Nella sezione Orizzonti della 74. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia è stato presentato il film Brutti e Cattivi, una dark comedy scritta e diretta da Cosimo Gomez (qui la nostra videorecensione).

La sinossi anticipa:

Il Papero, Ballerina, Il Merda e Plissé si improvvisano rapinatori per il colpo che cambierà la loro vita. Non importa se il primo è senza gambe, Ballerina, la sua bellissima moglie, non ha le braccia, se Merda è un rasta tossico e Plissé un nano rapper. Sono solo dettagli. Per loro non ci sono ostacoli. Solo sogni.
Anche se, dopo il colpo, le cose si complicano: ogni componente dell’improbabile banda sembra avere un piano tutto suo per tenersi il malloppo.
Tutti fregano tutti senza nessuna pietà in una girandola di inseguimenti, cruente vendette, esecuzioni sanguinose e tradimenti incrociati.

Abbiamo incontrato Claudio Santamaria, interprete del Papero, che ci ha raccontato qualche curiosità sul lavoro compiuto sul set e sul suo personaggio:

Attenzione, le risposte contengono qualche piccola anticipazione sulla trama.

Come ti sei avvicinato al film e cosa ti ha attirato del progetto di Cosimo?

Mi è arrivato questo librone, il moodbook, dove c’era il soggetto e tutti i disegni fatti da Cosimo sui personaggi. C’erano delle foto come riferimento, le storie personali di ognuno di loro, molti dettagli. Mi ha subito attratto questo progetto. Ho pensato ‘Può essere un’idea geniale, folle, però tutto dipende da chi c’è dietro la macchina da presa’. Poi ho conosciuto Cosimo e abbiamo fatto un provino insieme. Il personaggio mi attirava tantissimo, anche solo dal punto di vista estetico, dalla “scatola”, perché é sulla sedia a rotelle, non ha le gambe, ha questo look strano… Era un personaggio davvero interessante perché lo vedi ed è come se a un bambino dicessero ‘Senti, ma vuoi una pistola per giocare o preferisci che ti dia un cappello con le piume da indiano, il giacchettino di pelle con le frange, le scarpe, l’arco con le frecce…’. Ovvio che scegli l’indiano perché c’è questo insieme di oggetti di scena e un look che ti trasforma completamente! Per un attore è sempre una sfida ed è davvero bello potersi trasformare così tanto.

Come ti sei avvicinato al cambiamento fisico e al lavoro sul set?

Quella è una cosa puramente tecnica, e c’era un po’ il rischio di realizzare un film in cui i personaggi sono fin troppo una maschera, una commedia grottesca piatta in cui ci si affida solo agli aspetti dell’estetica e poco altro. Per evitarlo si è lavorato molto sul dolore di questo personaggio che dalla nascita non ha le gambe, è quindi incazzato con la vita da sempre. Direi che non è molto contento del Signore perché chi nasce così ha una grande rabbia dentro. Ho poi puntato molto sul suo sogno, cercando di renderlo vero e credibile, per permettere così che diventasse altrettanto veritiera questa “scatola” ed evitare che fosse solo un fattore estetico vuoto. Il centro del personaggio è il suo sogno di avere le gambe, anche se alla fine scopre essere un sogno vuoto perché di fatto è l’amore che realizza il suo sogno e l’accettare se stesso, amarsi. Di tutti questi infami lui è poi il più onesto e leale perché fin dall’inizio avrebbe diviso il bottino veramente con tutti, considerando quelle persone come dei fratelli. E’ alla fine il meno “brutto e cattivo”.

Per quanto riguarda il look, era già presente nella sceneggiatura l’amore per gli stivali da cowboy?

Assolutamente sì, però la posa fotografica che si vede nel film l’ho inventata io! Quando mi metto con il piede accavallato ho detto a Cosimo ‘Aspetta che voglio fare così, mi metto in posa da cowboy!’, perché secondo me era fantastico.

La preparazione effettuata prima di arrivare sul set con il regista e il cast hanno portato a modificare qualche aspetto del tuo personaggio?

