Nell’anno in cui escono al cinema non uno ma due nuovi film su Ercole, di cui l’ultimo arriva in sala proprio oggi – è Hercules: il Guerriero – abbiamo voluto rivedere con gli occhi del 2014 quattro versioni dell’eroe tra le più significative della Storia del Cinema.

 

Le fatiche di Ercole (1958), di Pietro Francisci

Il primo e forse ancora oggi più importante Ercole con un attore punto di riferimento dei futuri Arnold Schwarzenegger e Lou Ferrigno. Si tratta di Steve Reeves, storpiato in Stivi Rivi dai tanti giovani italiani nati nei ’40 che affolleranno le sale per questo divertentissimo peplum che farà esplodere il genere dal 1958 al 1965 attraverso oltre 170 sgangherate avventure mitologiche per il grande schermo. La produzione è italiana, la regia di Pietro Francisci (con pesanti suggerimenti di Mario Bava) ma la distribuzione massiccia nelle sale americane per conto di Joseph E. Levine ne decreterà il successo internazionale. Nasce un genere e nasce definitivamente la star muscolosa dopo la prima apparizione del gigante al cinema nella figura del Maciste di Bartolomeo Pagano nel nostro kolossal rivoluzionario Cabira del 1915 la cui scenografia Dante Ferretti ha voluto richiamare per l’ingresso del parco a tema Cinecittà World.

Nasce un genere e nasce definitivamente la star muscolosa

Arriviamo a Ercole.

L’entrata in scena è appunto mitica: per aiutare una donna (Iole) pericolosamente attirata sul ciglio di un burrone da cavalli imbizzarriti, eccolo sradicare un albero e gettarlo davanti ai quadrupedi per fermare la biga. C’è forse un effettista nascosto sotto quell’arbusto per accentuare l’effetto sorpresa?

Sembra di sì.

C’è sicuramente Mario Bava sia alla fotografia che agli effetti speciali e regia della seconda unità. Il suo apporto è fondamentale così come per una sceneggiatura che fonde il mito del semidio Eracle (questo il corretto nome greco del ragazzone tradotto in Ercole dalla cultura latina) con Le Argonautiche di Apollonio Rodio.

Che tipo è Ercole in questo film? Intanto sconcerta subito Iole perché dopo averla salvata e nel bel mezzo di una conversazione… ecco che lo vediamo correre per controllare la cottura della sua carne sul fuoco. Lei si offende un po’. Il ragazzo è un semidio e giovialità e buonumore possono essere scambiati per indifferenza verso le vicende di noi comuni mortali. “Non capisco se sei audace o presuntuoso” gli dirà infatti pensosa Iole mentre Ercole addenta noncurante il pezzo di carne che stava cuocendo alla brace poco prima che lei rischiasse di cadere con la biga nel burrone. Look? Ha la barba leziosamente rifinita (voluta da Bava), chioma nera con ciuffo quasi a banana, pelliccia con singola bretellona che taglia in diagonale il torso scolpito, bracciali di cuoio, cintura dal motivo geometrico e sandaloni chiari. “Sai, non valgo molto come carpentiere” dirà a Iole in un momento di sorprendente autocritica.

fatiche di ercoleMa non pensate che il nostro Ercole di Tebe sia antipatico o scostante come il Jep Gamberdella de La grande bellezza. Nonostante pensi subito che Iole gli racconti un sacco di sciocchezze (ma in buona fede) su strane vicende familiari che vedono coinvolto il padre di lei, lo vediamo accompagnarla comunque con gentilezza a cavallo verso Iolco, città dove vive Pelia, unico genitore di Iole in cerca dell’aiuto di Ercole. Una volta arrivato in Tessaglia lo vedremo umiliare il figlio antipatico di Pelia ma sempre con un atteggiamento di grande signorilità. Ercole in questa prima parte del film dà consigli ai giovani, è un leader non impositivo e ricorda sempre che il cervello è importante quanto la forza (infatti il magrolino Ulisse lo venera dopo che Ercole gli ha insegnato a tirare con l’arco nonostante le braccine del futuro Re di Itaca). Gli intellettuali adorano Ercole e anche il popolo è con lui. Nell’umiliazione del figlio di Pelia attraverso delle sfide di atletica leggera, sentiamo un po’ di fantascienza nell’effetto sonoro del lancio del disco.

Un disco… volante che sembra perdersi nello spazio per quanto lo lancia lontano il figlio di Zeus e della mortale Alcmene.
Ma se un rapido bacio con Iole gli facesse preferire la carne femminile a quella cotta alla brace? Purtroppo la situazione precipita e nonostante Pelia lo accusi ingiustamente della morte del figlio, Ercole subisce zitto la ramanzina per poi confidare all’ormai fidanzata: “Io non ho voluto smentire tuo padre perché so che soffre”. E’ veramente un ragazzo dalla grande sensibilità questo Ercole e nella scena cardine del film lo vediamo prima lamentarsi dalla sibilla (“Non sono un fantoccio”) e poi rinunciare, sempre davanti all’oracolo, all’immortalità per poter provare un totale trasporto per Iole e smetterla di comportarsi con la freddezza di un alieno de L’invasione degli ultracorpi (1956).

