Il nostro primo “doppio sequestro di regista” risale ai primi di novembre, quando il nostro Francesco Alò ha trattenuto a casa sua per ore e ore e ore i Fabios (Guaglione e Resinaro), per un’intervista pubblicata a un mese esatto dall’uscita nei cinema del loro lungometraggio d’esordio, Mine.

Se ve la siete persa potete trovarla a questo link.

Prima di questo exploit, ci eravamo limitati a “stalkerare” con assiduità Gabriele Mainetti durante un lasso di tempo che spaziava dalla Festa del Cinema di Roma e il Lucca Comics edizioni 2015, fino alla release home video di Lo Chiamavano Jeeg Robot e passando per “l’invasione fisica” dell’ufficio di Paolo Genovese all’indomani del trionfo commerciale e critico di Perfetti Sconosciuti.

Che ci volete fare, crediamo nella promozione dei talenti del nostro cinema, riteniamo sia un vero e proprio imperativo morale e cerchiamo di farlo seguendo vie magari poco convenzionali, ma, a quanto pare, apprezzate anche da chi andiamo a intervistare di volta in volta.

Tornando ai Fabios, con Mine disponibile in Blu-ray e Dvd da circa un mese e in procinto di esordire nei mercati internazionali, abbiamo deciso di interpellarli nuovamente per discutere della “seconda vita” della loro opera, delle influenze esercitate da Lost, del loro futuro professionale, ma anche di pirateria e cinecomic.


Ciao Ragazzi, per prima cosa ben trovati. Per cominciare subito con una domanda facile, come avete vissuto le ore post-nomination ai David di Donatello?

FG: Per adesso in maniera abbastanza tranquilla…

FR: Son nomination…

FG: Sì, dai per il momento sono solo nomination.

Eh, ho capito, ma un conto è dire fra sé e sé “Sarebbe notevole se Mine venisse preso in considerazione per i David” un conto è trovarsi effettivamente in gara!

FG: Guarda, la cosa di sicuro più interessante è il pensiero di trovarsi lì in mezzo ai più grandi nomi dell’establishment cinematografico italiano. Secondo me si vede che in quel contesto noi potremmo essere una sorta di outsider, quasi dei pirati. Siamo un po’ estranei alle classiche logiche dell’industria del cinema della nazione. Chissà, potrebbe essere un test, un modo per vedere come c’integriamo in quella dimensione. Non saprei…

C’è una cosa che mi ha incuriosito e mi lascia perplesso di queste nomination. Che Mine non sia in gara anche nella categoria produttiva.

FG: Sì, siamo d’accordo, condividiamo la tua posizione. Diciamo che la prima ondata di voti arriva da tutti i giurati, che sono più di 1700. E non so se tutti abbiano visto Mine, anzi, ne dubito fortemente. Da qui si capisce già quanto sia complesso, anche per questa motivazione, entrare nelle cinquine finali.

Al tempo della release cinematografica siete stati sequestrati dal nostro Francesco Alò col quale avete chiacchierato sviscerando il film in modo approfondito. Mi focalizzerei su altre questioni, come ad esempio il Blu-ray, ma visto che con Fabio Guaglione ho parlato spesso di Lost e dei riferimenti alla serie di Abrams, Lindelof e Cuse presenti nel vostro film… chi di voi ha premuto di più per l’inserimento di questi elementi?

FR: È stato un processo del tutto naturale, non forzato. Lost ha cambiato certi meccanismi della narrazione, ha creato uno stile che abbiamo interiorizzato in quanto spettatori della serie. Peraltro si tratta di stilemi che poi sono stati mutuati da svariati registi. Chiaramente c’era una certa consapevolezza del tutto mentre lo stavamo facendo, ogni tanto ce lo dicevamo chiaramente “Ehi, qua è un po’ tipo Lost”. Poi non so… tu ad esempio in cosa l’hai visto?

