Questa è la Pixar Week su BadTaste.it: in occasione dell’uscita di Cars 3 nei cinema italiani, vi proporremo le nostre interviste e i resoconti dalla visita agli studi di animazione della Pixar avvenuta ad aprile!

Il secondo incontro della nostra giornata alla Pixar è con Jay Ward, direttore creativo di Cars 3. Argomento dell’incontro: la storia del racing. A dispetto da quanto potessimo pensare, la chiacchierata con Ward si è rivelata la più interessante di tutta la giornata. Innanzitutto bisogna specificare il perché la Pixar abbia ritenuto importante che la stampa incontrasse un esperto in materia di storia delle corse automobilistiche statunitensi e non – visto che poco dopo, a tavola, Ward ci avrebbe parlato del viaggio fatto in Italia due anni fa per fare un tour in tutti i luoghi legati alla storia dell’automobile, da Maranello (Ferrari), a Sant’Agata Bolognese (Lamborghini), da Modena (Maserati) ad Arese (Alfa Romeo). Il commento di Dana Murray, produttrice di Lou, a riguardo: “Io in Italia avrei fatto il tour dei vini”…

Ma torniamo al motivo della presentazione, che è da ricollegare ai quattro personaggi che compaiono in Cars 3, le Leggende e che si ispirano a dei piloti realmente esistiti: Junior Johnson, l’unico ancora in vita (83 anni) e che ha prestato la voce al personaggio a lui ispirato, ha iniziato a modificare la sua auto per scappare dalla polizia perché all’epoca trafficava alcol tra le montagne del Nord Carolina (era un moonshiner); Wendell Scott, primo pilota afro-americano, era talmente emarginato nell’ambiente che durante le gare doveva farsi il cambio gomme da solo; Louise Smith, prima donna a gareggiare in pista, per poter partecipare alle gare doveva rubare l’auto del marito quando lui non c’era; Henry “Smokey” Yunik, velocissimo pilota nonché progettista dell’alettone posteriore. Quattro storiche figure del mondo delle gare Nascar che sul grande schermo vedremo sotto forma di automobili parlanti e saranno nell’ordine Junior “Midnight” Moon, River Scott, Louise Nash e Smokey.

La domanda a questo punto è: Cosa è la NASCAR?

“È l’associazione americana di gare da corsa.” ci spiega Ward. “Per capire come è nata dobbiamo andare indietro negli anni ’20, al periodo dei moonshiner, ovvero i produttori di alcol, illegale nell’epoca del proibizionismo e della grande depressione. I moonshiner assumevano dei tizi poco raccomandabili (i bootlegger) che dovevano trasportare l’alcol e portalo in città per venderlo. Le auto dovevano essere truccate e modificate per trasportare le enormi quantità di alcool, in più chi si metteva alla guida doveva saper guidare bene non solo per riuscire a trasportare un mucchio di galloni di alcol, ma soprattutto per scappare dalla polizia. Succedeva che queste persone avevano anche molto tempo libero tra una carico e l’altro e finivano per vantarsi tra loro su chi era il più veloce, chi aveva l’auto più forte e l’alcol migliore. Quindi se per l’alcol bastava un sorso per stabilire quale fosse il più buono, per l’auto bisognava mettersi in pista e gareggiare.”

Ward ci racconta di come l’idea abbia avuto un successo tale che le persone hanno iniziato ad andare a vedere le competizioni tra bootlegger, i quali, da bravi trafficoni, appena intravista l’opportunità hanno avuto l’idea di far pagare un biglietto dando il via a un vero business. “Non passa molto tempo e viene creato un evento fisso a Daytona Beach dove un hotel scrauso diventa la sede dell’associazione.”
Il fenomeno Nascar quindi nasce subito dopo la seconda guerra mondiale, alimentato anche dall’aiuto di chi tornava dalla guerra e impartiva quello che aveva imparato sui motori. “Nel frattempo il settore automobilistico cresceva, si facevano le gare la domenica e si vendevano le auto il lunedì,” ci dice Ward specificando quanto il team che ha lavorato alla creazione del franchise Cars tenesse all’autenticità dei dettagli e della storia del mondo automobilistico e nello specifico della Nascar.

