L’ha detto Gabriele Mainetti, che di Lo Chiamavano Jeeg Robot (leggi la recensione) è regista e produttore, ma in fondo lo immaginavamo tutti: nel cinema di genere in Italia non ci crede nessun produttore cinematografico. O almeno fino ad ora non ci credeva nessuno. Sappiamo che il crimine ha visto una rinascita a partire dal Romanzo Criminale di Placido e alle ottime serie tv di Sollima, adesso quello è un terreno di (timidi) investimenti. Però cinema di genere oggi vuol dire anche cinema di supereroi, genere nuovo codificato da Hollywood a partire dagli anni ‘90 e con maggiore decisione dall’inizio degli anni 2000, quando anche la Marvel ci si è buttata con costanza.

A prescindere dal risultato al boxoffice di Lo Chiamavano Jeeg Robot ora sappiamo qualcosa dalla quale non si torna indietro. Non solo che questo tipo di film si può fare anche da noi (in fondo questo lo abbiamo sempre saputo, anche senza averne le prove) ma anche che non è vero che non ci sono le maestranze, che non ci sono attori adatti, che i volti italiani non si prestano, che gli scenari italiani non sono adatti o che semplicemente non sono storie adatte al nostro contesto. Perché non solo Lo Chiamavano Jeeg Robot fa un uso impeccabile di ambienti, dialetti, personaggi, borgate e tratti distintivi nazionali, uno che ci porta un passo più vicini al fantastico di quanto possano fare i film americani, ma anche perché proprio questa storia fantastica dice molte più cose sul momento che viviamo di tutte le commedie di rapido incasso.

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Senza andare a scomodare il miglior cinema d’autore (quello serio, non quello velleitario) che per fortuna vive un buon momento e che dobbiamo solo che ringraziare, ma rimanendo nella cerchia del cinema d’intrattenimento, Lo chiamavano Jeeg Robot senza timidezza e con la forza di chi conosce l’uso del linguaggio cinematografico mette in scena un paese devastato, un’umanità al margine di ogni cosa e un romanticismo perduto in persone che sembrano non avere diritto a niente. Anche solo i criminali che si ritrovano in uno sfasciacarrozze o la piccineria del fantastico villain di Luca Marinelli, sono questioni nostre. A voler essere anche un filo più audaci non è difficile notare quanto questa produzione non americana abbia anche uno sguardo più smaliziato verso il sesso e il desiderio umano. Se il cinema hollywoodiano è ossessionato da un pudicismo di facciata rinnegato dalle tutine di latex ma affermato da un imbarazzo fuori luogo anche per i più ingenui film di cassetta indiani, il nostro è grazie a Dio un modo di raccontare storie più libero e può contaminarsi di libido concreta, può raccontare un romanticismo che non esclude l’eccitazione sessuale ma parte da essa.

Tutto questo la maggior parte dei produttori non lo credeva possibile: un cinema italiano che trattasse qualcosa di eminentemente americano come si faceva decenni fa. Negli stessi anni di Iron Man e Spider-man, di Il cavaliere oscuro e Avengers, noi abbiamo puntato tutto sulle commedie, per incassare, e sul cinema d’autore per stupire. Ci siamo riusciti, ma a scapito di cosa? Abbiamo marginalizzato generazioni di Mainetti, abbiamo stufato una fascia di pubblico e ci siamo disabituati a fondere mitologie fantastiche con il meglio di quello che sappiamo fare.

Il cinema italiano ha uno specifico, una tradizione e un modo di raccontare le storie che è proprio ed esclusivo e non è sinonimo di commedia o dramma intimista, ma sa incorporarli. Mainetti questo ha fatto del resto, non ha girato un film di botti ed esplosioni ma una storia innamorata del fantastico, da raccontarsi con il rispetto dei personaggi delle commedie italiane degli anni ‘50 e l’umorismo dei drammi dei ‘60.

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Gli stessi produttori e distributori oggi, o meglio nell’ultima conferenza sui dati dell’anno passato (il 2015), hanno riconosciuto di aver perso il pubblico giovane. I ragazzi vanno tantissimo al cinema, più di prima ma determinano il successo dei film americani, non di quelli italiani che invece hanno un pubblico più in là con gli anni. Il Ragazzo Invisibile era stato frutto di un cambio di politica, o almeno di un tentativo, e gli stessi produttori (Francesca Cima e Nicola Giuliano di Indigo) hanno più volte spiegato quanto gli altri colleghi abbiano cercato di dissuaderli dal farlo.

Ora Lo Chiamavano Jeeg Robot, dopo aver raccolto applausi al Festival di Roma e anche dal pubblico più esigente (in materia) di Lucca comics, arriva in sala, cercando dopo la legittimazione culturale e settoriale anche quella commerciale, che sarebbe la ciliegina sulla torta di un passaggio a lungo atteso, quello verso lo sfruttamento del cinema di genere anche da noi.

Se qui su BadTaste (ma anche sulle altre testate di cinema) ci si affatica così tanto a spiegare l’originalità di questo film per il nostro panorama e il suo non essere “un’italianata” (potrà non piacere, come tutti i film, ma nessuno potrà dire che non sia rigoroso), è proprio perché anni di film in cui il genere era una promessa non mantenuta hanno sfiduciato chiunque. Polizieschi che iniziavano con coerenza e perdevano personalità durante lo svolgersi della storia per finire come un drammetto da due soldi quanti ne abbiamo visti? Di horror che non spaventavano e sembravano non conoscere le regole del cinema di paura quanti ne abbiamo visti? Di interviste in cui attori e registi dicevano “Il mio non è un film di genere è qualcosa di più” quante ne abbiamo sentite? Per uno Shadow, il film di paura puro, perfetto e magistrale di Federico Zampaglione, avevamo mille progetti insensati che affrontavano il piacere del cinema commerciale senza l’orgoglio giusto.

Ora invece di quello che sapevamo ne abbiamo le prove, che un altro cinema commerciale italiano è possibile, e sarebbe opportuno non accontentarsi di nulla di meno di ciò.