Direi soprattutto nel terzo atto, quando c’è tutto il discorso…

FR: Delle realtà sovrapponibili.

Eh, sì esattamente. Le realtà sovrapposte, ma anche la maniera in cui viene gestita la storia di Mike (Armie Hammer) in relazione a suo padre che ho realizzato in contemporanea perché ho scoperto Lost recentemente e quindi ho visto Mine e Lost praticamente allo stesso tempo.

FG: Inutile negare che tra i due il più legato a Lost sia io. Oltre al rapporto con il padre di Mike, rappresentato nella sequenza finale anche in maniera iconografica simile al padre di Jack, ci sono infiniti richiami ai temi e alle atmosfere, ma anche diverse citazioni abbastanza esplicite. Per i fan hardcore, ad esempio, la battuta finale di Tommy in versione rediviva, “don’t you remember?”, è un richiamo alla stessa battuta che Locke dice a Jack nel finale della sesta stagione in un momento analogo, ovvero per far riprendere al protagonista coscienza riguardo quale sia il mondo reale e quello costruito. Il deserto di Mine svolge la stessa funzione “da personaggio” dell’Isola di Lost; sfida i personaggi a scoprire sé stessi, partendo dalle difficoltà fisiche e arrivando ad eventi quasi supernaturali. Anche nelle musiche ci sono dei richiami a Michael Giacchino come impostazione del tutto. Si parte magari con un pianoforte, senza i suoni del film e poi tutto cresce fino a diventare una sinfonia. Una cosa curiosa che era venuta fuori in un’altra intervista è che qualcuno c’ha visto Desmond (il personaggio interpretato da Henry Ian Cusick in Lost, ndr.)… Nel senso che lui a un certo punto viaggia nel tempo con la propria coscienza, fra passato e futuro in una maniera simile. A un certo punto Mike è come se fosse in tutti e tre i tempi nello stesso istante, proprio come Desmond. E si tratta di una cosa che non abbiamo ricercato in maniera esplicita, è nata dalla miscela degli elementi archetipici di Lost e di ogni storia.

Concordo e infatti, sia con Alò che negli extra del Blu-ray, avete fatto chiaro riferimento a questi archetipi, senza dimenticare di citare la questione alchemica e collodiana. Molto interessante. Da cosa nasce il vostro interesse verso questa tematica della narrazione?

FR: Nasce da un lato dallo studio dei meccanismi della narrazione, dove diventa inevitabile imbattersi in certi archetipi, in certe strutture, e poi dal nostro interesse verso alcune questioni esoteriche, quello che riguarda la struttura della realtà e la conoscenza della stessa. Che poi alla fine la narrazione cos’è se non un modo per studiare e conoscere la realtà?

Fabio & Fabio nel loro studio a Milano

Fabio & Fabio nel loro studio a Milano – Foto di Andrea Francesco Berni

Quindi considerato che prima di Mine avete lavorato più che altro in ambito sci-fi avete usato questi archetipi per mettere un po’ di sci-fi anche nel vostro lungometraggio d’esordio? Parlo proprio in riferimento alla gestione dei piani temporali.

FG: A noi piace tutto quello che narrativamente indaga l’essere umano. E spesso la fantascienza è lo strumento più comune che viene adoperato a questo scopo. E noi abbiamo deciso di raccontare la storia di Mine nel momento in cui abbiamo compreso che potevamo affrontare delle questioni che c’interessavano. Poi dipende anche dal sistema di valori in cui credi e come questo si riflette nel tuo film. Noi ad esempio abbiamo un approccio quantistico alla realtà. Siamo convinti che le vibrazioni di una persona, le sue emozioni, condizionino gli eventi del reale. Per cui quando scriviamo una storia finisce per essere influenzata da queste regole che stanno alla base del nostro modo di pensare. E in maniera più o meno esplicita si finisce per parlare di fisica quantistica. Le idee delle dimensioni temporali che collassano nel momento in cui la coscienza ha pieno accesso ad esse è molto comune. Quindi in questo senso sì, Mine è un po’… new science.

