Mercurio

Non siamo abituati nel cinema italiano a un individuo che perde la pazienza e organizza un attentato. Non abbiamo dimestichezza con assassini in conflitto con il sistema al punto da voler compiere una strage. E dire che di stragi ne abbiamo avute parecchie nella nostra Storia più recente, da Piazza Fontana nel 1969 a Piazza Bologna nel 1980 (considerati gli eventi iniziali e conclusivi dei cosiddetti Anni di Piombo). Ma lì si parlava di ideologia, collettivi, doppi giochi da guerra fredda, terrorismo e servizi segreti deviati. L’identità del singolo si perdeva nel marasma politico alla base del tragico evento. Non abbiamo avuto nel nostro cinema tanti Travis Bickle di Taxi Driver (1976) o Mick Travis di Se… (1968) o Sienna Brooks e Bertrand Zobrist di Inferno (2016) o Jason “J.D.” Dean di Schegge Di Follia (1988) o i capostipiti del ribellismo giovanile anti-autoritario al cinema Caussat, Tabard, Colin, Bruel di Zero In Condotta (1933) ispiratore per Truffat e per il Godard del dittico del borghese che si dà alla criminalità Fino All’Ultimo Respiro (1960) e Il Bandito Delle 11 (1965). Abbiamo avuto Sandro de I Pugni In Tasca (1965) di Marco Bellocchio (per lui la famiglia moralista e cattolica doveva morire tutta) e l’incarnazione più psicopatica della maschera di Michele Apicella in Bianca (1984) di Nanni Moretti (uccido chi si tradisce nell’Italia del riflusso ideologico perché sono ossessionato dalla monogamia come metafora della fede ideologica dei ’70 che un tempo ci univa). Siamo diventati una società, e un cinema, molto meno violento e aggressivo rispetto a quello anglosassone. Eccezion fatta per Walter Mercurio, visto per la prima volta questo 2 febbraio 2017 durante l’assalto al treno in Smetto Quando Voglio: Masterclass e ora eroe tragico del capitolo finale delle avventure della Banda dei Ricercatori capitanata dal neurobiologo Pietro Zinni.

Doctor Octopus

Nel chimico bioinorganico Walter Mercurio coincidono sogno generazionale infranto (era stato chiamato con il collega ingegnere Claudio Felici a inaugurare un nuovo polo della ricerca chimica poi dismesso dalla politica in quattro e quattr’otto) e dramma personale alla Doctor Octopus di Spider-Man 2 (ha visto la sua futura moglie morirgli davanti agli occhi -in una scena simile a quella con Juliette Binoche protagonista nell’ultimo Godzilla– per colpa delle negligenze strutturali alla base del luogo di lavoro non sicuro in cui operavano sempre più abbandonati dalle istituzioni). Dopo la drammatica vicenda lo Stato italiano non solo non lo assiste ma addirittura lo mette in un angolo sostenendo che nessuno si assumerà la responsabilità per ciò che è successo (“Dare la colpa a chi aveva già pagato” è il commento di Felici quando racconta questa storia a uno stravolto Pietro Zinni). “Prima o poi li ammazzo tutti” sentiamo dire da Mercurio a un Felici ustionato già tentato dal diventare un criminale con il soprannome di Murena (bella la spiegazione della scelta dello pseudonimo legata al papà).
Felici quel giorno non lo prende sul serio. Errore.

Conclusioni

Quest’avventura era cominciata con una commedia del 2014 colta nel doppia valenza del termine ovvero ricca di nozioni (archeologiche, chimiche, anatomiche, economiche, semiotiche, epigrafiche, antropologiche) e così sapiente da riuscire a trasformare in divertimento il destino pesante toccato in sorte alla prima generazione di precari del dopoguerra, quelli nati nella seconda metà dei ’70 che per primi dopo il boom economico dei ’60 sarebbero tornati indietro economicamente rispetto ai loro padri (un vero e proprio shock specie per i maschi di quella generazione cresciuta nell’Italia ricca e spensierata degli ’80). Poi però già dal secondo episodio intitolato Smetto Quando Voglio: Masterclass c’eravamo accorti che il regista Sibilia, coadiuvato dai valenti sceneggiatori Francesca Manieri e Luigi Di Capua, aveva cominciato a inserire paura, rischio, violenza (anche se buffa e al rallentatore durante il mitico assalto al treno del secondo capitolo tanto preso in giro in questo terzo) e puzza di stragismo attraverso l’entrata in scena di Walter Mercurio e la sua folle vendetta. Com’è questo atto finale? Molto interessante anche se con più di qualche “ci sarebbe piaciuto che”.

