Anna Falchi vuole produrre Sorrentino. Embé?

11 March 2010

Certe notizie andrebbero messe nella categoria ‘E chi se ne frega’, dal nome di una storica rubrica del leggendario settimanale Cuore. Però è sempre divertente vedere come ci si accapiglia per il nulla. Esempio concreto: Anna Falchi che dichiara di voler produrre un film di Sorrentino, che per lei è “il regista ideale e se non potessi averlo, vorrei scoprire un regista come lui”.

Non si capisce esattamente dove sia la notizia. Intanto, che la produttrice di Due vite per caso, Ce n’è per tutti e Nessun messaggio in segreteria (film notoriamente fondamentali) debba lavorare con quello che è forse il regista italiano più eccitante in circolazione è discutibile. Ma soprattutto, da quando i desideri diventano materiale interessante per i mass media? Io, per esempio, vorrei produrre Avatar 2, ma temo che Cameron abbia altri progetti. Altrimenti, fatemi sapere…

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Variety licenzia Todd McCarthy

9 March 2010

Di critici cinematografici che hanno perso il lavoro negli Stati Uniti ce ne sono tanti, ma quando la pubblicazione più prestigiosa di Hollywood fa fuori il suo principale (e più costoso) dipendente non si può far finta di niente, tanto che molti ‘rivali’ stanno già parlando di “fine di Variety”.

Todd McCarthyLa realtà, come era già stato detto qui, è che certi stipendi a sei cifre sono ormai insostenibili considerando che il loro valore di mercato è ormai fortemente diminuito, soprattutto visto che si può fare tutto con dei freelancer (neanche a bassissimo costo, visto che Poland parla di 100-200 dollari a recensione).

Più che altro, come si può leggere in questo memo interno, l’impressione è che la linea editoriale-economica di Variety sia confusa. Si parla di ignorare i blogger e si dice che cercano invano di rubare loro lettori (più che invano, direi che ormai lo hanno fatto). E d’altronde si dice che la rivista è in attivo, cosa che allora non giustificherebbe i pesanti licenziamenti in corso per il secondo anno di seguito.

Per sintetizzare, dopo la brutta storia della recensione sparita per 400.000 dollari (che ha portato a delle scuse francamente puerili e poco convincenti), si ha l’impressione che a Variety ci stiano capendo poco di quello che succede nel mondo. In bocca al lupo, ne hanno veramente bisogno…

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Eli Roth: da amare o da odiare…

8 March 2010

Articolo straordinario quello di Melissa Lafsky, alias Horror Chick. O meglio, straordinario se condividete l’opinione estremamente negativa che ha/abbiamo di Eli Roth, altrimenti potreste incazzicchiarvi parecchio. Ma cosa dice di importante la Lafsky nel suo articolo?

Roth è indifendibile. La sua personalità, le azioni e la sua mole di lavoro rappresentano la vittoria di un mix discutibile di fortuna e circostanze che confermano la situazione decisamente fallimentare del Sogno americano. [...] (Dopo Cabin Fever, NdR), il resto della carriera di Roth (compreso il successo di Hostel) poggia sulla mossa incredibilmente fortunata di essere diventato la scimmietta sulla spalla di Quentin Tarantino.

Eli RothMa come potete leggere nel resto dell’articolo, le critiche non vanno tanto alla sua attività di regista (discutibile, ma accettabile) quanto soprattutto all’attività di attore in Bastardi senza gloria. Mi conferma che non deliravo (almeno su questo punto) quando nella recensione ho scritto:

L’idea peggiore, come era ovvio, è stata la scelta di Eli Roth per un personaggio dai connotati bigger than life, una leggenda che incute timore tra i tedeschi. Chi, Eli Roth, che recita in maniera imbarazzante e che avrebbe problemi anche a leggere l’elenco del telefono? Ma mi faccia il piacere.

In effetti, come sostiene la Lafsky, è imbarazzante vedere un attore che sembra ridere in faccia allo spettatore e sentirsi fico perché fa parte di una pellicola del genere. E, soprattutto, non si capisce quale dovrebbe essere il suo carisma interpretativo nel dar vita a un ruolo sulla carta leggendario e che peraltro si deve confrontare con prove importanti come quelle di Melanie Laurent e soprattutto Christoph Waltz. Insomma, ancora adesso (per esempio alla premiazione dei SAG) il suo ghigno sarcastico mi fa incazzare. Siamo malati io e la Lafsky? Può essere….

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By the People – The Election of Barack Obama

4 March 2010

Qualsiasi siano le vostre idee politiche, è innegabile che l’elezione a Presidente degli Stati Uniti di Barack Obama nel 2008 sia stata una delle storie più interessanti e avvincenti avvenute negli ultimi decenni. Così, approcciando il documentario By the People – The Election of Barack Obama, mi sono detto che una vicenda del genere era impossibile non tirar fuori un buon prodotto.