Ecco spiegata la scena della carne!

Fino a che è semidio, Ercole avrà sempre quella leggera aria di distacco. Ci vuole la pioggia per mondarsi dell’alterigia divina, diventare definitivamente uno di noi e continuare a lottare per il bene prendendo a cazzottoni tori o leoni con la possibilità di morire perché addirittura così: “La lotta sarà più bella!”.

Dopo un primissimo piano dove spuntano degli occhioni celesti rendendolo simile a un Burt Reynolds + Channing Tatum, l’Ercole di Reeves deve aiutare Giasone a recuperare il Vello d’Oro chiudendosi un po’ troppo in se stesso al punto da non dire a Iole che ha rinunciato all’immortalità per lei. Perché? Orgoglio? Vergogna? Estrema sensibilità visto che non vuole che lei si senta responsabile della scelta? Ercole in questo frangente ci fa riflettere non poco. E’ un momento chiave del film. Forse il più bello. La lotta fisica è più dolorosa da mortale ma si può superare. Sono i pensieri che sembrano turbare fortemente la sua mente. Ercole diventa anche nelle inquadrature composte da Francisci e Bava uno di noi, occupando spesso il fotogramma panoramico mai in una posizione di sgradevole leadership ma in mezzo alla squadra di uomini con cui è partito per l’avventura del Vello d’Oro. Rema come tutti i rematori (ma non canta; il cuore è triste?), ripara il ponte, indaga su un possibile sabotatore, dà una mano senza imporre mai niente e mentre Giasone incontra la regina delle Amazzoni Antea e se ne innamora perdutamente, ecco il nostro ragazzone barbuto rimanere concentrato sulla missione con un tono e una postura tra l’educato e il remissivo.

Nella rinuncia alla vita eterna risiede il dono di una vita mortale al fianco di chi ci potrà amare giorno dopo giorno

È qui che ci siamo innamorati definitivamente dell’Ercole di questo dolcissimo bodybuilder al secolo Steve Reeves. Se alzerà la voce e se minaccerà: “Obbedite altrimenti vi rompo le ossa!” è solo perché è stato fin troppo paziente fino a quel momento a capire e accettare le istanze personali portate al suo cospetto da ogni singolo membro della comunità di uomini con cui sta viaggiando.
Guardatelo con che rabbiosa frustrazione suona il tamburo per dare il ritmo ai vogatori mentre Orfeo commenta con una canzone l’abbandono frettoloso dall’isola di quelle malinconiche ma letali Amazzoni pronte a farli fuori tutti dopo averli drogati. Se Ercole risulta più pensoso e tormentato da quell’incontro con la sibilla, continua però a sentire sempre meno i limiti della mortalità da un punto di vista fisico. Da questo punto di vista il film con Schwarzenegger sarà più problematico e in sostanza più efficace. Un mostrone che urla e si muove come Godzilla? Non un grande problema. Con i tradimenti degli uomini e nei confronti degli intrighi di palazzo che affronterà una volta tornato a Iolco, Ercole sarà meno deciso. “Non mi sporco le mani col tuo sangue!” lo sentiremo addirittura dire. Cadrà in una botola azionata da un cattivone e se non fosse per Iole… bye bye Ercole. Quel fatto gli darà una svegliata per la scena clou del finale in cui sradicherà le colonne di un palazzo dopo averle prese al lazzo con delle robuste catene. Sarà l’immagine simbolo del film di Francisci che manderà fuori di testa un popolo di maschi di un rampante dopoguerra fatto di italiani poveri ma belli… e pronti a farsi venire i muscoli come il loro amato Stivi Rivi.
A proposito di amore… l’Ercole del primo e definitivo Ercole del 1958 terminerà le sue fatiche al tramonto, in nave, abbracciato teneramente alla statuaria Iole di una sgargiante Sylva Koscina.

Ricordatevi che il semidio ha rinunciato all’immortalità per lei. Questa love story segnata da un atto così traumatico ci ricorda l’amore struggente che legherà Aragorn ad Arwen nella mitologia tolkieniana.

Nella rinuncia alla vita eterna risiede il dono di una vita mortale al fianco di chi ci potrà amare giorno dopo giorno. Arwen rinuncia all’immortalità per Aragorn. Ercole lo fa per Iole. E’ questa la sua più grande fatica.

 

https://www.youtube.com/watch?v=tJBWwsGzrWE