È con uno dei peggiori inizi dell’annata per recitazione, scrittura e montaggio che Lasciami per Sempre accoglie lo spettatore. Dopo una sequenza di titoli di testa tra dissolvenze, mare e pessimi font come ci trovassimo all’improvviso sintonizzati su Canale 5 ad ora di pranzo, marito e moglie si urlano insulti su una barca a vela, si odiano, si amano, si abbracciano, si strusciano e di colpo le urla di risentimento diventano di preoccupazione perché, soli in mezzo al mare, non trovano più il figlio, lo cercano a lungo con crescente preoccupazione fino a scoprire che era in alto, su un albero della barca, anche lui pronto ad urlargli odio.

Il film che seguirà sarà tutto così, un racconto sconclusionato e sbilanciato di parenti e amanti che si gridano odio sottendendo amore. Simona Izzo vuole arrivare all’obiettivo finale (cioè quel misto di passione, odio e amore) senza fare la fatica che serve a dargli un senso, propone il risultato senza la costruzione, che poi è la ricetta del ridicolo.
Lasciami per Sempre mette questa famiglia numerosa tutta insieme per un compleanno, una carrellata di personaggi da fotoromanzo che il film non sembra riconoscere (e trattare) come tali. Si riuniscono zie fragorose, cugine adolescenti inquiete, padri sconfortati dalla vita, mariti artisti, ex mariti rudi, e fidanzate dalla doppia vita, ognuno con i suoi problemi rigorosamente da urlare e le sue passioni sopite e latenti da consumare tra le tende di pizzo, le federe o gli scantinati. Questa fiera di first world problems è contrappuntata di continuo da sentenze in perfetto stile The Lady (“Abbiamo un passato troppo tormentato per essere felici”) senza però l’equilibrio, la coerenza e l’understatement (sic!) di Lory Del Santo.

Perché il vero problema di Lasciami Per Sempre non è tanto aver messo in scena turbamenti da famiglie abbienti, ma l’averlo fatto come se fossero delle vere tragedie, prendendo tutto così terribilmente sul serio che si finisce a passare poco più di un’ora e mezza con delle persone orrende che il film non riesce mai a guardare con quella tenerezza, quella comprensione oppure quell’odio che a tratti le musiche soffici e la fotografia colorata suggerirebbero essere nelle reali intenzioni. Per questo non rimane che un’insofferenza continua alle paturnie piccine dei personaggi che il film ingrandisce a vere tragedie.
Del resto era da Parlami d’Amore di Silvio Muccino che non si vedeva un uso così smaccato di luoghi comuni intensi e poetici (come le onde del mare, la realizzazione di un nuovo profumo a partire dalle lagrime o due mani che si sfiorano su un pianoforte) senza nessuna sostanza, ma nemmeno in quel film c’era il coraggio di chiudere tutto con un uso del ralenti così assassino e brutale.