Pars costruens

Iñárritu è stato veramente scaltro. Ha realizzato una commedia drammatica d’autore sfoggiando i migliori muscoli del cinefumetto da cui tanto sembra concettualmente voler prendere le distanze lungo tutto Birdman. Il direttore della fotografia Emmanuel “Chivo” Lubezki si mette al suo fianco per virtuosistici piani sequenza come già fece con Cuarón ai tempi di Gravity. Ne viene fuori un film anche più spettacolare e adrenalinico di Iron Man, L’uomo d’acciaio o The Amazing Spider-Man messi insieme. Della serie: se non puoi ucciderlo (il cinefumetto), fattelo amico. Avete notato quanti registi, anche drammatici, siano costretti a inserire elementi derivanti dall’universo dei comics nei loro film per non perdere contatto con gli spettatori giovani? Clint Eastwood inquadra molto il logo di The Punisher dentro American Sniper mentre Iñárritu si rifà, già dal titolo, al Batman di Tim Burton richiamando in azione proprio Michael Keaton per fare dell’elementare metacinema più complice che satirico. Hollywood è letteralmente impazzita di gioia di fronte a questo giochetto. Abbiamo la botte piena (tre degli osannati attori di Birdman come Keaton, Edward Norton ed Emma Stone hanno flirtato e flirtano senza sensi di colpa con il cinefumetto) e la moglie ubriaca (il superhero movie può essere un’ottima base per realizzare anche un prestigioso film d’autore da Oscar). Non possiamo negare che questa astuzia sia figlia del genio. Ci piacerebbe solo che i tanti ammiratori di Birdman la riconoscessero come tale in tutto il suo spietato cinismo.

Il magro, il nero e il grasso

Messico e Hollywood. Sono anni che ormai è un’intensa love story

Messico e Hollywood. Sono anni che ormai è un’intensa love story. La faccia triste dell’America ha conquistato gli States ormai da parecchio grazie al “magro”, al “nero” e al “grasso” ovvero ad Alfonso Cuarón, Alejandro González Iñárritu e Guillermo Del Toro, autori di successi internazionali fin dai tempi dell’exploit all’Oscar 2007 con ben 16 nomination divise tra I figli degli uomini (3), Babel (7) e Il labirinto del fauno (6). Amiconi (quei soprannomi se li sono dati loro) fin dai tempi in cui “il magro” Cuarón si divertiva a dare fuoco ai gas intestinali del “grasso” Del Toro. In principio i due si odiavano ma una serie tv a cui lavorarono insieme fece sbocciare l’amore quando erano appena trentenni alla fine degli ’80. Mentre “Il magro” e “Il grasso” cominciano a metà anni ‘90 una carriera hollywoodiana che rispecchia le diverse sensibilità artistiche (la favola moderna prodotta da Warner La piccola principessa per Cuarón e l’ottimo horror Mimic per Del Toro), Iñárritu è nel pieno, con Guillermo Arriaga, del suo enorme progetto di racconto cinematografico che diventerà quella che lui chiamerà la trilogia della morte: Amores Perros, 21 grammi e Babel. Del Toro ricorda sempre il giorno in cui “il magro” lo chiama per dirgli: “Ti mando il film di un amico che è un genio ma devi aiutarlo a tagliarlo. E’ troppo lungo’”. “Il grasso” prende l’aereo e dalla Spagna si catapulta a Città del Messico dove, svuotando il frigorifero di Iñárritu, lo convince a snellire il monumentale Amores Perros, film che consacrerà “il nero” (chiamato così dagli altri due per via della carnagione scura). Iñárritu è stato l’ultimo dei tre moschettieri messicani ad avere successo internazionale. Ma ora potrebbe essere il primo dei tre amiconi messicani a portare a casa Miglior Film all’Oscar. Al “magro” l’exploit non riuscì per un soffio l’anno scorso con Gravity. Tutta colpa di 12 anni schiavo.

L’ego movie di Riggan Thomson vale tanto la pena?

