“Ricorda Red: la speranza è una cosa buona, forse la migliore delle cose. E le cose buone non muoiono mai. Spero che questa lettera ti trovi… e ti trovi bene. Il tuo amico, Andy”.

Andy Dufresne, personaggio fittizio del film Le ali della libertà (1994), lettera scritta approssimativamente nel 1967, Stati Uniti d’America.

“Sono in questo momento apocalittico, vedo di fronte a me un mondo doloroso e sempre più brutto. Non ho speranze, quindi non mi disegno nemmeno un mondo futuro. […] La parola speranza è cancellata dal mio vocabolario. Quindi continuo a lottare per verità parziali, momento per momento, ora per ora, mese per mese, ma non mi pongo programmi a lunga scadenza perché non ci credo più”.

Pier Paolo Pasolini, scrittore, cineasta e poeta, intervento nel programma tv Rai Terza B: facciamo l’appello di Enzo Biagi del 1971, Italia.

“O fai di tutto per vivere o fai di tutto per morire. Io ho scelto di vivere. […] Sono così eccitato che non riesco a stare seduto, né a concentrarmi su qualcosa. Credo che sia l’emozione che solo un uomo libero può provare. Un uomo libero all’inizio di un lungo viaggio la cui conclusione è incerta. Spero di farcela ad attraversare il confine. Spero di incontrare il mio amico e stringergli la mano. Spero che il Pacifico sia azzurro come nei miei sogni. Spero”.

Ellis Boyd “Red” Redding, personaggio fittizio del film Le ali della libertà (1994), monologo ambientato nel 1967, Stati Uniti d’America.

 

 

Siete d’accordo con le creazioni letterarie e poi cinematografiche Andy Dufresne e Ellis Boyd Redding o con il creatore letterario e poi cinematografico Pier Paolo Pasolini?

Pochi speravano che Le ali della libertà sarebbe diventato uno dei film più amati, ricordati e importanti della Storia del Cinema. Quando arrivò nelle sale nordamericane il 14 ottobre di 20 anni fa non ottenne un grande risultato. Dopo 7 candidature all’Oscar 1995 (Miglior Film, Attore Protagonista, Sceneggiatura Non Originale, Montaggio, Fotografia, Musiche, Suono), il film fu di nuovo distribuito in sala. Nemmeno in quella occasione gli incassi furono esaltanti. All’Oscar, come per quasi tutti gli altri premi (il film ha una media di 14 vittorie su 39 candidature sulla pagina awards di Imdb.com), Le ali della libertà non si librarono in cielo. Anzi… alla Notte delle Stelle 1995 la pellicola fece zero su sette sul suo tabellino.

Poi accadde qualcosa di molto, molto strano.

Lentamente e pacatamente, come il soave ritmo narrativo scelto dallo sceneggiatore e regista trentacinquenne proveniente dall’horror Frank Darabont, le ali cominciarono a volare. La storia dell’amicizia nata nel carcere di Shawshank nel dopoguerra Usa tra Andy Dufresne e Ellis Boyd Redding divenne un successone dell’homevideo e della tv via cavo. Ovunque. La persona che vi scrive lo vide anche lui in vhs poco più che ventenne… e rimase letteralmente folgorato dalla potenza e bellezza di quelle ali.

Tratto dal racconto di Stephen King Rita Hayworth e la redenzione di Shawshank, contenuto nella raccolta di novelle Stagioni diverse da cui sono stati tratti celebri film come Stand By Me (1986) e L’allievo (1998), il film di Darabont ha raggiunto un seguito di culto, una posizione di rilievo nell’immaginario collettivo (è tra i preferiti di due importanti centri aggregativi di appassionati di cinema come Imdb.com e la rivista inglese Empire) e un posto molto alto nell’istituzione cinematografica americana più prestigiosa ovvero l’American Film Institute dove è saldamente inserito tra i 100 film statunitensi più belli di tutti i tempi.

