John Wick era una piccola stranezza, un film dalle luci di Refn, in cui un sicario in pensione torna in azione perché gli hanno ucciso il cane. In realtà era tutto un pretesto che consentisse a Stahelski e Leitch (non accreditato) di importare nel cinema americano le più recenti evoluzioni nel modo di filmare l’azione che arrivano dall’Asia (principalmente The Raid). John Wick 2 invece è il tentativo di “vendere” al pubblico un nuovo tipo di eroe tramite quello stile, uno che in teoria dovrebbe essere in linea con l’epoca moderna a partire dagli abiti e dal mood.

Il mondo di John Wick prende ora un ordine, diventa un universo coerente in cui tutti quasi tutti sono sicari sotto mentite spoglie, un mondo pieno di società segrete, giochi di potere, intrighi internazionali e regole. Tutto all’insegna dello stile e dell’eleganza.

Assassino di fama internazionale, sicario a pagamento tra i più micidiali, ritiratosi in pensione senza successo, John Wick vive nel mondo di un magazine di moda uomo, uno in cui la mafia è una specie di country club men’s only o in cui il completo è il costume da supereroe, quello che va indossato per entrare in azione sul serio, pieno di tasche, trucchi, imbottiture antiproiettile e gadget. Barbe curate, anelli, cravatte sottili, giacche dal taglio moderno e un gusto vintage stranissimo, John Wick 2 sforza di appartenere ai suoi anni cancellando ogni segno temporale (le auto sono d’epoca, ci sono solo telefoni cellulari dei primi anni 2000, ogni personaggio sembra un gentleman demodè, si leggono giornali di carta, le centraliniste sono pin-up anni ‘50 tatuatissime…). Così facendo di fatto Chad Stahelski fonda l’estetica dandy-violenta, fatta di culto dell’eccellenza, dell’apparire e di tutto ciò che è di qualità.

E il culto della qualità in effetti nel film c’è, il lavoro già maniacale sugli stunt e l’azione che avevamo visto nel primo si è addirittura raffinato. Di nuovo Keanu Reeves mostra un’encomiabile dedizione ad un allenamento che fa apparire come naturali tutti i gesti tecnici su Stahelski ama soffermarsi, nonchè un coinvolgimento in prima persona che lo porta a fare da sé la maggior parte degli stunt (molti sono aiutati da una computer grafica invisibile per far sembrare che li abbia fatti lui), anche se la rapidità e fluidità dei movimenti non è sempre impeccabile per gli standard di ritmo dei modelli cui il film si rifà. Reeves è e rimane un po’ legnoso, specie rispetto agli stuntmen intorno a lui. Ma è il meno. Il problema stavolta è la fatica che John Wick 2 fa a mantenere l’interesse del pubblico tra scena d’azione e scena d’azione in una storia troppo lunga. Invece di un concept stringente come quello film precedente, la trama si intrica, si riempie di personaggi, cambi di location e voltafaccia, senza che sia gestita con la secca durezza che avevamo apprezzato in precedenza. A questa dolce assurdità John Wick 2 sembra credere così tanto da voler anche raccontare un intreccio che dovrebbe avere grande senso.

Questa versione seriosa e per nulla scanzonata di Kingsmen (c’è la medesima ossessione per il concetto di gentleman d’azione ma come se avesse davvero un senso) è densa, opulenta e riempita a forza di scene, elementi e concetti che non gli appartengono. Se sequenze come quella della sparatoria portata avanti di nascosto, nella folla e con i silenziatori, fanno gran scena grazie ad ottime idee, molto meno funziona l’aver reso John Wick una specie di samurai disinteressato al sesso femminile (l’unico sussulto c’è con Claudia Gerini ma è tutto molto gelido), un professionista descritto come “determinato e concentrato”. John Wick ha l’ossessione di liberarsi dei suoi doveri e del suo lavoro, ma questo non diventa mai un vero dilemma, è un eroe triste e condannato fin dall’inizio ma addirittura sembra più interessante la sua ossessione per l’eccellenza in ogni campo (nelle pistole, nelle macchine, nelle mosse…) che il suo desiderio di uscire da quel mondo.

Professionista della compostezza e dell’eleganza, indefesso lavoratore e dedito impiegato (nonchè esemplare membro del club Continental), la vita di John Wick è uno showcase di professionalità più che una storia appassionante condita d’azione, grande metafora della vita di un funzionario di medio livello con la passione del lusso e aspirazioni di grandezza. In questo l’inserimento di due attori italiani solitamente lontani da questo genere come Claudia Gerini (presenza molto forte e centratissima ma fugace) e Riccardo Scamarcio, nel ruolo del villain non-menante, sembrano calzare bene il film. A tratti anche più di quanto ogni tanto sappiano calzare alcune pessime produzioni italiane.