“Questo tipo di gara nata tra la Georgia e il South Carolina e che si svolge su una pista circolare” continua Ward “ha ispirato le varie generazioni di auto che vediamo in Cars. Dopo le prime competizioni a Daytona Beach in Florida, all’Atlanta Motor Speedway e al Charlotte Motor Speedway, questo sport è diventato popolare negli anni ’60 dopo essere approdato in tv. Il più famoso pilota dell’epoca fu un ragazzo giovanissimo di origine italiana, Mario Andretti, cresciuto in Pennsylvania, talmente veloce alla sua prima gara nel 1967 da far infuriare tutti gli altri piloti più navigati. Lo stile della sua auto, molto anni ’60, ha influenzato il design nel primo Cars.”

Lo stile delle auto cambia con gli anni, si passa dalla Plymouth Superbird degli anni ’70, agli anni ’80 – the days of thunder – fino ad arrivare alla Chevrolet Lumina del 1994 e alla Ford Thunderbird del 1998. “Negli anni 70 le auto sono più squadrate, il body-style ha influenzato il design dello speaker delle gare ad esempio. Negli anni ’80, con il mullet hairstyle, c’erano molti sponsor, tanti stickers sulle auto, soprannomi strani per i piloti, tutte caratteristiche visibili in Cars 2.”

“Per Cars 3 ci siamo chiesti cosa fosse cambiato e che cosa potesse essere uno spunto per il terzo film,” continua Ward. “E la risposta è l’età dei piloti; adesso abbiamo ragazzi che gareggiano a 21, 22 anni e che arrivano dal go-kart. E non solo maschi, ci sono anche delle ragazze, come Danica Patrick e Julia Landauer, cosa che solo fino a poco tempo fa era del tutto impensabile.” Ed è proprio questa generazione di piloti che ha ispirato i nuovi personaggi con i quali McQueen si troverà a dover competere. Più giovani e più veloci, faranno vacillare la sua sicurezza, spingendolo in un primo momento ad abbandonare le gare.

“Le auto che hanno ispirato il background invece sono la Dodge Intrepid del 2001 e la Ford Fusion del 2006. Auto con poca personalità” conclude Ward per spiegarci come mai quel tipo di design sia stato rifilato per le auto sugli spalti.

Altre curiosità:

  • Twin H Power è l’auto che ha ispirato il personaggio di Hudson Hornet perché, secondo Ward, era una “grandpa car”.
  • Jocko Flocko, nome che compare sul camion che trasporta McQueen e Cruz alla gara nel fango con l’intento di camuffarsi e non farsi riconoscere, è in realtà il nome di una scimmia realmente esistita e co-pilota di Tim Flock nel 1953. L’animale serviva per fare pubblicità al proprietario e spaventava gli altri piloti, fino al giorno in cui durante una gara rimase incastrata nella porta, diede così di matto che Flock dovette fermarsi e concluse la gara solo al terzo posto. Inutile dire che perse il suo posto da co-pilota quel giorno.
  • Robert Gelnn “Junior” Johnson, unica delle Leggende ancora in vita, ha venduto la sua “ricetta” alcolica alla Piedmont Distillers che la vende con l’etichetta Junior Jonhson’s Midnight Moon. È inoltre stato lui a proporre di mettere i nomi dei brand sulle auto per sponsorizzarli e farci più soldi.
  • L’auto di Junior Johnson è stata scelta tra le auto che Johnson possiede nel suo garage.
  • River Scott, l’auto che si ispira a Wendell Scott, ha scritto sulla targa “MechanicMe” per ricordare il fatto che Scott doveva riparare la sua auto da solo in quanto emarginato nel settore.
  • Louise Smith ha vinto 38 gare.
  • A Louise e Wendell, prima donna e primo pilota afro-americano, non è mai stato offerto un numero per gareggiare.