da questo magnifico adattamento dal fumetto Marvel sfigato I guardiani della galassia nato nel 1969 e rilanciato nel 2008 nella versione punto di riferimento per Gunn & Feige.
Sappiamo per certo che questo cinema fotografato con colori primari (ci sono tutti, additivi e sottrattivi come rosso, verde, blu, ciano, magenta e giallo) che finalmente esaltano l’esperienza 3D, ricco di liquidi, splatter fuori campo e sporcizia dei corpi (si poteva fare anche di più… ma per i canoni della Marvel siamo all’estremo) è quel cinema pop liberatorio e scanzonato in netta contrapposizione alle algide tetraggini di Christopher Nolan. Due offerte visive, e oseremmo dire filosofiche, di prodotto audiovisivo popolare così diverse non potrebbero esistere. E questo è molto, molto interessante per il pubblico.
Così come sarà interessante il futuro di questa saga in netta rivalità, ormai è ufficiale, con i prossimi Guerre stellari di JJ Abrams.
Cosa accadrà ai Guardiani della galassia domani?
Cosa succederà a Peter ora che qualcuno, finalmente, lo ricorderà anche come Star-Lord?
Sappiamo per certo che il secondo momento di commozione dell’autore di questo articolo dopo il primo provocato da una battutona del dolcissimo Groot… è stato per un incontro nello spazio che vede protagonista Peter.
Il suo secondo incontro con la Morte.
Ci ha commosso la sovraimpressione di un corpo terrestre tra le stelle dell’universo, la sintesi tra infanzia e maturità di Peter e tra passato (1988) e presente (2014) della sua vita.
Tempo di scartare finalmente quel regalo che ti eri portato nello spazio, caro amico.
Tempo di ascoltare una nuova compilation preparata da mamma.
Awesome.