Mitico!

Come avrebbe urlato in edizione italiana Homer Simpson con la voce del compianto Tonino Accolla. Prima del mito polinesiano di Oceania, ma comparato come insegna il sempre attuale Joseph Campbell mentore di George Lucas, ci fu il mito greco di Hercules per i veterani Disney della seconda generazione Ron Clements e John Musker. I due registi classe 1953 venivano dai successoni La Sirenetta (1989) e Aladdin (1992) e con le coppie Gary Trousdale-Kirk Wise (La Bella E La Bestia; Il Gobbo Di Notre Dame) e Roger Allers-Rob Minkoff (Il Re Leone) avevano contribuito attivamente al cosiddetto Rinascimento Disney collocato dagli storici nella decade 1989-1999. Clements e Musker, dunque, all’epoca erano superstar. Ora sono in sala con Oceania, loro primo film in 3d (ma con un cuore 2d; vedi sotto) ambientato nella Polinesia di 3000 anni fa e retto sul viaggio on the sea della Principessa Vaiana in compagnia del semidio Maui per fermare l’arrabbiatissimo spirito di lava Te Ká. Ieri, nel 1997, uscivano il 27 giugno nelle sale Usa (da noi il 5 dicembre) con un’animazione 2d disegnata a mano (ma con un’Idra al computer) intitolata Hercules e ambientata anche più di 3000 anni fa in un’Antica Grecia di Dei, Olimpo, Titani… e action figure. Il film fu considerato un quasi epico fallimento. Perché?

Il viaggio dell’eroe in business class

Hercules nel cartoon di Clements & Musker è un ragazzone atleta (i registi avevano in mente Michael Jordan), più che eroe, calato in un mondo greco assai prosaico e dannatamente vicino alla società dello spettacolo e dello sport professionistico degli Stati Uniti d’America. Forse anche troppo. Dopo aver tradito in sceneggiatura il tradimento alla base della nascita del ragazzone greco (Il Capo degli Dei Zeus fece l’amore con la mortale Alcmena -era un suo vezzo- e quindi ecco il semidio Hercules uscire dall’amplesso), Clements & Musker irritarono molto gli amici ellenici (non contenti, anche, che si fosse scelto il nome latino piuttosto che il filologicamente più corretto Heracles) con multipli riferimenti allo show biz Usa a partire da un coro gospel di accompagnamento delle gesta del protagonista più adatto a uno spettacolo di Las Vegas che non a una rappresentazione all’aperto presso l’Acropoli. Il nostro Hercules del cartoon è un ragazzone biondo incrocio tra Victor Mature, Eric Roberts e James Stewart (si prese come riferimento Mr. Smith Va A Washington) allenato da un satiro dalle parti del Mickey di Rocky (1976) con le espressioni facciali di Brontolo di Biancaneve E I Sette Nani (1937) e la voce di un vitale e dionisiaco Danny DeVito. Questo ragazzone non è frutto di un divino adulterio di Zeus nei confronti della moglie Era bensì viene educato, come Superman, da due umanissimi genitori adottivi dopo che il fratello invidioso di Zeus, Ade, ha provato a uccidere il figlio naturale del suo odiatissimo parente più popular di lui (Scontro Tra Titani, La Furia Dei Titani e il primo Percy Jackson E Gli Dei Dell’Olimpo – Il Ladro Di Fulmini avrebbero ripreso Ade come villain). Ade riesce quantomeno a far precipitare il piccolo dall’Olimpo sul Pianeta Terra, anche se il pargolo, dopo l’atterraggio, non è né deceduto, né ha perso i superpoteri (doveva bere un veleno “mortalizzante”). Una volta finito dalle nostre parti Hercules è un freak extraterrestre (troppo forte per i coetanei; interessante il punto di contatto con le bellissime scene di alienazione infantile dentro Man Of Steel di Snyder) fino a che non gli compare Papà Zeus in un tempio pronto a dargli la motivazione: per tornare a casa (Olimpo) dovrà diventare un eroe.
Ma per diventare un eroe… non basta il successo.

