Cherchez la femme.

E’ una donna la creatura che conserva meglio il segreto di Michael Bay.

Una modella di Victoria’s Secret, aggressiva e sexy come quelle dei famosi spot con tacco 12 e reggiseni push-up? Gisele?

No.

La donna in questione… è questa signora qui:

Dite la verità: non ve la immaginate in un film di Michael Bay, eh? Si chiama Jeanine Basinger, non è parente dell’attrice Kim bensì si occupa di Storia del Cinema presso la Wesleyan University del Connecticut. Un’intellettuale, storica, critica, autrice di libri e quindi voce autorevole del panorama cinematografico americano. Classe 1936. Negli Stati Uniti è un’istituzione.

La signora Basinger ha ballato più di nove e settimane e mezzo con il nostro biondo Michael. E’ stata la sua insegnante di cinema alla Wesleyan. Qui sotto la vedete in compagnia di un altro prestigioso allievo che qualche anno dopo avrebbe diretto The Avengers.

 

 

Quando Prof. Basinger vede entrare Michael Bay nel suo studio si ricorda a malapena di quel ragazzo spesso silente, ma molto attento, alle sue lezioni di cinema. Quando Bay le chiede di guardare delle fotografie che lui ha scattato, la Basinger lo fa perché… è il suo lavoro. Niente di più, niente di meno. Ma dopo aver visto quelle foto… lo studente Michael Bay non sarà più una X indistinta per lei.

Erano incredibili e rivelavano un occhio pazzesco per la composizione dell’inquadratura, un istinto forte per la rappresentazione del movimento e una profonda e implicita comprensione del concetto di narratività” [Criterion]

Il ragazzo in classe ascoltava, parlava poco, a volte discuteva con i “sapientoni” anche solo per il gusto di contrastare la loro arroganza intellettuale.

A lui piacevano le cose grandi e semplici.

Facciamo uno stacco? Facciamolo.

All’American Film Institute Ján Kadár, importante regista slovacco trasferitosi in Usa, ossessiona uno studente dello stato di New York per tutta la prima parte degli anni ’70. Lo costringe a vedere i film e poi… a memorizzare inquadratura per inquadratura quelle stesse pellicole.

Se Kadár gli chiede a bruciapelo: “Qual è l’inquadratura numero 24 di Otto e mezzo di Federico Fellini?” quello studente deve rispondere correttamente. Se Kadár chiede di descrivere inquadratura per inquadratura l’inizio de I 400 colpi di Truffaut, quello studente deve eseguire prontamente. Dopo qualche minuto ovviamente.

Chi era l’allievo?

John McTiernan, il futuro regista di introspettive pellicole autoriali come Nomads (1986), Predator (1987), Trappola di cristallo (1988) e Caccia a ottobre rosso (1990).

Non è interessante che due dei più interessanti e incisivi registi di blockbuster d’azione di epoche diverse (McTiernan è stato il Re degli ’80 mentre Bay è riuscito addirittura a rendersi protagonista di tre decadi come i ’90 e i primi 20 anni dei 2000) abbiano avuto questa educazione al cinema rigorosa presso due entità, due corpi, due menti così apparentemente all’opposto rispetto al loro cinema?

Immaginate una cena in cui Michael Bay, John McTiernan, Jeanine Basinger e Ján Kadár mangiano assieme. Non vorreste essere il quinto per ascoltare la collisione di quei mondi?

Noi sì. Noi vorremmo stare lì. Per provare a capire qualcosa di più di questa esilarante follia che chiamiamo cinema.

Torniamo a Bay.

Se c’è una cosa che condividiamo a pieno del punto di vista di una storica del cinema autorevole come la Basinger sul cinema di Michael Bay è: l’elogio del middle man. Potrebbe essere cominciato con Spielberg (litigò a morte con Paul Schrader perché il regista di American Gigolò voleva che il SUO protagonista di Incontri ravvicinati del Terzo Tipo fosse più intellettuale rispetto al Roy Neary di Dreyfuss; Spielberg rispose picche e Schrader uscì dal progetto), potrebbe essere cominciato anche prima.