FR: Il viaggio alchemico parla di tutte quelle questioni lì. Di come diventare creatori del proprio mondo.

Con Francesco avevate parlato in maniera approfondita del casting di Armie Hammer, ma io da Downtoniano sono curioso riguardo al casting di Tom Cullen. Come l’avete scelto? Guardavate Downton Abbey anche voi?

FR: Ha fatto un provino durante il casting di Londra. Ci ha convinto subito rispetto a tutti gli altri.

FG: Il dato interessante è che penso che fra tutto avremo visto qualcosa come cinquanta potenziali Tommy. Ed erano tutti americani. E alla fine abbiamo preso un inglese. Fra i vari provinati c’era anche il protagonista di Mr. Robot Rami Malek che però, all’epoca, non era ancora il protagonista dello show. Al tempo ci disse “Eh, forse comincio una serie tv”. Ma anche Chris Zylka di The Leftovers, Adam Brody di The O.C. Abbiamo visto davvero tantissima gente, fra americani e latini, ma alla fine Tom Cullen, che peraltro neanche conoscevamo, era quello che incarnava meglio la funzione del personaggio. Tommy è un personaggio molto strutturale, forse anche troppo, e per questo ci serviva quel misto fra sense of humour, spalla, eccetera eccetera e lui ci ha convinto subito.

FR: Ha subito afferrato quello di cui avevamo bisogno.

FG: E poi, sembra una cosa stupida…

FR: E sì, quello era importante in effetti…

FG: È molto alto, cosa fondamentale perché Armie Hammer è un gigante. Poi sul set è stato fantastico, aveva un senso dell’umorismo inglese devastante.

Da Italiani, come avete vissuto sul set l’ascolto di un madrelingua inglese che doveva mettersi alle prese con una cadenza americana del parlato? Mi intriga come talvolta riescano a essere più americani degli americani nonostante il loro approccio magari posh…

FR: Fuori dal set lui era molto diverso, molto più sofisticato ovviamente rispetto al personaggio che interpreta nel film. Poi la questione dell’accento era un aspetto importante, ma anche anche più difficile da controllare per noi perché per quanto possiamo conoscere l’inglese, tutta la ricchezza delle varie sfumature non è semplicissima da afferrare. Ma il produttore americano era ovviamente molto interessato circa la riuscita di questa parte e devo dire che Tom è stato molto bravo, ha fatto questa specie di accento del sud che per questo Marine ho trovato molto azzeccato.

FG: Però se sei posh, un pochino si vede sempre!

FR: Sì, un po’ sì.

FG: Soprattutto se devi fare il soldato texano, ogni tanto il mignolino alzato [ci mettiamo a ridere tutti, ndr.]. Come se mancasse un certo tipo di nerbo. Quando montavamo il film un po’ lo notavamo, ma alla fine è andato tutto bene.

Fabio Resinaro - Foto di Andrea Francesco Berni

Fabio Resinaro – Foto di Andrea Francesco Berni

Avete girato in Spagna, giusto? In quale zona esattamente?

FG: Fuerteventura!

FR: C’è sempre questo vento che porta proprio la sabbia dal deserto del Sahara.

Allora vi faccio una domanda che nasce in relazione alla mia esperienza sul set di Exodus, girato proprio fra Fuerteventura e Almeria. Sul set nel deserto di Almeria lo scenografo di Ridley Scott ci disse che a lui piacciono molto i set vivi, mossi dal vento, con la luce che cambia, in cui tutto è sempre dinamico. Condividete queste osservazioni?

