I rifiuti tossici, l’origine rocambolesca, la difficoltà ad accettare e capire i superpoteri e poi il trauma e la decisione di dove schierarsi mentre dall’altra parte nasce anche una nemesi. Niente di più classico, alla base di Lo chiamavano Jeeg Robot c’è lo svolgimento fumettistico per eccellenza, senza contaminazioni o intrusioni. A rendere tutto credibile in uno scenario italiano (Roma) è una scrittura di equilibrio impeccabile, che traduce i personaggi tipici nei loro equivalenti da malavita romana, che gioca tantissimo sul contrasto tra l’immaginario dei fumetti e la bassezza del dialetto e dell’atteggiamento romanesco nei confronti di tutto ciò che è strano e diverso (cioè una totale impermeabilità) e addirittura inventa una storia d’amore plausibile nella sua assurdità. Forse gli si può appuntare una lunghezza nell’ultima parte ma di fronte al traguardo raggiunto appare come una piccolezza.

Gabriele Mainetti (regista), Menotti (sceneggiatore) e Nicola Guaglianone (sceneggiatore) sono riusciti là dove nessuno aveva osato, nella più semplice e più complessa delle operazioni: realizzare un film di puro intrattenimento e azione, un film alla moda e al tempo stesso originale all’interno del sistema italiano.

Lo chiamavano Jeeg Robot è un film dallo spirito indipendente con dei buoni e necessari effetti speciali (ma non perfetti), con due nomi di buon richiamo (Claudio Santamaria nel ruolo protagonista, Luca Marinelli nel perfetto ruolo di villain, viene da pensare che solo lui potesse giocare su quel crinale tra caricatura e concretezza), con sparatorie, bombe, risse e suspense. Fino a ieri un film simile fatto in questo paese era un miraggio. Oggi è realtà.

Lo chiamavano Jeeg Robot ha capito che per dare plausibilità a tutto questo servono non solo battute coerenti ma anche uno scenario più grande, un presente in cui Roma è costantemente preda di attacchi terroristici e in cui la malavita è un mondo, con gerarchie, cattivi e diversi strati di potere. Ma se la storia ha il coraggio di non voler essere niente altro se non un genere preciso, ha la ragionevolezza cioè di non contaminarsi con critiche sociali, eccessiva autorialità (non è Il ragazzo invisibile) o troppa commedia, dall’altra parte Mainetti fa un lavoro meticolosissimo di vera regia, cioè di narrazione per immagini, limitando le parole come può e scegliendo di lavorare di montaggio e fotografia ma soprattutto di casting. Non solo i protagonisti sono in tono ma anche le spalle come Ilenia Pastorelli, semplicemente perfetta (e presa dal Grande Fratello 12).

L’impresa impossibile era quella di trovare un connubio tra Romanzo Criminale e il cinema di supereroi, rendendosi bene conto di quanto tutto ciò possa essere a tratti comico e abbracciandone il paradosso. Quindi posizionandosi bene all’incrocio tra il serio e il divertente Mainetti si viene a sedere in mezzo al pubblico per ridere ed emozionarsi, invece di avere la boria di proporre qualcosa che guardi gli spettatori dall’alto verso il basso.