  1. Che uno della Banda dei Ricercatori morisse (non per sadismo ma per dare un senso di reale pericolo tangibile a questo loro essere passati da intellettuali a criminali)
  2. Che scoppiasse la storia d’amore tra il Pietro Zinni di Edoardo Leo e la poliziotta ambiziosa Paola Coletti di Greta Scarano (i battibecchi tra Pietro e la sua ex Giulia stancano nel terzo atto)
  3. Che l’arco narrativo di Walter Mercurio scoccasse una freccia più spettacolare e fiammeggiante nell’epilogo. L’operazione editoriale compiuta da Sibilia e Matteo Rovere (cineasti & amici da cui ci aspettiamo tanto con la da poco nata casa di produzione Groenlandia) è meritevole per via del back-to-back produttivo (il secondo Masterclass e il terzo Ad Honorem sono stati girati insieme) ma si ha la netta sensazione che Sibilia-Manieri-Di Capua abbiano optato per un finale il più sereno possibile per non inserire troppi umori tristi dentro un franchise partito all’insegna del brillante sposalizio tra il grande cinema della commedia all’italiana I Soliti Ignoti di Monicelli e la migliore tv del recente passato come Breaking Bad, passando per lo stile frizzante del Guy Ritchie di Lock & Stock – Pazzi Scatenati e l’immagine psichedelica della serie Utopia. Va tutto bene, ci mancherebbe. Ci siamo divertiti in questi tre anni come non mai e allo stesso tempo è arrivato il manifesto cinematografico dei precari. Ma riflettiamo su come sia sempre molto difficile per il cinema italiano inserire con forza una psicopatologia sociale tendente alla violenza dentro la propria macchina del racconto.

Un po’ non ci crediamo troppo, un po’ sottovalutiamo quanto personaggi come Mercurio potrebbero essere sempre più presenti nel futuro di questo paese. I tormentoni comici del film funzionano egregiamente:

  1. L’assalto al treno è un reato vetusto e improbabile come è tipico per quanto riguarda la Banda dei Ricercatori
  2. Si scopre che Zinni non conosce Ombre Rosse di John Ford (aiaiai caro Pietro)
  3. Che Alberto Petrelli canta benissimo ne Il Barbiera di Siviglia di Rossini 
  4. Che i semiologi ed epigrafi Argeri e Sironi sanno quasi tutto pure in campo musicale
  5. Che Alberto si vergogna delle dimensioni del suo pene
  6. Che se sei carcerato puoi guadagnare anche 800 euro al mese (Smetto Quando Voglio è stato molto abile a rappresentare il carcere come la situazione più comoda da accettare per un’intera generazione)
  7. Che Giulio Napoli (ovvero Giampaolo Morelli) non ha proprio un didietro da Bronzo di Riace (c’è un’inquadratura della Banda in nudo integrale di spalle piuttosto inusuale per il nostro cinema bigotto).

Nel finale Sibilia-Manieri-Di Capua scelgono di allargare il discorso non solo alla prima generazione dei precari ora quarantenni ma anche a chi li ha leggermente preceduti (Lo Cascio e Marcorè sono rispettivamente del 1967 e 1966) e a chi arriverà dopo (i poveri millennials cresciuti nell’orribile Italia degli ultimi ormai quasi 25 anni). Bravi. Ottima scelta. Perché il problema non è solo generazionale ma nazionale.
Come la vicenda drammatica di Walter Mercurio insegna.