FG: Tenendo conto delle debite differenze produttive e dei budget multimilionari dei film di Scott, ti posso dire che in Mine il vento ha influenzato molto le condizioni fotografiche. Dovevamo girare veloci perché il vento spostava rapidamente le nuvole e magari nel campo-controcampo ti ritrovavi il supersole e il tempo nuvoloso. In fase di montaggio e in post-produzione è stato parecchio complicato da gestire. Anche l’audio… c’era sempre questo vento in sottofondo e alcune volte abbiamo pulito le tracce, altre abbiamo aggiunto ulteriore vento in post per mimetizzare di più. Tutti ci hanno detto “Eh, ma sarà stato complicato tollerare il caldo”, invece no, la temperatura col vento che c’era era tollerabilissima, il problema vero erano le difficoltà logistiche date dalle condizioni del meteo.

FR: Però l’alternativa quale sarebbe stata? Girare in interni col green screen? È sicuramente preferibile girare in una location “vera” che può darti molto di più. È chiaro in un luogo come quello dove hai sempre un forte vento e la luce cambia rapidamente, a volte è uno svantaggio, ma può anche sfruttare il tutto a tuo vantaggio. Puoi catturare delle situazioni di luce molto variegate e interessanti.

A proposito di situazioni cromatiche interessanti, nel VFX breakdown contenuto nel Blu-ray ho appunto notato un laborioso procedimento di color correction. È stato un processo lungo?

FG: Eh, beh, è stato lungo sì.

FR: Sia la color correction che gli effetti visivi hanno richiesto molto tempo.

Sì, ovviamente m’interessano entrambi gli aspetti.

FR: Beh, anche se non è un film d’effetti speciali in senso stretto ha dei passaggi dove è stato necessario usarli, come la tempesta, la visione alla fine, gli animali nella notte. Ma quelli sono i frangenti più evidenti perché siamo dovuti intervenire in parecchie inquadrature per aggiustare, cancellare intrusi in scena, migliorare alcuni elementi. Abbiamo girato in poco tempo e la nostra esperienza ci ha permesso di poter dire mentre giravamo “Questa la sistemiamo dopo”.

Fabio Guaglione - Foto di Andrea Francesco Berni

Fabio Guaglione – Foto di Andrea Francesco Berni

Le collaborazioni fra fratelli registi mi intrigano da sempre. Sia che si tratti di fratelli autentici che di chi, come voi lo è diventato grazie all’amicizia. Come vi dividete il carico di lavoro in tutte le fasi di realizzazione di un film?

FG: A monte dobbiamo sempre parlare a lungo fino a che non inquadriamo bene il progetto che vogliamo portare a termine, il film che vogliamo fare. Ore e ore di brainstorming, di storyboard. Sul set, siccome c’è poco tempo da perdere e bisogna andare molto veloci perché il nostro stile ci porta a dare vita a film fatti da moltissime inquadrature, sommariamente lui [Resinaro] è quello un po’ più tecnico che segue di più il direttore della fotografia e la macchina da presa e io parlo di più con gli attori, sto di più al monitor per studiare bene quello che stiamo portando a casa. Poi la sera c’è il momento del confronto in cui capiamo bene quello che abbiamo fatto durante la giornata di lavoro pianificando la successiva, ma generalmente ci dividiamo così. Nella fase di post lui [sempre Resinaro] controlla maggiormente la fase di VFX…

FR: Sai è una vera questione di esigenze di budget quella di ricoprire più ruoli. Io seguivo gli effetti visivi lui [Guaglione] il montaggio. Dovevamo dividerci così, anche per forza di cose.

FG: Poi le musiche, il mix audio… Dividersi i compiti è un espediente utile per controllare il progetto in tutte le sue fasi.

E in virtù della vostra lunga conoscenza reciproca, come gestite gli attimi di crisi e tensione? Se siete in disaccordo su qualcosa ve lo dite apertamente?

FR: Questo fa parte del processo creativo!

FG: Magari cerchiamo di non scannarci…

Ecco questo volevo sapere soprattutto.

FG: Certo, però non lo facciamo sul set di fronte a tutti perché è importante non perdere l’autorità sul resto della squadra.