Bella domanda. Ne facciamo un’altra: ma perché ci dovremmo tanto appassionare e dovremmo trovare altamente significativi i patemi d’animo di un’ex star hollywoodiana come tante che, come tante, ha tradito in passato la moglie, è andato fuori di testa per via di un ego smisurato (e forse un bel po’ di coca) e non è stato un padre esemplare? Il problema del protagonista di Birdman Riggan Thomson è… che in fondo in fondo non ha né troppi problemi né troppi difetti. L’ex moglie tradita e mortificata in passato gli continua ad andare dietro come un cagnolino (ma perché?) mentre la figlia ex tossica, nonostante qualche sfogo all’acqua di rose, è sempre al suo fianco in tutto e per tutto come assistente della messa in scena teatrale newyorkese di What We Talk About When We Talk About Love di Raymond Carver. Riggan non è un grande personaggio di angelo caduto né tantomeno ha caratura tragica. E’ una figurina. Diciamo: un hollywoodiano medio. Non ha grossi problemi economici (l’amico e coproduttore Jake si è svenato come e più di lui per il finanziamento della pièce), non ha grossi problemi sentimentali (ex moglie e attuale amante sono spigolose come un cotton fioc) e non è mai protagonista durante tutto Birdman di azioni o gesti così forti da giustificare un tale casino stilistico ed emotivo da parte del regista. Il fatto poi che Michael Keaton non abbia mai una doppia dimensione espressiva (al massimo strabuzza gli occhi e digrigna i denti come fa da sempre Keaton) non aiuta certo Riggan Thomson a diventare indimenticabile. L’attrice interpretata da Gena Rowlands ne La sera della prima (1977) di John Cassavetes (il fratello meno coatto, palestrato e sotto effetto di steroidi di Birdman) era molto più interessante, controversa e magnetica del moscissimo Mr. Riggan Thomson.

Mentre Mike Shiner invece…

birdmanIspirato a un misto tra Iñárritu (ebbene sì!) e un attore genio ubriacone della scena teatrale newyorchese al centro di tanti aneddoti quando lui, Philip Seymour Hoffman e Liev Schrieber erano ragazzini (ma Norton non mi ha voluto dire il nome quando l’ho intervistato a Venezia), il mercuriale e imprevedibile Mike Shiner di Edward Norton offusca totalmente Riggan Thomson. Peccato che sia solo il non protagonista e che nel finale del film esca di scena per lasciarci da soli con i patemi dell’hollywoodiano medio Riggan. Birdman ha l’innegabile pregio di averci restituito un Norton all’ennesima potenza. Così bravo, così sexy, così ricco di sfaccettature (dall’esasperato egocentrismo iniziale ai momenti di struggente e pensosa fragilità quando flirta con la figlia di Riggan) da meritare una nomination Oscar. Se J.K. Simmons non fosse addirittura più incisivo e bravo in Whiplash… il buon Norton sarebbe finalmente da premiare dopo quelle due fulminanti nomination di inizio carriera (Schegge di paura + American History X). Speriamo che questa bella esperienza lo spinga a uscire dal suo isolamento per tornare a fare quello che sa fare come pochi altri: l’attore. Viva Birdman dunque. Per averci restituito un genio della recitazione.

Il critico è un gangster

E’ un 2015 all’insegna dei critici. Prima la creatura ultraterrena di Terence Stamp in Big Eyes di Tim Burton (ispirato al vero John Canaday), poi quel giovane azzimato che parla come un cretino in Turner (ispirato al vero John Ruskin) e ora la cattivissima Tabitha di Lindsay Duncan. Iñárritu deve essere un po’ come il nostro Paolo Virzì. Non deve amare troppo la categoria. E dire che, proprio come Virzì, è sempre stato recensito senza pregiudizi e coccolato con parecchio affetto e stima lungo tutto l’arco della sua carriera. E ci permettiamo di aggiungere: giustamente. E’ un regista che merita tutti i successi che fin qui ha ottenuto. Tornando a Tabitha… qualche critico Usa si è parecchio arrabbiato e offeso facendo notare al regista una cosa sacrosanta: nessun critico potrebbe mai permettersi di fare quello che fa Tabitha con il povero Riggan Thomson (cioè minacciare l’artista in un bar pubblico circa il fatto che, comunque vada la pièce, lei la stroncherà senza pietà) e poi conservare il posto nel giornale dove lavora. Ma evidentemente per Iñárritu i critici sono come Al Capone ne Gli intoccabili: dei veri gangster. Più che offenderci… ci viene sinceramente da ridere. E un po’ ci piacerebbe che Iñárritu avesse ragione.
Sai che soddisfazioni potremmo toglierci nei confronti di artisti tronfi, sgradevoli e non particolarmente democratici?

