Capolavoro?

Non scherziamo. Brutto? Nemmeno. Affettuoso? Sì. Bello? Può essere.
Soprattutto interlocutorio.

Miracolo?

“Perché non avete mai visto un miracolo” risponde così allo scetticismo verso il salto di qualità di una possibile interazione essere umano-replicante il Supper Morton di Dave Bautista al collega replicante più “crumiro” KD6-3.7, per i pochi amici Joe e per tutti gli altri solo K (Joseph K. era il protagonista de Il Processo di Kafka) interpretato da Ryan Gosling. Effettivamente lo avremmo voluto vedere anche noi questo miracolo lungo tutti i 163′ di Blade Runner 2049 di Denis Villeneuve invece che ripercorrere correttamente ma blandamente le stesse tappe dell’originale del 1982 firmato Ridley Scott con la solita anaffettività e pacatezza visiva, però, tipica della contemporaneità rispetto al furore e sudore organico del cinema anni ’80 in cui tutto era più partecipato, umido e bagnato rispetto all’aridità solipsistica e secchezza estetica del presente. E invece, in attesa di esplorare se non addirittura vedere il miracolo per i prossimi episodi di Blade Runner 3 o 4 o 5 o 6, abbiamo appena visto una affettuosa ma scolastica replica del film del 1982 con grande attenzione alla sensibilità dei replicanti (ancora?), un’indagine poliziesca che sa anche di reportage giornalistico e/o collage di vita passata alla Quarto Potere di Orson Welles (del genio americano si riprende l’utilizzo di oggetti emblematici di un ricordo infantile e anche l’idea di Rapporto Confidenziale di vedere una persona molto citata nelle parole poi entrare in azione nella seconda parte; ci riferiamo a Deckard) con il preciso obiettivo di lucrare su un brand e rimescolare le carte tenendosi però il mazzo buono magari per la prossima mano. Che peccato visto che fuori campo, da qualche parte e già a partire dal 2021 ovvero due anni dopo il 2019 del primo film, nella drammaturgia dell’universo Blade Runner il tale Rick Deckard (forse uomo, forse replicante) e la tale Rachel (sicuramente replicante) avevano prodotto una nascita miracolosa come Giuseppe e Maria. Una nascita che avrebbe significato molto sia se il frutto era di umano & replicante sia se la prole fosse provenuta da un accoppiamento replicante & replicante. Ma tutto questo in Blade Runner 2049 di Villeneuve non diventa il centro e cuore del film. È solo un amo per “pescare” lo spettatore.

Replicando

Per ora nel film di Villeneuve accontentiamoci di ciò che abbiamo visto e rivisto incessantemente dal 1982 ad oggi con picchi negli ultimi anni rappresentati da Ex Machina di Garland o Lei di Jonze. I replicanti o androidi o robot (anche in Matrix era così prima che umiliassimo le macchine a tal punto da spingerle a una rivoluzione armata) sono in cerca di una sempre maggiore connessione con quelle creature nonché creatori così somiglianti a loro: noi. Ecco che dunque un blade runner replicante estremamente ligio al dovere (KD6-3.7) partirà per una missione per capire cosa è successo a quel tale Rick Deckard, scappato via con un’androide nel 2019 al termine di una vicenda legata a 4 modelli Nexus 6 da ritirare, senza che la sceneggiatura di Michael Green e Hampton Fancher (il secondo fu il primo sceneggiatore scartato da Scott per la versione più mondana creata da David Webb Peoples, incomprensibilmente non richiamato per questo sequel) ci faccia minimamente percepire il nervosismo di una rivoluzione politica in atto (c’è una cellula di androidi sediziosa? il figlio/figlia/gemelli partorito/i da Rick e Rachel sarebbe stato visto come un messia? Perché viene utilizzato il termine “miracolo”?). Vedremo solo ciò che abbiamo già visto: il rapporto tra KD6-3.7 e la sua segretaria/governante/possibile amante Joi (ma il film esce con le ossa rotte dal confronto con Lei di Jonze), il dubbio che il replicante possa rendersi conto di essere umano ribaltando il cruccio del primo film (come mai il modello Nexus 6 Roy Batty aveva consapevolezza del proprio corpo artificiale mentre questi nuovi modelli non sanno niente delle loro interiorità?), un’indagine che ci permetterà di esplorare alcuni luoghi non proprio indimenticabili di questo 2049 così più moscio a livello architettonico rispetto al 2019 (archivi, aziende, centrali di polizia, alberghi/casinò abbandonati, serre, appartamenti; tutto piuttosto insignificante) dove gli ologrammi 3d che ti ballano davanti agli occhi sono molto meno “cool” rispetto ai solograms appollaiati sui palazzi nella versione live action di Ghost In The Shell.