By The People: The Election of Barack ObamaMi sbagliavo e di brutto. Intanto, è chiaro che si tratta di un documentario ‘exploitation’, uscito soprattutto per sfruttare il momento. La cosa è chiarissima vedendo come è strutturato questo prodotto: buona parte del tempo si parla della fase per diventare candidati del Partito democratico, ma poi si affronta con molta superficialità sia la sua designazione come sfidante di John McCain che la corsa per la Presidenza vera e propria.

Ma il difetto maggiore (e imperdonabile) è che dell’energia straordinaria sprigionata in quel periodo, da una corsa che ha coinvolto miliardi di persone in tutto il mondo, si ottiene un prodotto moscio e assolutamente poco emozionante. Almeno potevano inserire Fake Empire dei National. Bei tempi quando la HBO, invece di produrre cose del genere, portava avanti I Soprano e altre serie storiche…

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The Most Dangerous Man in America: Daniel Ellsberg and the Pentagon Papers

2 March 2010

Visto che vi abbiamo già parlato di tre documentari nominati all’Oscar 2010 (Burma Vj, The Cove, Food, Inc), è interessante scoprirne anche un quarto, che curiosamente sembra ricordare nella parabola di Daniel Ellsberg, un consigliere del Pentagono che all’inizio appoggiava la guerra in Vietnam, un po’ quella del protagonista di The Cove. Infatti, Ellsberg nel 1971, disgustato per le bugie raccontate da cinque presidenti diversi sull’impegno in Asia (e in particolare nella guerra in Vietnam), passa a diversi giornali dei documenti top secret che svelano questi inganni.

La locandina del documentarioNe segue un dibattito fondamentale sulla libertà di stampa (all’inizio, giornali come il New York Times e il Washington Post vennero bloccati dai giudici, per poi ricevere il via libera dalla Corte Suprema), ma anche l’inizio della fine dell’era Nixon, considerando che la stessa squadra che fece irruzione al Watergate intanto spiava anche Ellsberg.

Come tutti i prodotti della BBC, c’è una grande professionalità nel lavoro svolto e va notato l’impegno nel trovare e mettere insieme materiale d’archivio così interessante. Detto questo, non è difficile capire perché tanti addetti ai lavori non lo reputano in grado di vincere agli Oscar. Si tratta, tutto sommato, di una lezione di storia (utilissima, s’intende), che però forse mette troppa carne al fuoco e non presenta vere emozioni, così come non offre una grande creatività a livello registico. Insomma, decisamente un gradino o due sotto gli altri titoli menzionati, anche se comunque rimane un prodotto discreto…

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The Young Victoria

1 March 2010

Vedendo certi film, ti viene da pensare che l’unico motivo per cui siano stati fatti è vincere l’Oscar per i miglior costumi. Nel caso di The Young Victoria va detto che almeno il lavoro di Sandy Powell sembra il favorito alla statuetta e quindi l’obiettivo è raggiunto. Ma per il resto, difficile trovare motivi di interesse in questa produzione.

The Young VictoriaSperavo almeno che la presenza di Emily Blunt risollevasse la pellicola, come era successo per Wolfman, ma non è stato così (anzi, viene proprio da pensare che la candidatura ai Golden Globe sia stata un mezzo regalo). Il suo collega Rupert Friend, invece, sembra una sorta di Robert Pattinson dei poveri: due espressioni e quando sorride è decisamente meglio l’originale.

Per il resto, c’è tutto quello che richiede l’etichetta: palazzi sontuosi, tavolate infinite, parenti serpenti, intrighi di corte, regnanti non proprio lucidi (qui c’è Giorgio III, che quindici anni fa era stato oggetto di una pellicola sulla sua pazzia) e ovviamente un cagnetto simpatico, che ci sta sempre bene. Chi invece non sembra proprio a suo agio è il regista Jean-Marc Vallée, che non sembra la persona giusta al posto giusto. Ci si chiede come Martin Scorsese abbia potuto produrre sta’ roba. Nel caso aveste ancora dei dubbi: no, non è L’età dell’innocenza

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Variety si censura per soldi

27 February 2010

Decisamente un brutto colpo alla reputazione di Variety l’articolo del sito Gawker (ripreso da molti, tra cui In Contention), che accusa la storica rivista di aver cancellato una recensione sfavorevole per favorire un film che aveva portato nelle loro casse ben 400.000 dollari.

Roy ScheiderLa pellicola in questione si chiama Iron Cross, è l’ultimo prodotto in cui è stato impegnato il compianto Roy Scheider e puntava a venir riconosciuta agli Oscar, tanto da decidere di spendere una cifra notevole per le pubblicità su variety. Così, quando un recensore freelance, Robert Koehler, ha massacrato il film (la sua recensione è ancora disponibile nella cache di Google, ma come si può vedere, non più qui), sono sorti dei grossi problemi.

Per questo, dopo aver sentito le lamentele dei produttori, l’editore di Variety Brian Gott ha ordinato l’eliminazione dell’imbarazzante pezzo. D’altronde, il film era anche stato presentato a una serie di proiezioni organizzate da Variety, una rassegna che normalmente è riservata solo ai veri candidati all’Oscar, lasciando molti spettatori confusi (ma adesso dovrebbe essere tutto chiaro).