I testimoni kiesloswkiani guardano i Griffin in tv

Una delle cose più divertenti di tutto Birdman sono le fugaci apparizioni degli attrezzisti e tecnici di scena del teatro come silenti testimoni delle sfuriate e scenate dei protagonisti, sempre intenti a sbraitare anche dietro le quinte dello spettacolo. Queste maestranze sono composte da uomini senza qualità, dai volti neutri e dalla postura indifferente a tutto (un po’ come il famoso testimone che torna in tutti gli episodi del Decalogo di Krzysztof Kieslowski) inquadrati fuggevolmente dalla macchina da presa sempre esagitata di “Chivo” Lubezki. Uno di loro sta addirittura vedendo i Griffin in tv nel bel mezzo di una delle tante litigate furibonde tra gli egocentrici protagonisti del film. E’ molto divertente questa rappresentazione del testimone silente lontano anni luce dalle vanità degli attori. Sarebbe stato bello che Iñárritu calcasse più la mano su questo humour cattivo nei confronti del suo cast. E invece sono solo dei brevissimi momenti. Perché purtroppo Birdman è uno di quei film che accarezza costantemente, più che pugnalare e prendere in giro, l’ego smisurato dei suoi personaggi principali.

Finale

birdman poster

Abbiamo assistito per tutto il film al fatto che Riggan Thomson viva uno stato di schizofrenia nonché un costante dialogo folle con il suo alter ego Birdman con un corretto uso da parte di Iñárritu della grammatica cinematografica. Ovvero: le fantasie superomistiche di Riggan sono solo il suo punto di vista (compresa la divertente allucinazione legata al potere telecinetico) e anche il volo per la città del pre-finale verrà svelato come fasullo quando scopriremo Iñárritu inquadrare il taxi che ha trasportato fino a quel momento Riggan. Ma cosa decide di fare nel finale il regista? Fa suicidare Riggan Thomson dopo che 1) l’ex moglie lo ha perdonato, gli ha stampato un dolce bacino ed è chiaramente pronta a tornare con lui 2) la figlia, pure, lo ha perdonato 3) la sera della prima è stato un successone con ovazione del pubblico 4) quel gangster di Tabitha ha scritto una recensione entusiasta. E lui che fa? Si suicida. Tutto questo non ha assolutamente senso perché se UN problema è rimasto (Riggan continua a vedere il suo doppio Birdman anche dopo la sera della prima) altri QUATTRO problemi di Riggan (ex moglie, figlia, successo di pubblico, critica gangster conquistata) si sono brillantemente risolti! Ma perché mai dovrebbe buttarsi ORA da un palazzo dopo tutto quello che ha passato? Ah… già… giusto… l’artista (latino) vuole un finale forzatamente melodrammatico e sensazionalista. Ma non è finita qui: dopo avergli fatto compiere un gesto così importante senza un briciolo di motivazione… ecco Iñárritu subito dopo inquadrare la figlia Emma Stone guardare fuori dalla finestra… e vedere il padre volare in cielo! Ecco che Sam (la figlia si chiama così) sorriderà tutta contenta. Occhio che la Stone prima guarda sotto, non vede il corpo sfracellato per terra del papà (quindi non è caduto) e subito dopo alza lo sguardo per intercettare il genitore librarsi nell’aria. E’ la prima volta in tutto il film che il supposto potere superomistico di Riggan viene visto da un altro personaggio che non sia lui e questo, nella grammatica cinematografica, lo rende praticamente oggettivo. Quindi… o Riggan è diventato un vero supereroe che come Superman (e Birdman) sa volare oppure dobbiamo pensare che la Stone sia realmente diventata una sensitiva come sembrava a metà di Magic in the Moonlight di Woody Allen.

Comunque la mettiate… è un finale assurdo, sgrammaticato e profondamente disonesto nei confronti delle regole che si era dato e aveva dato al film Iñárritu. Non trovate?