American Prince / American Boy: A profile of Steven Prince

17 ottobre 2009

Decisamente, un prodotto curioso, formato da due documentari distinti (e distanti, praticamente trent’anni) sullo stesso personaggio. Trattasi di Steven Prince, che soltanto per aver lavorato come attore a Taxi Driver (era quello che vendeva la pistola a De Niro in una stanza d’albergo, tentando peraltro di spacciargli anche qualche altra droga), a New York, New York (aveva girato anche delle scene del film, come rivela nel secondo documentario, poi tagliate) e L’ultimo valzer (di cui era produttore associato).

Tutto nasce da un documentario del 1978 di Martin Scorsese, Ragazzo americano (American Boy: A Profile of Steven Prince), che racconta in un lungo monologo-confessione alcuni punti della straordinaria storia di quest’uomo, alle prese con droghe di tutti i tipi e con situazioni estreme. Tra quest’ultime, il fatto di aver dovuto fare un’iniezione di adrenalina a una ragazza andata in overdose. Ricorda qualcosa, vero? In effetti, è proprio da questo racconto che Quentin Tarantino ha preso spunto per la classica scena di Pulp Fiction con Uma Thurman e John Travolta.

Ma la cosa interessante è che Tarantino ha chiaramente attinto non solo da questa particolare vicenda, ma anche dalla figura stessa di Prince. Basta fare attenzione al modo in cui parla e gesticola, per capire che tanti personaggi tarantiniani gli devono qualcosa. Peraltro, quando racconta di come ha ucciso un uomo (per legittima difesa), ci si rende conto di quante cose abbia vissuto questa persona.

Un capolavoro di documentario quindi? Non proprio, nel senso che sarebbe stato opportuno un lavoro maggiore di approfondimento di questo strano tipo (che si racconta soprattutto per aneddoti, ma la cui vita non viene descritta molto chiaramente) e magari un montaggio diverso, in grado di spezzare maggiormente i monologhi di Prince, decisamente affascinanti ma non sempre facili da sostenere.

Paradossalmente, American Prince, il documentario speculare a quello di Scorsese che gli ha dedicato Tommy Pallotta (produttore di diversi titoli di Richard Linklater e che in questa occasione si scambia i ruoli con il suo sodale), è forse anche più centrato e convincente. Viene fuori un’analisi degli ultimi trent’anni non solo della vita di Prince, ma anche del cinema americano e dei suoi metodi di lavoro. Basta sentire come realizzavano i loro film alla fine degli anni settanta e si capisce perché certi metodi folli ormai non vengano più adottati, così come i produttori che li portavano avanti.

Inoltre, è interessante vederlo sempre combattivo ed energico, ma anche molto lucido, a differenza di trent’anni fa, in cui la parola ‘esaltato’ risultava anche eufemistica per descriverlo. Insomma, per gli amanti del cinema americano anni settanta, un double bill imperdibile…

Scritto da in festival, recensioni

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