Capitalism: A Love Story

17 marzo 2010

Sì, lo so, vedo questo documentario in colpevole ritardo, ma avevo la sensazione che, come capita ultimamente per Michael Moore, ti puoi aspettare facilmente cosa comparirà sullo schermo. In effetti, si parte come spesso capita da un punto di vista giustissimo (l’avidità di banchieri, politici ed economisti, che spesso non pagano per errori enormi che incidono sulla vita di milioni di persone) per arrivare a conclusioni abbastanza superficiali e soprattutto scontate.

Capitalism: A Love StoryDi cose interessanti, nelle oltre due ore (durata quasi record per un prodotto del genere) di Capitalism: A love Story ce ne sono diverse. Penso ai ragazzini imprigionati per favorire un’azienda privata, le cooperative che cercano di sopravvivere in maniera etica e il discorso di Roosevelt alla fine. Ma alla fine la retorica ha sempre la meglio, tra visite col padre all’ex fabbrica in cui lavorava e dati economici buttati lì come se fossero Vangelo (per esempio, il fatto che l’aumento della produzione debba essere automaticamente merito dei lavoratori, vabbeh).

Come solito, la visione di Moore è in bianco e nero: prima l’America era un Paradiso, adesso è un inferno (e se avete dei dubbi, è tutta colpa di Reagan e Bush, of course). In questa occasione, però, soprattutto all’inizio l’invadenza di Moore come oratore è insopportabile, mentre in generale si ha l’impressione che le varie storie siano messe assieme in maniera poco omogenea (problema che colpisce Moore ormai dai tempi di Fahrenheit 9/11).

Alla fine, sarebbe quasi accettabile, se non ci fosse la visione ondivaga (e anche un po’ paracula direi) su Barack Obama, che da una parte viene visto come simbolo di un cambiamento epocale e fustigatore delle grandi lobby (d’altronde, Moore ha appoggiato con decisione la campagna dell’attuale Presidente), mentre dall’altra ci si dimentica che è stato un deciso sostenitore degli aiuti alle banche tanto criticati. Di sicuro, un prodotto utilissimo ancora per discutere, un obiettivo che Moore raggiunge sempre…

Scritto da in cinema, documentari, recensioni

3 commenti a “Capitalism: A Love Story”

  1. Colin, unica nota: Moore non ha mai osannato Clinton (so che non lo dici, ma citando solo Reagan e bush lo sottintendi), anzi, in un paio di suoi libri l’ha attaccato fortemente.

  2. Però nel documentario di Clinton non si parla, come se si fosse passata dall’era Reagan/Bush padre a quella di Bush figlio senza gli otto anni di presidenza clintoniana (in cui, volendo, non era certo impossibile aumentare le tasse per i più ricchi)…

  3. Concordo con il commento di Colin al film, che anche io ho visto solo qualche giorno fa. Oltretutto trovo che Moore non sia efficace per il semplice motivo che quando si parla di un problema (in questo caso, il Capitalismo) passa più tempo a enfatizzare le emozioni della gente comune (preannunciando, tra l’altro, la sicura morte del Capitalismo, cosa un po’ ridicola) che sulle soluzioni “realistiche” (ad esempio, la trattazione dei casi di aziende cooperative in cui ogni dipendente controlla l’andamento dell’azienda e il guadagno è diviso tra tutti, che sono esempi illuminanti, non hanno il dovuto spazio, ma solo 5 minutini delle 2 ore di creazione della paura e di demonizzazione del capitalismo). Il fatto è che concordo con le idee di Moore, ma mi sembra tutto enfatizzato, e neanche così bene come avrebbe potuto fare il buon documentarista che è ormai l’incubo di ogni personaggio politico americano.
    Oltretutto, sarà anche un netto miglioramento, ma Obama non è il Messia.

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