Non dovrebbe essere una notizia che due piattaforme di distribuzione di contenuti audiovisivi siano in lotta legale contro la pirateria informatica.

Invece lo è.

Amazon e Netflix sono già alla seconda causa intentata assieme agli studios (Warner, Universal, Columbia, Paramount, Disney e 20th Century Fox) contro chi distribuisce o agevola la distribuzione di contenuti pirata.

L’evento non solo segna la prima volta che gli studios tradizionali si alleano con le piattaforme di streaming (cosa non fa un nemico comune…) ma anche il primo indizio che alla lunga Netflix e Amazon potrebbero iscriversi alla MPAA, cioè l’associazione americana di categoria di produttori e distributori. Qualora capitasse sarebbe un evento storico, vorrebbe dire che le piattaforme vengono accolte nel medesimo salotto degli altri, di fatto accettate in un business che, almeno Netflix, tenta di distruggere. Per loro però sarebbe più difficile avere opinioni diverse da tutti gli altri studios e distributori su questioni come le finestre distributive, sarebbe difficile comportarsi come fanno ora con una concorrenza aggressiva, dovrebbero “fare sistema”.

Ad ogni modo ad ora l’unica collaborazione è per queste due cause, la prima delle quali è stata contro Tickbox (partita Ottobre scorso) e la seconda è quella ora intentata contro Dragon Media. In entrambi i casi si parla di due set-top-box da attaccare al televisore che vengono promossi come l’alternativa alle altre piattaforme tramite frasi tipo: “Basta pagare per Netflix e Hulu” o “Finalmente puoi liberarti dei tuoi canali a pagamento”. Nel secondo caso inoltre, quello della causa contro Dragon Media, si tratta anche di un modo per iniziare a colpire Kodi, la piattaforma open source su cui si basa il set-top-box in questione, ma che è accessibile anche da tablet e computer.

A prescindere da come andranno le cause contro questi due produttori di set-top-box, sembra che Kodi sarà comunque il grande nemico del futuro, uno che addirittura anche Amazon e Netflix considerano tale. Ciò è degno di nota perché Amazon e Netflix sono, nella loro attività, il miglior rimedio e il peggior nemico della pirateria, fanno esattamente quel che fa la pirateria (contenuti disponibili tutti e subito in streaming e sul televisore) ad un prezzo che non è gratuito ma irrisorio e divisibile tra tanti account diversi. Non avevano avuto insomma bisogno fino ad ora di combattere attivamente la pirateria.

 

 

Tuttavia Kodi ha messo in piedi un sistema molto simile a quelli di Amazon e Netflix (cosa che fa ridere perché, come già scritto, loro stessi sono simili alla pirateria nelle modalità di fruizione). Si tratta di un software auto-definito di “Home Theater” disponibile sia per Windows, Mac e Linux oltre che per iOs e Android, pensato per essere vuoto e funzionare solo da ricevitore o client. È in buona sostanza un media player particolarmente efficace nella gestione di flussi di IPTV (una forma di trasmissione di video in streaming tramite internet), sufficientemente complesso e personalizzabile da poter contenere canali e liste differenti, tenerli aggiornati continuamente e essere implementato con plugin di tecnologie differenti per lo streaming (significa che un catalogo in particolare può linkare a video codificati in una maniera particolare o distribuiti tramite una tecnologia proprietaria sempre attraverso Kodi, gli basta mettere sulla piattaforma anche la possibilità di aggiungere il plugin con il suo codec o la sua tecnologia).

Questo significa che Kodi è ottimo per gestire i propri file video e musicali, film scaricati legalmente o acquistati in altre maniere, e tutto ciò che è file multimediali. In questo è molto semplice da usare. Poi esiste anche un’altra ampia parte del software che riceve flussi in streaming, ed è più complessa da impostare, cioè da “riempire” di librerie remote, che sono poi le repository di contenuti. Queste, sia chiaro, possono anche linkare a contenuti legali, la tecnologia non è finalizzata solo alla pirateria dipende da quali fonti vengono scelte. Per la sua efficienza e stabilità Kodi è però molto usato per veicolare contenuti pirata, per riceverli basta andare online, su altri siti che postano gli URL da inserire in Kodi (ma si trovano con semplici ricerche su Google, non sono nascosti) per aggiungere alla propria libreria anche contenuti piratati. Le librerie sono molte e molto diverse, e quelle pirata contengono i link ai flussi in streaming di film e eventi sportivi in diretta. Ci sono giganti come Rojadirecta, con tutto il suo archivio di fonti, e altri come LiveFootball, oltre ai principali canali a pagamento italiani e stranieri.

 

Una volta impostata però l’interfaccia ad icone grandi non è diversissima da quella di Netflix, e, per quanto rispetto a questi rimanga una cosa da smanettoni che come tutte le imprese pirata è fatta di link che di punto in bianco non vanno più, fonti che sono troppo lente o a qualità bassa, gode di un archivio potenziale immenso.

In più, a differenza di molte imprese simili, quella di Kodi ha la forza dell’open source, cioè il codice aperto. Significa che chiunque ne abbia le conoscenze può sistemare, aggiustare e migliorare il software ma anche programmare qualcosa di compatibile con Kodi. Soprattutto, come è facile capire, Kodi è fatto per non avere nessuna responsabilità sui suoi contenuti, è solo una piattaforma, i singoli server cui le librerie fanno riferimento linkano a loro volta da qualche altra parte per i contenuti, in un sistema a scatole cinesi che rende molto complesso fermarlo perché la responsabilità è sempre più remota, alla fine di una catena di link che Kodi rimette insieme.

In buona sostanza sarebbe necessario andare a fare un esposto diverso per ogni singola fonte dello stream e non, come accade invece solitamente, farne solo uno ai siti che li aggregano (come ad esempio era Rojadirecta).

Del resto anche le cause che ora hanno fatto partire Netflix e Amazon non sono contro Kodi ma contro le società che vendono dei set-top-box con Kodi montato sopra (e già impostato), pubblicizzati in maniere che incitano alla pirateria.