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Il buio nell'anima
Recensione a cura di Darya Papazian
| Titolo | Il buio nell'anima |
| Regia | Neil Jordan |
| Cast | Jodie Foster, Terrence Howard, Naveen Andrews |
| Uscita | 28 settembre 2007 |
Decisamente Neil Jordan, regista irlandese specializzato nel raccontare di personaggi intrigantemente ambigui, (La Moglie del Soldato, In Dreams, Breakfast on Pluto solo per citarne alcuni) aveva questa volta tutto servito su un piatto d’argento: un soggetto con forti e difficili tematiche, una protagonista nata per interpretare il ruolo della persona qualunque che precipita in un girone infernale, una produzione affidata alle sapienti mani del Mida di Hollywood Joel Silver. Che cosa mai è andato storto?
Certamente, la tematica dell’evento traumatico che trasforma anche gli individui più miti in creature tormentate e vendicative non è una novità, e il fatto che in questo caso ci sia una donna nel ruolo di giustiziere (ruolo che nell’immaginario generale viene quasi esclusivamente attribuito agli uomini, perché le donne “non uccidono a caso, ma uccidono solo chi amano”) di questi tempi non è neanche più motivo di stupore: sempre più spesso il cinema d’azione e horror ci presenta forti protagoniste femminili, grazie anche a furbe strategie di marketing che vedono nelle graziose e toste fanciulle un motivo d’attrazione in più per il pubblico maschile, ancora principale consumatore di quei generi.
Jodie Foster, interprete sempre sopraffina, ritorna a impersonare una donna vittima di un brutale attacco (ricordate il durissimo Sotto Accusa?). Vittima il cui Destino beffardo, come se le percosse e la perdita del suo amato non fossero già abbastanza, mette di fronte ad un nuovo ed inaspettato episodio di violenza che muterà il suo stato di impotenza e terrore in una nuova condizione tanto brutale quanto indispensabile per riuscire a colmare un vuoto interiore che non trova pace.
Così, gradualmente, anche a fronte dell’indifferenza di forze dell’ordine che sanno solo recitare meccanicamente frasi simpatetiche identiche per tutti, Erica Bain scomparirà lasciando posto ad una persona solo esteriormente identica a lei, una sorta di nemesi che non permetterà più alla vecchia sé di subire. L’incontro, per nulla casuale, e il conseguente legame di amicizia con un detective, Mercer, dall’anima anch’essa tormentata, interpretato dall’ottimo Terrence Howard, (che il pubblico italiano ricorderà come l’odioso marito di Thandie Newton nel pluripremiato Crash), potrebbe segnare per Erica un punto di svolta e una presa di coscienza, ma è ormai il suo processo di trasformazione arrivato ad un punto irreversibile?
Jordan usa il facile escamotage della narrazione di Erica fuori campo, soluzione narrativa che, come per il flashback, è troppo spesso abusata nei film quando c’è povertà d’inventiva negli script e qui parzialmente mascherata dal fatto che la protagonista è una radiocronista e pecca di faciloneria nello sviluppare la prima scena d’aggressione prevedibile dalla sola location nel Central Park di notte. Per non parlare di un’imbarazzante sequenza di sesso in montaggio alternato che fa da contrasto alla condizione moribonda di Erica con la sua idilliaca vita precedente. In più non si sottrae dal cliché dell’amica di colore, che da brava voce della coscienza parla solo per dire verità assolute, un personaggio che francamente non era per nulla necessario alla trama.
Tuttavia il film, per tutta la sua prima parte, riesce a coinvolgere efficacemente lo spettatore nel calvario della protagonista, la scena nel drugstore è forse la parte più riuscita del film, e successivamente a renderlo sempre più partecipe e curioso di quale sarà la sua risoluzione. Ma proprio nel finale ecco che Jordan cade rovinosamente: quello che doveva essere un momento definitivo, spiazzante e liberatorio si trasforma in una sequenza al limite del ridicolo involontario: i personaggi perdono totalmente di coerenza con tutto quello che si sono professati in precedenza, soprattutto Mercer. La sua scelta finale non è supportata da nessuna solida base logica, difficile credere che, da persona retta che è, sarebbe disposto veramente a compiere un atto tanto stupido e rischioso per una persona che in fin dei conti conosce così da poco tempo.
Così lo spettatore si ritrova alla fine della visione insoddisfatto e beffato, con l’interrogativo di quale messaggio, positivo o negativo, debba trarre dalla visione. Ed è un vero peccato, perché il film aveva parecchio potenziale per diventare un ottimo studio sull’argomento della violenza che può generare solo altra insensata violenza e Jodie Foster è veramente memorabile in un ruolo difficilissimo che sa abbracciare con rara sensibilità e introspezione.
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