Conclusioni

Così lontano, così vicino, dunque, alla versione (dei produttori) del 1982. In teoria melodramma politico ma in pratica sonnolento poliziesco esistenzialista, non aiutato dalla presenza come suo eroe di passione & rivoluzione quell’attore quasi totalmente incapace di trasmettere idealismo romantico o anche solo… energia emotiva. Ci riferiamo ad Harrison Ford. Mentre Gosling è diligentemente catatonico per il 99% delle inquadrature (che brutto quel momento di emotività esposta in cui il suo Joe K. dà di matto per 15 secondi sembrando uno psicopatico qualunque), Ford è leggermente più pimpante ma solo perché sa che sarà protagonista del sequel di questo sequel e quindi si sfrega le mani visto che, se la strategia alla base di questo Blade Runner 2049 avrà successo, il buon Ford (76 anni a luglio del 2018 e ancora Indiana Jones nel 2020) terminerà la carriera in sella a due franchise mondiali dopo essersi levato dalle scatole, dopo anni e anni di tentativi infruttuosi, lo Han Solo di Star Wars.
Abbiamo visto in questo film distintamente Harrison Ford. E Rick Deckard? Meno.
Quel Rick che era fuggito in macchina con Rachel chiedendosi interiormente “quanto sarebbe durata” (sia lei che la loro storia d’amore: una delle battuti finali più belle e risonanti sella Storia Del Cinema), padre del “miracolo”, strumento di una rivoluzione che sa sempre di antipatia de-umanizzante come si deve fare oggi vedi Hunger Games (Rick fu costretto a lasciare la figlia immediatamente per non compromettere la causa politica ma non si capisce assolutamente perché; traduzione: oggi si deve sempre diffidare dei rivoluzionari).
Deckard in questo film è un Ford in anonima t-shirt grigia (perché passare dal mitico trench + cravattina + camicia a questo look da americano qualsiasi in pensione?) che non riesce mai a pronunciare delle battute senza evitare di farci percepire quel leggero fastidio con cui lo fa, come se ci facesse la grande concessione di recitare per noi.
Blade Runner 2049 soffre di tutto ciò: sceneggiatura banale (conflitti tra diversi modelli di replicanti? Zero; percezione di una pur minima tensione sociale? Zero), schiacciamento sullo schema drammaturgico dell’originale (indagine), cast replicante (Jared Leto è insopportabile come neo-creatore alla Tyrell; Mackenzie Davis è mortificata sfoggiando un look versione trash della Pris di Daryl Hannah; Robin Wright è noiosissima; Sylvia Hoeks, Ana de Armas e Carla Juri praticamente interscambiabili visto che ognuna avrebbe potuto recitare il ruolo dell’altra) e apertura finale che sa molto di cinica necessità da franchise e non di passionale idea per un sequel. Digitato ciò il film poteva essere un disastro, ci mancherebbe.
È bello perché ligio e con la testa bassa rispetto al film del 1982.
Come se si vergognasse di provare a essere qualcosa di diverso od originale (Villeneuve qui è solo uno shooter).
Magari con i prossimi capitoli capiremo se emergerà una maggiore personalità.