La sceneggiatura era molto precisa, chiaramente sono nate delle piccole improvvisazioni, sopratutto tra me e Marco perché eravamo sempre a stretto contatto, portando al film delle piccole cose e alcuni dettagli che non si possono nemmeno quantificare, dei piccoli aspetti legati alla natura del rapporto, dei gesti. La sceneggiatura era molto precisa, con i riferimenti grafici dei personaggi dettagliati e Cosimo aveva già tutto nella sua testa.


Una delle scene più forti e divertenti è quella in cui il tuo personaggio subisce inaspettatamente l’amputazione di un braccio, come l’avete realizzata?

Fisicamente è stato duro perché io avevo le gambe dentro la sedia a rotelle, c’era sotto una scatola creata appositamente dai responsabili degli effetti speciali in cui nascondevo le gambe, quindi stavo in ginocchio e avevo i piedi rattrappiti. Era molto faticoso. Quando sono davanti alla chiesa, ad esempio, stavo dentro un tombino, sul divano e il letto c’erano invece dei buchi… In quel caso però c’era questa sedia da barbiere bucata e io stavo dentro, stavo malissimo. Per girare abbiamo ovviamente usato una mannaia finta però quella giornata me la ricordo davvero tremenda! Fisicamente è stato piuttosto stressante però ci siamo divertiti molto.

Quali difficoltà avete avuto?

Abbiamo ad esempio dovuto aspettare il treno che arrivava, controllando gli orari per capire quando sarebbe passato perché doveva farlo nel momento in cui urlavo di dolore, e l’attore che interpreta Borush è davvero un pazzo scatenato, è davvero molto simpatico! Poi mi hanno attaccato un braccio finto con dei fili che erano attaccati a loro volta dietro un braccio nascosto. Non ci sono effetti digitali, sono tutti veri, c’era questa mannaia tagliata e l’effetto finale era tutto legato a come riprendi la sequenza. Poi quando Borush tira il braccio dovevano arrivare 7-8 topi e invece non apparivano… Ne è passato solo uno, ma era abbastanza prevedibile: nella sceneggiatura c’era scritto ‘arrivano i topi e iniziano a mangiarlo’ e io ho pensato ‘sì, certo, hai i topi radiocomandati?’. C’è sempre un po’ di differenza tra come scrivi le scene e come riesci a realizzarle.

Per quanto riguarda i personaggi femminili, a un certo punto della storia entra in scena Perla e dà una svolta importante alla narrazione, come avete costruito quel momento e le differenze tra le donne al centro della trama?

E’ un feeling che nasce sempre grazie alle tante prove e alla preparazione prima di arrivare sul set. Abbiamo fatto insieme molte letture del copione, prove, Cosimo è stato molto insistente su questo.  Sono molto felice quando un regista insiste per provare perché se arrivi sul set dopo aver provato una scena 100 volte chiaramente i rapporti si definiscono di più, crei un feeling, un legame diverso, più stretto, più
intimo. Il lavoro di prove è stato fondamentale e necessario. Il personaggio di Sara (Serraiocco) è poi del gruppo quella più cattiva, ovviamente la meno brutta perché è la più bella, ma poi il vero cattivo, il lupo, è Don Charles perché tutti si muovono per amore tranne lui che si muove per interesse, e l’unico amore che ha è quello per se stesso, scappando dall’Africa, prendendo l’identità di questo prete e tradendo tutti, anche Perla.

Il regista ha rivelato che in fase di montaggio sono state tagliate molte scene, c’è qualche passaggio che avresti voluto invece fosse mantenuto?

Non mi ricordo. A rivedere il film non riesco a pensare a una scena che non sia presente perché è stato davvero rocambolesco da girare, abbiamo realizzato talmente tante cose, con molti tagli… Non ho memoria e poi onestamente non sono uno di quegli attori che ci tiene. Anche se ti studi una battuta davvero tanto, se poi non c’è vuol dire che nella visione del regista quell’elemento non contribuiva a realizzare quello che desiderava. Come attore, secondo me, devi sempre essere al servizio di quella visione perché se non viene realizzata fino in fondo ne risente anche il tuo lavoro. Non ha senso impuntarsi per una scena.