Però appunto, fra di voi c’è sempre schiettezza.

FR: Sì sì, certo.

FG: Anche troppa! [ridiamo tutti]

Penso che molto spesso il mandarsi a cagare con onestà sia il segreto per una relazione sana e duratura, di qualunque tipo essa sia! Torniamo al Blu-ray. Come è stata maturata la decisione di scaglionare le uscite delle varie versioni dicendolo subito in maniera molto diretta, dando quindi all’acquirente la possibilità di scegliere se aspettare o meno di mettere mano al portafoglio?

FG: L’idea di confezionare più versioni è arrivata da Eagle Pictures. E la cosa ci ha fatto estremamente piacere un po’ per la questione di valorizzazione del prodotto un po’ perché c’erano delle esigenze di natura pratica. La presenza solo nella Steelbook in arrivo a maggio della traccia in lingua originale è dovuta al fatto che il film deve ancora approdare nei mercati esteri – ad aprile arriverà negli Stati Uniti e in Inghilterra – ed è un espediente per limitare la pirateria digitale. Sappiamo che questa può essere letta come una lacuna del Blu-ray anche se stiamo constatando come Mine stia andando comunque bene nel mercato home video, non ci aspettavamo una risposta così forte. Devo riconoscere che la scelta di Eagle è stata vincente. Quindi già ora fra la versione normale, quella limited su Amazon con le nostre firme che ci ha fatto scoprire che esistono effettivamente delle persone interessate ai nostri scarabocchi e quella esclusiva per Feltrinelli – che propone una carta diversa all’interno – sta andando tutto alla grande. Ho anche visto che c’è un tale che su eBay ha rimesso in vendita a 100 euro uno dei Blu-ray autografati! Sono curioso di capire se qualcuno se la comprerà.

Ho visto che segnalavi con stupore la cosa su Facebook.

FG: Poi nella Steel, oltre alla traccia inglese, ci sarà un’altra carta, forse registreremo dei commenti ufficiali… Se facciamo in tempo. Volevamo premiare quelli che avrebbero comprato il Blu-ray da cui la decisione di lavorare di nuovo sul film proponendo anche una ricca proposta di contenuti speciali. Volevamo che il Blu-ray fosse un’opportunità per vivere e rivivere tutti i vari livelli di Mine.

Come vi ponete di fronte alla pirateria? Tu [Fabio Guaglione] sei stato molto attivo sulla message board di un sito di streaming illegale a cavallo della release del film nei cinema. È un tema caldo che mi piacerebbe affrontare perché a volte, specie in ambito TV va detto, c’è chi paradossalmente vede nello streaming illegale addiruttura delle opportunità “pubblicitarie”.