Ancora oggi c’è chi visita i luoghi del film come fossero dei pellegrini in cerca di ispirazione. Mansfield Ohio, scelta per le riprese al posto del Maine kinghiano, è meta di fan alla ricerca della quercia dove Andy dà appuntamento ad Ellis. Purtroppo l’albero, oggi, è stato quasi completamente divelto da un tornado. E’ ancora in buona salute, invece, l’Ohio State Reformatory scelto per rappresentare la terribile prigione di Shawshank. Ci fanno party, battute di caccia ai fantasmi (si dice sia stregato), ricevimenti, balli liceali di fine anno e addirittura matrimoni.

Qual è il segreto di questo film?

Innanzitutto… l’adattamento. E’ come se Darabont, giustamente, avesse creduto di più ad Andy ed Ellis rispetto allo stesso Stephen King. Se fate caso alla descrizione fisica che King ci fornisce dei due personaggi, si intuisce subito che il formidabile scrittore del Maine ci presenta due uomini qualsiasi visti attraverso il punto di vista di Ellis, il quale introduce Andy al lettore così: “Era un ometto esile, con i capelli biondo-rossicci e un paio di mani piccole e abili”. Praticamente… un hobbit. Darabont non accetta questo minimalismo e punta già letteralmente più in alto optando per due corpi imponenti e altamente carismatici come quelli di Tim Robbins e Morgan Freeman. Due star naturali prima di essere star fattuali della gerarchia hollywoodiana. Casting perfetto.

Erano i tempi in cui Freeman non portava sempre il papillon, non era la versione vecchia di Barak Obama e non aveva assunto costantemente come oggi il ruolo di Presidente (Attacco al potere, Invictus), Mentore (Wanted), Narratore (Conan, La guerra dei mondi), Capo Detective (Seven, Nella morsa del ragno, Il collezionista), Geniale Scienziato (Lucy, Batman di Nolan, Transcendence, Winter il delfino), Dio (Una settimana da Dio, Un’impresa da Dio).

Se non ne potete più di vederlo ghignare sempre sicuro di sé dall’alto del suo status di “Morgan Freeman” in qualsiasi film… rivedetevi già stasera Le ali della libertà. Ritroverete un attore umile e accessibile. E seguite quello che fa con gli occhi perché è attraverso gli occhi del suo Ellis, incarcerato nell’imponente istituto penitenziario di Shawshank nel 1927 per uscirne 40 anni dopo nel 1967, che noi vivremo l’avvincente avventura de Le ali della libertà. Eastwood riprese l’idea nel 2004:  è attraverso il punto di vista di Freeman, nei panni di un Eddie Dupris molto simile ad Ellis, che noi le ali della libertàriviviamo tutto Million Dollar Baby. Pochi ricordano che quell’altro capolavoro è la visualizzazione di una lunga lettera che il personaggio di Freeman scrive alla figlia del personaggio di Eastwood per invitarla a riconsiderare la vita del padre con più stima ed affetto. Ne Le ali della libertà, la lettera Freeman la scrive direttamente a noi spettatori.

Il suo Ellis (in King è un irlandese piuttosto wasp come il mingherlino Dufresne) vede Andy entrare a Shawshank ed è amore a prima vista. Anche se scommette subito contro di lui. Ma le grandi storie d’amore nascono anche da contrasto e sospetto.

La storia la conoscete. E se non la conoscete… è meglio che la conosciate osservandola da vicino con i vostri occhi e non attraverso queste misere parole.

Quali sono gli altri segreti de Le ali della libertà? Il ritmo da cinema classico imposto da Darabont e una certa distanza della macchina da presa dall’Io dei protagonisti (soprattutto di Andy) in modo tale da permetterci di osservare tutto in una chiave di pseudo-oggettività che serve a Darabont per cucinare a fuoco lento il magistrale colpo di scena finale e stemperare la maggiore violenza delle pagine kinghiane. Sapete quale altro regista secondo noi ha preso ispirazione da Le ali della libertà? Bryan Singer. Il suo film più bello, I soliti sospetti, utilizza la stessa metratura di distanza della macchina da presa dai personaggi.

