Non c’è polemica più scontata, gratuita eppur necessaria di quella che contrappone i film Marvel (Disney) a quelli DC (Warner). I primi bollati facilmente come spensierati e divertenti ma un po’ tutti uguali, i secondi etichettati altrettanto facilmente come sofisticati ma anche depressi, confusi e spesso grossolani. È tuttavia una polemica necessaria perché l’unica in grado di far riflettere su cosa il cinema di maggiore incasso di questi anni stia proponendo, a partire da quali concetti e con quali esiti.

Quel che è accaduto fino ad oggi è che la Marvel ha trasferito al cinema un approccio molto umano, quello che da sempre vede nei suoi personaggi prima di tutto degli esseri umani con problemi quotidiani anche quando combattono gli alieni, mentre la DC sta puntando tutto sulla dimensione deistica, sui massimi sistemi, il simbolismo e l’epica sovraumana, anche quando un personaggio vaga per gli Stati Uniti come un senza tetto.

Wonder Woman è in questo senso ancora più diretto ed esplicito. Incastrato da due film Marvel che ben spiegano l’approccio dello studio (prima Guardiani Della Galassia Vol. 2 che pure nello spazio segue le paturnie familiari del protagonista, poi Spider-Man: Homecoming, l’eroe casalingo e di quartiere per eccellenza) il film di Patty Jenkins non sfrutta più la metafora del Dio ma la mette proprio in scena. La pellicola ha al centro effettivamente un vero e proprio essere superiore che vive in un regno isolato dalla razza umana e che decide di sporcarsi le mani tra gli uomini per assolvere a quello che percepisce essere il proprio dovere: salvare i mortali.

Diana non è come gli uomini, si sente diversa, cammina diversamente, è incuriosita da quel che non conosce e mai accenna al desiderio di mescolarsi agli altri. Lei non è come gli altri, non desidera esserlo e non soffre di questa diversità.

Era in un certo senso quel che esprimevano le immagini di Man Of Steel e Batman v Superman: l’eroe con poteri non può non essere percepito come un Dio, qualcuno che per una scelta morale decide di risolvere problemi che gli umani non possono risolvere e a cui ci si affida fidandosi della sua bontà. Se Batman (di Nolan) non metteva più in scena un bambino che cerca di riparare al torto dei propri genitori uccisi ma la scelta di un uomo che si fa simbolo, che indossa una maschera per fare cose che ad una persona comune non sarebbero permesse, per ispirare gli altri, per migliorare la propria città incarnando un ideale, e la Suicide Squad era una gang di cattivi a cui viene data l’occasione di fare la cosa giusta ma che, più di tutto, aveva l’occasione di mostrare che pur nella loro cattiveria hanno comunque un codice e sanno essere più etici dei cosìddetti buoni, allora Wonder Woman è in un certo senso la chiusura del cerchio.

Figura simbolo, ideale fatto carne e poteri, donna che prende la decisione di applicare al nostro mondo un metro etico che pare lontanissimo dalla realtà, Wonder Woman mostra con ancor più decisione di tutti i film citati quanto la DC abbia un altro approccio all’eroismo rispetto alla Marvel. Perché nei film e nelle serie Marvel Studios le scelte etiche sono solo piccole ed individuali, sono vicine ai supereroi di quartiere (Punisher ad esempio ha a che fare con simili questioni in Daredevil) oppure possono prendere la forma dei grandi scontri di Civil War (in cui parte dei Vendicatori ha un’idea su come intendere la giustizia e un’altra la pensa diversamente) ma non si fanno mai nucleo di tutta la storia. La trama è sempre altrove, l’etica è un po’ un ingombro necessario o un pretesto narrativo. Nei film DC invece la morale è tutto, è il centro della storia o l’unico dettaglio che caratterizza un personaggio.

Sarebbe sbagliato dire che i film DC vogliono insegnare o inculcare dei valori, perché le cose non stanno esattamente così, ma è vero che fanno della propria morale un punto centrale. È un approccio più radicale rispetto ai grandi poteri e alle grandi responsabilità dell’Uomo Ragno, cioè quel set di regole di base che gli eroi Marvel si autoimpongono. Ogni eroe è tale perché ha una morale che rispetta ma nei film DC quella morale è il motivo del contendere, è l’oggetto da difendere, la questione messa in crisi dalla trama, il cruccio del protagonista, la caratteristica che, in questo caso, la differenzia da tutti gli altri.

Tony Stark è caratterizzato dal suo approccio ironico e dandy, Capitan America dal conflitto con il passato che non c’è più, l’Uomo Ragno dall’essere adolescente, invece il Bruce Wayne degli ultimi film DC è caratterizzato dalla battaglia morale che conduce, così è Superman e Diana Prince è essa stessa il principio morale che sbandiera. La sua lotta contro le istituzioni, i generali, i singoli uomini e un sistema intero è quella di chi non si arrende e pretende di applicare la giustizia a tutti i livelli. Un Dio impotente che non può salvare proprio tutti nonostante lo vorrebbe.

Quel che Zack Snyder, Patty Jenkins e Allan Heinberg hanno centrato in Wonder Woman, al di là di tutte le possibile critiche al film, è dunque l’atteggiamento della protagonista, quella specie di ingenuità che non diventa mai piccineria, che non è mai caratteristica sminuente ma che eleva Diana Prince. Lei è migliore proprio perché ingenua, così ingenua e idealista da riuscire dove gli altri si arrendono (certo con l’aiuto di un po’ di superpotere), così naive da essere affascinante, così dura e pura nelle sue idee da ribellarsi al proprio mondo per far valere un principio.