Chi conosce già Alessandro Bergonzoni, il suo stile, la sua comicità e la maniera inconfondibile in cui mescola parole e senso, sa bene due cose: è divertente ed è denso.
Urge è uno spettacolo teatrale che ora arriva nelle sale cinematografiche. Non è un adattamento per il cinema ma la ripresa dello spettacolo e in questo sta un problema molto grosso: ha i contenuti di Bergonzoni senza la presenza di Bergonzoni.

Passato attraverso radio, televisione, libri e ovviamente teatro, lo stile grammaticalmente delirante di questo autore è tanto coinvolgente e universale quanto faticoso. Ogni mezzo sembra poter digerire una sua quantità di Bergonzoni, in maniera direttamente proporzionale a quanto la parola è lasciata a se stessa. Il continuo lavoro su più piani di senso, il continuo gioco di parole, lettere, fonemi o anche solo sillabe può essere sfiancante senza un aiuto visivo. 20 minuti di Bergonzoni sono un tour de force, un’ora e mezza può uccidere.

Al lunghissimo monologo tra sogni, progetti di film, speranze e racconti fatto nella versione cinematografica di Urge manca la forza fisica di Bergonzoni. Se al teatro la presenza effettiva dell’autore che recita il proprio monologo aiuta a seguire, dà un effetto e una tensione diverse, questo film non riesce a rendere quell’elettricità data dalla prestazione (come sempre impressionante) di chi recita.

Abbandonati al fluire del monologo ci si sente quasi sperduti e disorientati già a poco dall’inizio di questo fiume di parole, frasi e concetti spesso sconnessi altre volte connessi in maniere esilaranti ma comunque imprevedibili.
Accade quindi che per lunghi tratti del film una certa fatica, se non proprio noia, abbia la meglio, spezzata di tanto in tanto da attimi fulminanti e passaggi che spiccano per inventiva e coinvolgimento (è il caso dell’improbabile progetto filmico). Troppo poco e troppo ingiusto per il genio di Bergonzoni.