Il primo spin-off di Guerre Stellari viaggia fra i paesaggi contemporaneamente desolati e rigogliosi di un pianeta che sembra la nostra Islanda, con il più classico dei traumi infantili melodrammatici, e attraverso quelli che paiono una fusione tra il sabbioso sbarco in Normandia e il caotico attacco a Pearl Harbour in un pianeta che sembra Bora Bora. In mezzo c’è la storia di una bambina diventata ragazza, cresciuta con forti problemi di paternità da quando ha visto la madre morire e il suo unico genitore rimasto allinearsi alle fila dell’Impero, impiegato nella progettazione della Morte Nera. È insomma venuta su rabbiosissima Jyn, non guarda in faccia a nessuno, né sposa alcun partito, almeno fino a quando scopre di poter forse rivedere suo padre se dà una mano ai ribelli.

Come prevede il canovaccio di Guerre Stellari sullo sfondo di questa storia di paternità difficile infuria il grande conflitto bellico tra Impero e Alleanza (che poi sono i ribelli). Con tantissima azione individuale ma anche un gusto anni ‘60 per il cinema militare su larga scala, quello di uomini piccoli piccoli ed esplosioni molto grandi, di soldati con la radio che cercano di inviare messaggi mentre altri si sacrificano romanticamente per il battaglione, Gareth Edwards tiene solidamente le redini di quello che a tutti gli effetti è un period movie. Rogue One si svolge poco prima di Episodio IV (quanto poco prima sarà molto chiaro alla fine del film e il coraggio che hanno avuto nell’avvicinarsi strappa l’ultimo meritatissimo applauso prima dei titoli di coda), ha a che vedere con i piani della Morte Nera e dunque riprende tutto il design di quel film. Capigliature, oggetti, giubbotti, baffi, basette ma anche abiti, tute, divise, elmetti, elettrodomestici, mobilio, interni fino alla grafica della tecnologia, tutto è anni ‘70 come lo era in Episodio IV. Questo è un film in costume e come tale è perfetto. Rogue One: a Star Wars Story

Pieno di azione e parco nel mostrare Darth Vader, Rogue One è un impeccabile pezzo di raccordo che si incastra al resto della saga con una perfezione che, letteralmente, stupisce e forse, proprio per questo, si ferma un passo prima del capolavoro. Nonostante abbia dei personaggi disegnati molto bene (ce ne vuole per mettere in scena una protagonista così canonica ma anche così convincente, ed è perfetto il volto bello ma antipatico di Felicity Jones), nonostante ripari alcuni torti (Diego Luna è un avventuriero che fa proprio quello che Han Solo non fa più nelle versioni nuove della saga), nonostante faccia un buon uso dei comprimari (Donnie Yen viene messo a frutto e non sprecato come spesso capita agli attori di fisico come lui) e centri i consueti personaggi macchietta (c’è un robot dal design miyazakiano stranamente umano) a Rogue One manca il fascino.

Questo film tutto spirito militaresco e razionalismo, in cui la Forza è una mitologia lontana di cui vaneggia un cieco che forse la padroneggia ma probabilmente si è fermato un po’ prima di conoscerla davvero, compie un’operazione mimetica inserendosi nella mitologia di un’altra opera come un gigantesco contenuto extra, un’immensa scena tagliata via dall’inizio. Il risultato è la perdita di ogni senso del mistero e della fascinazione.
Lungo tutta la storia otteniamo tantissime risposte e precisazioni,  ci vengono forniti dettagli anche su elementi lasciati in sospeso nel 1977, ma non vengono poste altre domande, non c’è nessuna zona d’ombra a stimolare un po’ di appetito. Se Episodio VII come è giusto che sia tiene avvinti rilasciando solo informazioni parziali (che storia ha Rey? Che farà Kylo Ren? Perché Luke Skywalker era scappato?), Rogue One invece colma tutte le lacune. Se ne esce quindi soddisfatti, per aver visto un gran film di guerra tradizionale e moderno al tempo stesso ma anche per aver sanato il desiderio di sapere, però non con gli occhi pieni di sogni.

NOTA: Per un problema con la proiezione del film nel cinema in cui è stato mostrato alla stampa l’abbiamo visto nella versione in 2D