La Storia la scrivono i vincitori

E dire che questa espressione assai nota, usata da Mel Gibson anche in apertura del suo fortunato Braveheart (1995), sembra sia stata pronunciata per la prima volta da uno dei personaggi storici più ributtanti di sempre: il nazista Hermann Göring in quel di Norimberga durante il processo che lo vide accusato per crimini commessi durante la II Guerra Mondiale in relazione soprattutto all’Olocausto. Questo duro atto di accusa all’imparzialità storiografica fortemente messa in discussione a seconda di chi effettivamente esca da un conflitto con il coltello dalla parte del manico, apre in forma scritta su sfondo nero (proprio come in Braveheart) il bel film di Gurinder Chadha Il Palazzo Del Viceré in cui ci viene mostrata l’India del 1947 ma soprattutto un Inghilterra paradossalmente vincitrice e sconfitta insieme. Trionfatrice, dopo stenti e grandi sofferenze, del conflitto internazionale in compagnia di Stati Uniti e Unione Sovietica, la Gran Bretagna si trova nel ’47 così sfiancata dalla II Guerra Mondiale vinta contro Hitler da non aver più le risorse per amministrare la “Perla” del suo impero coloniale: l’India. I britannici devono rinunciare e sbaraccare e per far ciò si necessita la presenza di un Viceré formalmente impegnato a guidare la transizione verso l’indipendenza indiana tanto voluta da Mahatma Gandhi. È così che si apre il film.

Mountbatten Plan

La pellicola di Gurinder Chadha ha due storie principali dentro quel contesto storico così particolare e significativo. Da una parte assisteremo alle riunioni e trattative che vedranno il nuovo Viceré Lord Louis Mountbatten (Hugh Bonneville) discutere con GandhiJawaharlal Nehru e Mohammad Ali Jinnah circa il futuro dell’India post-coloniale quando hindu, sikh e musulmani dovranno convivere sotto una stessa bandiera. Ora che l’oppressore andrà via, gli oppressi riusciranno a non uccidersi l’un l’altro dopo anni e anni di divisioni interne favorite, ovviamente, dagli stessi britannici per tenere la società indiana frammentata, litigiosa e disomogenea? Ogni studente di scienze politiche apprezzerà il film della Chadha perché mostra assai bene il lavorio e logorio della vita diplomatica. Riunioni, discussioni, polemiche, qualche rivendicazione, mappe, confini e bandierine. Lord Mountbatten è stato scelto perché considerato affabile ma è pur sempre un “militare” chiamato a organizzare una ritirata senza sentimentalismi tutelando gli interessi nazionali mentre la moglie (Gillian Anderson), attraverso le stesse parole di Louis, è un’idealista tendente a sinistra utile al diplomatico, eventualmente, per osservare la situazione da un punto di vista più romantico e coinvolto. Mentre osserviamo la parte di film legata alla diplomazia e scienze politiche, Il Palazzo Del Viceré presenta allo spettatore qualcosa di più terrigno e melodrammatico: una love story autoctona e tormentata tra due giovani indiani dove lui (Manish Dayal) è un valletto hindu di Mountbatten e lei (Huma Qureshi) una musulmana promessa a un altro uomo. Mentre Mountbatten cerca in tutti i modi di favorire un’uscita di scena dell’Inghilterra il meno cruenta possibile per la società indiana, si renderà conto che vari interessi collaterali stanno facendo sì che la fondazione di una nuova nazione di nome Pakistan si profili all’orizzonte come l’opzione politicamente obbligata e decisa dall’alto. Ma decisa da chi?

Conclusioni

L’elemento di maggiore originalità de Il Palazzo Del Viceré è proprio il suo colpo di scena finale. Dopo averci portato dalla parte di Lord Mountbatten attraverso il carisma dei due attori principali (eccellenti sia Bonneville che la longeva Gillian Anderson), la Chadha si gioca benissimo l’asso tenuto nascosto nella manica: anche Mountbatten sarà uno di quei perdenti costretti a vedere la Storia scritta dai vincitori. E perché? Semplice: un “Deep State” molto più importante, invisibile e spietato rispetto a questo singolo Viceré pronto a commuoversi di fronte alle sofferenze indiane aveva già deciso tutto (leggi: fondazione del Pakistan) ben prima che Mountbatten mettesse piede a Nuova Delhi e cominciasse il suo incessante giro di consultazioni con i leader Gandhi, Nehru e Jinnah. Tutto era stato già stabilito sopra le teste sia del Lord che dei suoi tre interlocutori indiani con in più la crudele, e astuta, scelta di far passare il futuro nuovo ordine come farina del sacco di Mountbatten.
In sintonia con tanto cinema spy degli ultimi 10 anni, anche Mountbatten è un patriota tradito dalla Patria, un singolo individuo scollegato dalle visioni geopolitiche del suo paese, un Occidentale innocente manipolato da un Occidente senza pietà perché preoccupato dalla vicinanza dell’India a quello che all’epoca veniva chiamato l’Impero Sovietico.
La Chadha sfrutta la sua vita e il suo essere una nativa africana, d’adozione britannica ma di chiare origini indiane per, in un finale che non potrà non emozionarvi, collegare il destino dagli indiani dopo la decisione di far nascere il Pakistan nel 1947 alla storia stessa della sua famiglia. L’obiettivo di questa coproduzione Gran Bretagna/India/Svezia è quella di ribadire un preciso piano geopolitico di un Occidente non più Impero ma comunque uscito vincitore da una II Guerra Mondiale in grado di creare un nuovo quadro di spartizione del Pianeta Terra prodotto alla Conferenza di Jalta dopo gli accordi tra Iosif Stalin, Franklin Delano Roosevelt e Winston Churchill. Quando tutto si decideva in un palazzo che non era affatto il Palazzo del Viceré.