Il Mio Grosso Grasso Show Biz Greco

Il cartoon è particolare. Ammettiamolo. Possiamo anche definirlo caotico e senza una sceneggiatura proprio di ferro. Una volta che Hercules ha trovato nel satiro Filottete il suo coach, parte una sequenza di imprese che lo trasformerà in un divo della collettività con merchandise a gogo, action figure (erano tempi molto meta dopo Pulp Fiction e gli Scream scritti da Williamson) e carte di credito simil American Express a farla da padrone. Poi arriva una femme fatale costruita su Barbara Stanwyck (Lady Eva, La Fiamma Del Peccato) e Rita Heyworth (Gilda, La Signora Di Shangai) per confonderlo dal punto di vista sessuale (Oceania, invece non ha un briciolo di romanticismo al suo interno). La bomba sexy ha anche i capelli fluenti rosso fuoco e pare abbia venduto l’anima a quel cattivone di Ade, il quale è uno spettacolo anche solo da vedere per via di una testa a fiamma di metano, il rossetto alla Joker, denti aguzzi, naso più affilato di un pugnale, sessualità incerta e una depressione piuttosto esilarante legata al fatto che si trovi nel noiosissimo Oltretomba da una vita in compagnia di assistenti non proprio spumeggianti come i piccoli demonietti Dolore e Panico (grande Bob Goldthwait in originale). Il fascino del film è nella sua mondanità (si parla molto schiettamente di fama, denaro, mercificazione, sessualità, ambizione, potere) e nel suo essere tagliente (c’è forte coinvolgimento artistico del geniale disegnatore inglese Gerald Scarfe, già collaboratore dei Pink Floyd per The Wall) e adulto… ma forse non è tutto un po’ troppo audace, metacinematografico e pungente per un Disney certificato G dalla MPAA?

Conclusioni

Nonostante una critica piuttosto eccitata dal film azzardo di Clements & Musker (fu soprattutto rivoluzionario il coinvolgimento in Disney di un signorile punk come Gerald Scarfe), Hercules fu protagonista di un box office non eccezionale (99 milioni in patria; quasi una cifra maledetta) e di una scarsa resa nell’immaginario collettivo negli anni a venire. Peccato. Forse era troppo aggressivo e adulto per i bambini e troppo infantile per gli adulti (un equilibrio facile a scriversi ma difficilissimo da raggiungere nell’animazione). Piacquero molto alcuni spunti (Ade con voce di James Woods, il numero musicale candidato all’Oscar ma perdente Go The Distance, l’acidità inglese di Scarfe in matrimonio con la dolcezza hippie di Clements & Musker) ma nel complesso non fu un’esperienza totalmente soddisfacente per Disney. Eppure… abbiamo rivisto un pezzettino di Hercules 2d dentro Oceania animazione 3d allorquando i pettorali del semidio polinesiano Maui prendono vita in 2d come fossero quelle figure piatte delle ceramiche greche che si animano all’inizio di questo bizzarro cartone animato del 1997. C’è un pizzico di Hercules, dunque, letteralmente nel cuore di uno dei personaggi di Oceania. Come se Clements & Musker avessero voluto fare in modo che il semidio biondo e atletico del loro film del 1997 diventasse nel 2016 un Grillo Parlante Tatuato 2d del capriccioso e smargiasso Maui in 3d.

Ma forse stiamo esagerando con le letture psicoanalitiche dell’opera di questi due registi molto bravi.

La battuta più bella di Hercules è proprio di natura freudiana. Megara lo porta a teatro (la donna, oltre a essere la gioia della sessualità, è colei che introduce il maschio muscoloso alla cultura) e i due vanno a vedere la tragedia Edipo Re di Sofocle. Ancora inebriato dalla gi romantica, Hercules commenterà riguardo l’inquietante ma per certi aspetti rassicurante esperienza teatrale:

Wow, che giornata! Prima quel ristorante sulla baia e poi quello spettacolo… quel, quel, quell’Edipo qualcosa. Però… credevo di averli io i problemi!

In Oceania battute così… non ci sono.