Quello che lascia più perplessi è il modo in cui è stata gestita tutta la faccenda. Ci si chiede perché, se gli standard (vergognosi, s’intende) di Variety sono quelli di favorire i grossi investitori, non sia stato mandato alla proiezione un recensore importante della rivista, magari indottrinato a dovere. Per carità, non sarebbe certo stata una soluzione onorevole e conforme ai dettami del buon giornalismo, ma di sicuro molto meglio della figuraccia che è stata fatta. Anche perché, semplicemente, in quel modo nessuno avrebbe saputo nulla…

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I soldi sono tutto?

26 February 2010

Aveva iniziato Harrison Ford, che con la sua solita franchezza ha sempre affermato che per lui recitare è un lavoro e che il denaro guadagnato è alla base delle sue scelte. Ma quest’anno, la regina del “prendi i soldi e non scappare, anzi vanne orgogliosa” è senza dubbio Mo’nique. L’attrice di Precious, che quasi sicuramente otterrà tra poco la statuetta di miglior non protagonista agli Oscar, all’inizio della stagione dei premi non ha partecipato ad alcune cerimonie perché… non è stata pagata. Come ha detto all’AP (ripresa dall’Huffington Post e da Hollywood Elsewhere):

Mo'niqueQuando esco di casa, vengo pagata per questo, quindi non ero preoccupata dei soldi. Loro hanno semplicemente detto “Mo’nique, non possiamo pagarti per questo”. E allora io ho replicato “ok, allora non è una cosa che possiamo fare”. Quando esco di casa, perché dovrei fare qualcosa gratuitamente quando invece potrei portare dei soldi a casa alla mia famiglia?

Discorso apparentemente ineccepibile, ma con due grosse falle. Intanto, a mia conoscenza, nessuno viene pagato per fare promozione alla propria interpretazione e vincere dei premi (che portano a una bella pubblicità gratuita e a contratti più ricchi), soprattutto da parte di una piccola produzione come quella di Precious. Ovviamente, la casa di distribuzione si accolla le spese (non bassissime peraltro, tanto che qualcuno preferisce lasciar perdere), ma pagare? E poi, capirei il discorso del portare i soldi alla famiglia da parte di un operaio, ma queste star che hanno messo da parte ingenti fortune perché assumono un atteggiamento vittimista, come se avessero problemi ad arrivare a fine mese? Comunque, avendo visto la sua interpretazione, penso sia il classico esempio di ruolo perfetto per lei, ma che la strada di attrice non sia quella più attinente alle sue capacità. Ergo, riusciremo a sopravvivere anche senza di lei…

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Niente complotto neanche per The Road

25 February 2010

Ieri avrete letto che anche The Road è stato finalmente comprato e avrà un distributore italiano, la Videa-Cde (nome che ultimamente è balzato agli onori delle cronache, visto che un anno e mezzo fa comprarono e distribuirono un film chiamato… The Hurt Locker). The RoadI più attenti ricorderanno come, qualche mese fa, una paginata di Repubblica (con richiamo dalla prima) si lamentava del fatto che nessuno lo avesse comprato, lanciando una polemica un po’ assurda.

Infatti, mentre a leggere i giornali sembra sempre in questi casi che ci sia dietro qualche complotto (vedi anche l’affaire Agora, che non doveva uscire per colpa del Vaticano, ma che invece arriverà ad aprile per Mikado) e non invece una banalissima questione di domanda e offerta. Quanto vogliamo scommettere che il prezzo per The Road chiesto a Berlino dalla Weinstein Company fosse decisamente inferiore a quello che si pretendeva a Venezia?

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The Hurt Locker ha l’Oscar in pugno?

24 February 2010

Diversi commentatori, dopo i recenti successi di The Hurt Locker ai Bafta e ai WGA, hanno giudicato chiusa la gara per i premi principali agli Oscar, in particolare per il miglior film (sulla regia, è impossibile trovare qualcuno che dia perdente la Bigelow e in effetti…). Ma è proprio così? Su Awards Daily, è uscita una statistica interessante, che mostra come in passato, nelle sette occasioni in cui un film ha vinto i premi dell’associazione dei montatori, dei registi e degli sceneggiatori (come avvenuto quest’anno per The Hurt Locker), poi ha ottenuto il massimo riconoscimento agli Oscar.

The Hurt LockerTuttavia, se lo status di favorito della pellicola della Bigelow è ormai innegabile, fa fatta un po’ di attenzione. Intanto, non è corretto considerare fondamentali le vittorie ai Bafta e ai WGA. Nel primo caso, perché il premio inglese non è mai stato un indicatore decisivo. Nel secondo, perché ai WGA mancavano titoli importanti non eleggibili (soprattutto Bastardi senza gloria).

E poi, come giustamente nota Sasha Stone, questo è il primo anno in cui ci sono dieci candidati e un sistema diverso di votazione. Aggiungo io: Avatar non ha nessun indicatore (candidature per la sceneggiatura e gli attori completamente assenti) che lo dovrebbero vedere vincitore. Ma non c’era neanche un indicatore per capire che avrebbe fatto 2,5 miliardi di dollari (and counting)…

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