Ma Bay sa benissimo una cosa che la Basinger riconosce propria dei grandi registi classici americani da John Ford a Anthony Mann a Steven Spielberg: il middle man, l’uomo qualunque, nelle avventure stravaganti di Bay è capo, dominus, autonomo e fiero decisionista che non si deve vergognare davanti a niente e nessuno. Che siano Mike Lowrey e Marcus Burnett, i poliziotti rispettivamente interpretati da Will Smith e Martin Lawrence nel dittico Bad Boys (1995 e 2003), o che sia il trivellatore Harry Stamper di Bruce Willis di Armageddon (1998) fino ad arrivare all’inventore sfigato texano Cade Yeager di Mark Wahlberg in Transformers 4 (2014).
Bay riconosce in questo tipo di americano l’essenza stessa degli Stati Uniti d’America. Il pubblico lo riconosce, lo condivide e si gasa non poco.

Certamente il nostro Bay ama la luce, ama il sole, ama il lato positivo della vita.

Ma ama anche il suo lavoro e la sua nicchia, anche se tanto nicchia non è, di mercato: gli adolescenti.

Fin dai suoi geniali spot pubblicitari così forti, così prepotenti, così comici come uno dei primi Got Milk? con quella fetta di pane su cui si spalma il burro d’arachidi così grande da sembrare imponente come una portaerei di Pearl Harbor:

 

 

Bay crea immagini immediatamente decodificabili, e altamente esplosive, soprattuto per la mente di un adolescente in balia di istinti primari e lontano mille miglia da emozioni come disillusione, distacco, sarcasmo, malinconia.

E mentre personaggi incredibilmente tromboni e sgradevolmente presuntuosi come Sean Penn gli augurano un cancro ai testicoli (è successo veramente nel lontano 2001) eccolo il regista coatto per antonomasia difendersi con la frase che rivela ironia e classe:

Faccio film per adolescenti. Oh mio Dio… che crimine.

Bay è ricco. Bay ha successo. Bay sta con le belle donne. Bay sembra felice di fare la vita che fa (e questo non va bene ragazzi). Bay è maschilista. Bay è militarista (in Italia si dice: fascista). Bay è il Male.

E’ molto interessante notare quanto odio attiri su di sé questo regista apparentemente inoffensivo, autore di enormi film di azione dove l’eroe è un middle man sempliciotto, di solito lavoratore onesto e brava persona.

Ma Bay non ha fatto solo questo.

Bay ha anche sbagliato.

L’ha fatto quando ha voluto affrontare progetti cinematografici troppo lontani dalla sua sensibilità da cantore di fantasie superomstiche per camionisti che si sentono un toro nelle mutande.

Certamente ci riferiamo a Pearl Harbor (2001; motteggiato alla grande in Team America dai creatori di South Park) e The Island (2005).

Il primo è un melodramma bellico dove Bay non è riuscito a raccontare né l’amore né tantomeno la guerra (quelle inquadrature di bottiglie di vetro della Coca-Cola usate per le trasfusioni di sangue dei militari feriti erano sgargianti quanto fastidiosamente inappropriate) in relazione a uno degli episodi più angoscianti e drammatici della storia degli Stati Uniti d’America.

L’insuccesso commerciale non fu epocale ma sicuramente rispetto alle aspettative… fu una strage. Poteva essere anche il film della svolta: dopo l’azione casinara e trucidona di Bad Boys, The Rock e Armageddon… poteva Bay fare il salto di sensibilità e qualità alla Steven Spielberg con Schindler’s List (dopo i precedenti tentativi non riusciti Always, L’impero del sole e Il colore viola)?

Poteva ma non ci riuscì.

The Island è una pellicola divisa in due: prima parte di dialoghi e ambientazione che cita Orwell e L’uomo che fuggì dal futuro (1971) di George Lucas; seconda parte con esplosioni, inseguimenti e sparatorie. Bay sembra annoiarsi prima e divertirsi un mondo poi.

Forse non si può fare un popcorn movie cattivo che si scaglia contro vanità, denaro e prepotenza dei ricchi quando chi lo ha diretto… sembra un surfista californiano.

