A dispetto del titolo, The War – Il Pianeta delle Scimmie non è propriamente un film di guerra.

Ma, forse, è proprio questo il suo maggiore punto di forza. Soldati e battaglie sono il sottofondo di un contesto che lo spettatore già conosce o che può apprendere nelle poche righe del prologo. Il terzo capitolo della saga di Cesare è un’efficace parabola che parte in open world, tra grandi spazi nei quali cavalcare, andando lentamente a chiudersi in anfratti e pertugi sempre più angusti, pronti a ricordare al pubblico quanto sia importante la libertà.

Nei capitoli precedenti, l’evoluzione delle scimmie ha già mostrato una serie di passaggi socio-culturali “contaminati” dalle storture politiche tipicamente umane: divisioni, sete di potere, geopolitica degli interessi, fine che giustifica i mezzi, semplice gelosia. Tirare le somme di un discorso così ampio porta implicitamente a una conclusione estrema: il rischio più grande dell’uomo può essere proprio quello di creare una specie a sua immagine e somiglianza. Con un’antropologia così poco lusinghiera è dunque inevitabile, anche nelle nuove Scimmie, una tendenza all’autodistruzione?

La carne al fuoco è davvero tanta e Matt Reeves, che ha poco più di due ore, fa quindi più che bene a incasellare un gran numero di riferimenti – molti dei quali smaccatamente biblici – in una trama opportunamente semplice e lineare. Anche perché il suo film scomoda più o meno tutto: crocifissioni, flagellazioni, l’esodo di un popolo eletto e persino una sequenza che ricorda Ben-Hur, nella quale viene dato da bere a chi sta morendo di sete.

Nel capitolo che vuole essere l’apoteosi dello scenario post-apocalittico della saga, Reeves pesca a mani basse da un moltitudine di titoli, da Il Gladiatore a Schindler’s List, e ne ricompatta i riferimenti in un immaginario del tutto derivativo: dal passaggio di Cesare tra i soldati in trincea, con le truppe che lo venerano riconoscendone la leadership (al netto dei “Generale!” esclamato dai fedelissimi di Massimo), fino alla banalità del male riassunta in un villain che santifica (letteralmente) la sua guerra per poi farne una questione di pura e semplice contrapposizione frontale.

Tra le peculiarità del film di Reeves c’è un primo atto silenzioso che fa grande affidamento sulla narrazione ambientale. In un film di poche parole e molti sguardi, ciò che gli umani scrivono sui loro elmetti e su ciò che resta del loro mondo racconta una specie fatta di reduci ancora in guerra e di combattenti inespressivi. A Reeves, in sostanza, non interessiamo più granché come uomini: siamo il residuo secco di chi non è riuscito a trovare una sintesi capace di trasformare una specie in una civiltà. Chi è diverso, non a caso, non possiede l’uso della parola e si chiede se debba essere etichettato come umano o come primate.

La seconda parte, nella quale Reeves sguinzaglia il sottobosco di trame e sottotrame generate dalla genialità e dalla disperazione dei primati, è letteralmente un diluvio di contenuti condensati e compressi: rabbia, dubbio, vendetta, annullamento, redenzione si alternano in un vortice impazzito come se il secondo atto avesse “assorbito” un quarto film. La soddisfazione nel vedere il tono generale cambiare registro è molta. Tutto decolla spontaneamente in ritmo rassicurando il pubblico: la terza impresa di Cesare sarà sì una parabola, ma anche un’epopea di buoni e di cattivi.

A Reeves, ancora una volta, non interessa mostrare quanto sia sporca la guerra: con una carrellata a volo d’uccello sulla battaglia iniziale si libera della necessità di ricordarci quanto tutto sia già andato in malora. Dove centra pienamente il bersaglio è proprio nel ricucire quel delicatissimo filo che lega le sue scimmie a ciò che vorrebbe che fosse la razza umana: una specie terribilmente emotiva che, all’occorrenza, sa imbrigliare i propri demoni e sopravvivere a se stessa.