I blog, i quotidiani e l’ombelico
18 giugno 2009Si dice spesso che i blogger parlano del proprio ombelico e rimangono chiusi nella loro sfera personale. Accusa talvolta vera, quindi per insegnare ai blogger come si scrive per il lettore con dati oggettivi e con un’analisi che rimane saldamente ancorata all’argomento della discussione prendiamo Tullio Kezich e la sua recensione di Martyrs pubblicata sul Corriere della Sera:
Quando ero ragazzino un mio zio, che ogni tanto mi portava al cinema, annunciò: “Oggi andiamo a vedere Frankenstein”. Ma bastò una sbirciata al Mostro sogghignante sul manifesto per risolvermi a non entrare. Dopo avermi trattato da vigliaccone, lo zio invitò un mio coetaneo, un certo Toffoli: “Lui sì che è coraggioso!”. Conclusione: il giorno dopo appresi che i signori Toffoli erano stati costretti a chiamara il medico perché il figlio, dal momento in cui aveva visto l’incespicante Boris Karloff calpestare il velo della sposa, non smetteva di tremare come una foglia.
Kezich poi prosegue spiegandoci che amerebbe molto mandare qualcun altro a vedere i film horror, pontifica sulla televisione che fa vedere i massacri e poi arriva a Martyrs. Ovviamente, ci viene raccontata tutta la trama, con il solito escamotage del “non aggiungo altro, se non…”, per finire con quattro righe di valutazione che ci fanno capire che Kezich non ama il genere del torture porn (e qui potrei anche concordare).
Cosa abbiamo insomma? Un’introduzione che può essere adottata per qualsiasi film horror/thriller, un linguaggio aulico e tanta trama ripresa dal pressbook. Il giudizio di Kezich? Non ama i film di paura. Mentre i blogger possono imparare a scrivere grazie al decano della critica italiana, invitiamo il responsabile di spettacolo del Corriere a evitare in futuro queste torture al povero giornalista. Hai visto mai si rivolgesse ad Amnesty International…

Aaaah, l’ho letta anch’io quella recensione. Almeno il Mereghetti parla dei film e se si perde lo fa confrontandoli con altre pellicole. Kezich invece su 4 colonne di recensione, delle quali una alta una spanna, le altre un po’ più della metà di questa, tre quarti della colonna alta sono usati per raccontare dell’episodio di infanzia (capisco il concetto che si vuole comunicare, ma il dono della sintesi può servire); parte poi a chiedersi cosa piaccia, cosa attiri nel torture porn, discorso sensato perché si intuisce che l’autore odi il genere (e di conseguenza inizi a dedurre il giudizio sul film). Poco dopo però inizia una digressione sugli orrori del reale e della tv che davvero non ha nessuna giustificazione se non ‘e io come tiro altre tre colonne? Vabbè, inventiamoci qualcosa’.
E poi via, fino alla penultima colonna compresa a raccontare il film: giusto, per carità, io stesso non avevo idea di cosa narrasse, tuttavia il concetto di ‘dono della sintesi’ ritorna. Ultimissima parte viene usata per far notare il mutamento di registro tra la prima e seconda parte del film, unico giudizio simil-tecnico di tutta la recensione.
Molte grazie, Tullio, ma di cose assolutamente superflue in un film come regia o recitazione proprio nessuna parolina? Anche solo per dire che fanno pena, eh.
Perché altrimenti per raccontare un episodio della mia infanzia (posso anche inventarlo, tanto chi va a controllare?), fare una tirata demagogica sulla tv, dilungarmi nel raccontare la trama, per concludere con qualche parolone… be’, Corriere della sera, here I am! Aspetto un contratto, ditemi solo il film di cui parlare!
Direi che sta proprio messa bene la critica italiana… Che recensione assurda