FG: Beh, sì fa pubblicità sulle megaproduzioni. Su un film di X-Men o su Mine l’impatto è diverso. E poi dipende molto dal “quando”. Il mio sfogo su quel sito nasce dal fatto che a ottobre, due giorni prima dell’esordio nei cinema, già la gente chiedeva “Eh, ma quando lo mettete?”. Lì mi sono cadute le palle. Non mi definirei un integralista, ma la pretesa con cui certi “pirati” esigono di vederselo subito… neanche il buon gusto di concedere a un film un minimo di “ciclo” fra cinema e home video. La tempistica incide tantissimo sull’entità del danno ai produttori. Ora, non dovrei dirlo, ma se un film viene piratato dopo aver avuto modo di vivere il ciclo di cui sopra, il danno è relativo. Il discorso cambia se accade a ridosso della release al cinema o in home video. Si ricollega a quanto detto prima sul Blu-ray, alle riunioni fra Eagle e ai distributori internazionali sulla rimozione della traccia in lingua inglese. Non è stato semplice perché, in teoria, ogni paese può fare quello che vuole, ma qua si sono parlati e hanno riconosciuto che inserendo la traccia inglese nel nostro Blu-ray, avremmo avuto a che fare con una bella gatta da pelare. Segno del fatto che per le pellicole indipendenti non parlerei proprio di “pubblicità gratuita” ma di grosso danno. Poi secondo me c’è una grossa differenza fra film e serie tv che sono già spesate in un certo senso e sono collegate a tutto il discorso delle eventuali inserzioni di break pubblicitari sui vari network in cui vengono rivendute dal broadcaster e produttore originale, c’è il discorso dell’attesa del nuovo episodio o della nuova stagione… Però quando c’è gente che “Se non posso avere tutto subito e gratis siete delle merde!” non va bene. C’è anche poca comunicazione fra chi i film li fa e chi li fruisce e posso capire perché magari alcuni registi possono avere paura di finire bersagliati da migliaia di persone, ma bisognerebbe dialogare di più. Poi andiamo ormai ci sono i Cinema Days, il noleggio dei film che ormai ha dei prezzi accessibilissimi, se uno ha la fortuna di avere magari Sky dopo 4 mesi se lo vede a casa in HD… I modi per spendere anche pochissimo ci sono, bisognerebbe ragionare sulle tempistiche. Poi c’è un altro fatto: se io una cosa riesco ad averla subito e gratis, ad esempio per un film come Mine dove i primi venti minuti sono quelli più deboli rispetto a quello che viene dopo, puoi essere portato a dire “Ma che stronzata, io non lo guardo!”. Il prodotto viene svalutato. Se esci di casa, vai al cinema, paghi il biglietto… cazzo, il film te lo guardi tutto e il giudizio – positivo o negativo che sia – lo dai alla fine e quindi con più cognizione di causa. Se non paghi niente, il ragionamento del “Va be’ ma che merda!” è più facile e automatico. Il livello di attenzione verso un prodotto quando lo paghi o quando lo scrocchi è differente. Che poi è anche l’attitudine stessa alla pirateria che è cambiata. Adesso il punto non è recuperare una cosa che desideri, è avere tutto, sempre, subito. Mi ricordo che quando ero ragazzo era tutto più difficile e quando si piratavano le VHS di quell’horror coreano che volevi tanto vedere, cazzo te lo gustavi tutto perché magari avevi dovuto fare numeri assurdi per trovarlo e lo stesso impatto economico del processo era differente.

FR: Sì, sintetizzerei dicendo che pagare fa parte dell’esperienza cinematografica.

Ma certo, e soprattutto mi mette nella condizione di poter avere delle “pretese” ben precise verso quello che vedo.

FG: No, ma poi magari a piratare il film che troveresti a 2 euro è qualcuno che poi spende 60 euro per un aperitivo. Poi online c’è questa cosa dell’ostentazione della pirateria… Cazzo, almeno fallo e stai zitto. Che poi vorrei vedere se fai una cosa come questa in un bar, vai a fare colazione e non paghi cappuccino e brioche. Vedi poi le sberle che ti prendi dal barista. Non è un caso che in Germania il mercato home video sia ancora molto forte: perché ci sono delle sanzioni serie. Ma è anche colpa nostra e della mancanza di comunicazione di cui abbiamo parlato in precedenza, il pubblico non ha ben chiaro quanto sia complicato produrre un film e come funzioni la ripartizione degli incassi. Io su quella stessa message board di cui sopra mi sono trovato a rispondere a gente che mi diceva “Ma tu ormai sei ricco”. Ma quando mai, ma che ricco e ricco. “Eh, ma il film ha fatto più di un milione al cinema” e io ho dovuto rispondere che di quel milione non ho visto niente. Zero.

E parlando di streaming legale, lavorereste con Netflix o Amazon, con la consapevolezza di dare forma a un lungometraggio con tutti i crismi che però, magari, uscirebbe solo in poche sale per concorrere a qualche premio ma fatto e concepito per vivere e prosperare sul “black mirror” di una Tv o di un tablet?

FG: Un film quindi, non una serie.

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