King più acre di Darabont? Sì e no. King stempera la figura del Direttore del carcere dividendola in due. Darabont, invece, vuole una Nemesi che rappresenti UNA visione della Bibbia (Vecchio Testamento) rispetto all’ALTRA visione della Bibbia (Nuovo Testamento) di Andy Dufresne. Tutto il conflitto tra lui e il Direttore del carcere Norton, interpretato da un perfetto Bob Gunton, è sulla Bibbia, manufatto che i due toccano, citano e si contendono per tutto il film. Si può dire che la Bibbia è un altro attore importante del cast del film.

Darabont uccide un personaggio chiave (e fa benissimo perché serve all’aumento vertiginoso di tensione del pre-finale) laddove King lo lascia andare via. Darabont comprime i secondini in UN SOLO secondino. E non potremmo immaginare nessuno se non il terrificante bullo Clancy Brown come brutale braccio destro dell’asettico ragioniere del male Bob Gunton.

E poi la speranza. Darabont spinge al massimo sull’acceleratore dell’happy ending -anche più di King- facendo esattamente l’opposto rispetto all’approccio che avrebbe poi assunto nei confronti di un altro interessantissimo adattamento kinghiano la cui chiusa ha fatto, e fa ancora, assai discutere. Ci riferiamo ovviamente al devastante The Mist (2007), ultima regia per il cinema di questo affascinante artista classico operante in piena epoca postmoderna. Chissà cosa passava per la testa al buon Frank ai tempi di The Mist.

Oggi sappiamo per certo come stava ai tempi de Le ali della libertà. Voleva credere. Voleva sperare. Voleva vincere contro le avversità della vita. Voleva unire afroamericani e wasp in una stessa prigione (in King sono tutti e due bianchi). Voleva suonarci questa musica di condivisione, rispetto e redenzione così come Andy diffonde per tutta Shawshank Le nozze di Figaro di Mozart in una delle scene più belle del film. E voleva suonare con un volume decisamente più alto rispetto a Stephen King. Il successo diesel de Le ali della libertà è dovuto a questo e anche al fatto che se Tarantino destrutturava con Pulp Fiction (1994), Darabont, nello stesso anno, ristrutturava il concetto di cinema classico con musiche suadenti, linearità narrativa, zero citazionismo diretto, inno alla decenza morale, proposta di speranza ed esplosione di ottimismo.

Ma non vi ricorda qualcuno Andy Dufresne quando ride come un bambino sotto il temporale inquadrato dall’alto? Non vi ricorda il Gene Kelly di Cantando sotto la pioggia (1952), vero e proprio simbolo di proposta di approccio alla vita col sorriso da parte della vecchia gioviale Hollywood dei musical Mgm?

La speranza. Il vero Pier Paolo Pasolini negava di possederla in quel 1971. Secondo l’Abel Ferrara di Pasolini, laddove la speranza mancava nell’uomo, era invece ancora ben presente nella sua arte non solo per il finale dolcissimo di Salò ma soprattutto per il finale immaginato di Porno-Teo-Kolossal dove il servo del popolo Nunzio afferma perentorio e sereno: “La fine non esiste. Aspettiamo. Qualcosa succederà”. I finti Andy Dufresne e Ellis Boyd Redding non sarebbero potuti essere più d’accordo con Nunzio. La speranza era stata la loro molla fondamentale per scassinare la prigione fisica e mentale di Shawshank. Per tornare ad essere uomini liberi in quel fatidico 1967.

E noi? Da che parte stiamo?

Grazie a questo magnifico film, sappiamo come la pensava Frank Darabont nel 1994.

Poi, forse, ha cominciato a pensarla come Pier Paolo Pasolini.