Con uno spunto come quello di The Bye Bye Man sarebbe necessario un film incredibile per raggiungere anche solo la sufficienza.

C’è un’entità maligna che si palesa solo se si nomina, per farla fuori per sempre basta che il suo nome sia dimenticato e mai più pronunciato. Questo regolarmente non avviene perché qualcuno ha inciso quel nome nel fondo di un cassetto. L’entità stessa farà di tutto perché quel fondo sia scoperto (quindi l’entità ha un potere a prescindere dall’essere nominato ma limitato a quanto pare). Una volta pronunciato il nome Bye Bye Man (locuzione che facilmente può essere detta anche per altri motivi) il soggetto comincia a soffrire di allucinazioni, crede di vedere cose che non ci sono e quelle visioni lo spingono all’omicidio.

La dinamica delle visioni è presa di peso da Oculus, ma chiaramente manca tutto il lato di montaggio, vendetta e viaggio avanti e indietro nella memoria che dava forza a quel film (ma anche solo le trovate visive di scambio tra allucinazione e realtà non sono a livello), invece l’intreccio che dà sostanza e credibilità all’ingranaggio fa acqua da tutte le parti. La minaccia è mostrata come potente ma anche battibile con grande facilità, sempre attiva non si sa bene perché ma non in grado di uccidere fino all’arrivo del nome. Non va meglio con i tre ragazzi che la combattono, uniti dall’essere fidanzati o coinquilini ma privi di personalità reali, puri sparring partner per il maligno.

Il peggio di sé però The Bye Bye Man lo dà quando è il momento di spaventare (e quando si misura con effetti visivi basilari). Un paio di buone trovate come l’accappatoio appeso al muro, le porticine piccole della soffitta o gli occhi del cane che brillano nel buio annegano in un ritmo blando e addosso a personaggi le cui motivazioni, il cui compito e la cui missione non è mai così concreta da far percepire allo spettatore lo sforzo incredibile di sfuggire alla morte. Che poi è il cuore del cinema dell’orrore. Sono condannati e non è solo che lo sappiamo, lo vediamo nella poco voglia con cui si danno da fare.

Questo film diretto con encomiabile sforzo da Stacy Title e scritto senza nessun impegno da Jonathan Penner, dimostra solamente come l’idea alla base dello stile Blumhouse (chiudere i personaggi in una casa e far avvenire lì l’orrore) non possa essere imitata senza affiancare anche quella medesima determinazione nel trovare nuovi modi per mettere paura con la messa in scena, per giocare con gli angoli bui e le possibilità di un ambiente ristretto.