 

 

La satira fantapolitica non si addice a lui ma certamente di più a ex attivisti politici, ad esempio, come Terry Gilliam. Molti registi avrebbero continuato a dare le testate al muro.

Bay no.

Con un atto di intelligenza pura, l’ex allievo della Basinger arretra e dopo due chiare operazioni non di successo, rispetto ai suoi canoni, come Pearl Harbor e The Island eccolo realizzare Bad Boys II per mantenere la barra alta e poi accettare l’invito di Steven Spielberg a considerare l’idea di dirigere il primo Transformers.

Quello stesso Spielberg che qualche anno prima aveva detto che Bay era un grande compositore di immagini dallo scarso valore contenutistico. Lo disse in modo affettuoso e in questo senso… non che avesse tutti i torti.

Dov’è che Bay vince? Nella gioia adolescenziale, che sa quasi di liberazione estatica dagli obblighi della scuola senza mai sfociare nella ribellione, di inquadrare macchine che corrono, donne che camminano e armi che sparano. Non facciamo i moralisti per cortesia sulle armi… altrimenti dovremmo incriminare Martin Scorsese per quell’immorale commedia per adolescenti che è The Wolf of Wall Street, pellicola molto più gravemente diseducativa rispetto a tutto il cinema coatto di Michael Bay messo insieme.

I Transformers sono perfetti per lui e per il suo pubblico di riferimento: cangianti, rumorosi, basici, spettacolari.

Non avevamo dubbi che avrebbe creato show visivi rutilanti, esagitati, brillantemente coreografati e lucidi nella loro follia. Perché un elemento lui non deve perdere di vista se vuole continuare a fare il cinema che sa fare: l’ironia. Bay è un artista estremamente spiritoso.

Vedere la pubblicità dove si prende in giro facendo esplodere tutto e utilizzando ossessivamente il vocabolo “awesome” per credere. I due fallimenti sono due film senza commedia.

E Pain & Gain (2013)? Si dirà: flop anch’esso. Non è vero: costato “solo” 26 milioni di dollari ne ha incassati 86 di sola sala cinematografica in tutto il mondo.

Che film è? Satira… ma satira da parte di Bay… di un film di Michael Bay. Brillante noir arso dal sole della Florida (dove Bay risiede quando non lavora a Hollywood), Pain & Gain ci racconta una storia di muscoli, crimine e idiozia dove un vero americano cretino (Daniel Lugo di un grande Wahlberg) è fondamentalmente invidioso del successo sociale di un intelligente ristoratore colombiano (grande Tony Shalhoub).

Vorrebbe anche lui un pezzo di sogno americano. Peccato che è un idiota.

Prenderà come complici l’ex carcerato timorato di Dio Paul Doyle (The Rock, sempre immenso) e il dolcissimo Adrian Doorbal (incredibile il lavoro sul fisico fatto dall’attore Anthony Mackie; nel pressapochismo muscolare di Doorbal, gonfiato da ogni tipo di steroide, risiede tutta la fragilità del personaggio). Insieme i tre genialoidi ne combineranno di tutti i colori (anche se la tonalità cromatica del film è il binomio celeste-bianco) mentre la polizia brancola nel buio e un asciutto investigatore in pensione (Ed Harris) sarà quasi costretto a interessarsi al loro bislacco piano criminale involontariamente istigato dalla loro ingenuità.

Sono i fratelli Coen dopo intense sessioni in palestra. Il regista dei muscoli, delle esplosioni in slow motion, del machismo e delle bambole mozzafiato sembra prendersi gioco prima di tutto del suo stesso cinema. Sequenza emblematica: Danny, Paul e Doyle avanzano solennemente verso la macchina da presa mentre sullo sfondo un auto esplode fragorosamente.

La classica inquadratura di un film di Bay.

Ma il regista, qualche secondo dopo, sovverte completamente l’effetto eroico. Vedere per credere. Fa morire dalle risate.

Insomma, cari signori, vogliamo rilassarci un po’ quando di parla del biondo ex studente di Jeanine Basinger? Forse dovremmo smettere di preoccuparci. E amare la bomba.