Dopo la partecipazione di Tom Hanks e Meryl Streep al programma di Fabio Fazio ieri sera sulla Rai, c’era grande attesa per l’incontro dei due attori e di Steven Spielberg con la stampa oggi a Milano.

Alla presentazione di The Post (al cinema dal 1 febbraio), moderata da Piera Detassis, la sala era gremitissima per accogliere le tre star internazionali. Noi c’eravamo e vi riportiamo la trascrizione completa della conferenza.

The Post è un film emozionante e necessario. Mr. Spielberg, pensa che oggi la libertà di stampa sia minacciata come racconta il film?

Spielberg: La stampa libera è guardiana della democrazia. È ciò che mi è stato insegnato e ciò che credo fermamente, per me è la verità più assoluta. Se ripensiamo al 1971, a quando Nixon cercò di fermare con azioni legali la stampa libera cercando di impedire la pubblicazione delle storie sui Pentagon Papers e trascinando il caso fino alla Corte Suprema, vi furono tribunali che decisero di stare dalla sua parte, fermando il New York Times per alcuni giorni: era la prima volta dai tempi della Guerra Civile. Penso che la stampa libera sia in pericolo anche adesso, la storia che raccontiamo dimostra che forse oggi siamo ancora più in pericolo.

Che impatto ha avuto il film sul pubblico e la stampa americana?

Spielberg: C’è stato molto sostegno da parte della stampa americana, una stampa che al momento è assediata e viene attaccata dall’amministrazione USA. Gli attacchi sono quotidiani, a partire dalle notizie scomode che il Presidente definisce “fake news”. Ma il pubblico non abbraccia solo il messaggio politico o di sostegno alla stampa del film, ma anche la forza di Katharine Graham (Streep), una donna che era in cima alla sua professione ma non trovava la sua voce in un mondo di uomini e in una società guidata prevalentemente da maschi. Il cuore del mio film riguarda non solo questa donna ma anche il complesso rapporto umano tra lei e Ben Bradlee (Hanks), che è qualcosa di inedito anche per i miei film, sono stato molto fortunato a poter assistere al lavoro di questi due attori.

Hanks: Anche se in tutta onestà il NYT voleva che il film si chiamasse Il New York Times!

 

 

Come mai non avevate mai lavorato assieme, a parte partecipando a un documentario su Norah Ephron, cui peraltro questo film è dedicato…

Streep: Nei vecchi tempi erano le donne a dover aspettare che venisse loro chiesto di ballare…

Spielberg: E io ho sempre fatto una gran fatica a invitarle!

Hanks: Ogni volta che io facevo un film con Steven, c’era sempre un momento in cui mi diceva: “Cavolo, vorrei che Meryl Streep fosse nel cast!”

Streep: È Norah Ephron ad averci portati a lavorare insieme. Io non conoscevo bene Tom. Norah e Tom erano grandi amici, ma lui vive in California. Anche io e Norah eravamo grandissime amiche, anche se io vivo a NYC. E così è stato molto bello poterci conoscere sul set, lavorando insieme. Norah è stata una grandissima fonte di ispirazione, vorrei che fosse qui per vedere il film con noi, commentando la sua attualità. Nessuno saprebbe essere più pungente e tagliente sull’attualità di lei!

Cosa l’ha attratta del suo personaggio e cosa può insegnare la figura di Kay Graham alle donne che combattono per rispetto e parità?

Streep: Questo script è stato scritto, in prima battuta, da Liz Hannah. Amy Pascal l’ha acquisito sei giorni prima delle elezioni. Ci sembrava un approccio nostalgico a quanto lontano eravamo arrivate: stavamo per avere un Presidente donna! Poi sono arrivate le elezioni, e le ostilità verso la stampa e l’aggressione estrema nei confronti delle donne in cima al nostro governo. È diventata una storia su quanto lontano NON siamo arrivate.

La ricostruzione di una redazione dei tempi è perfetta ed emozionante. Dal punto di vista del direttore, signor Hanks, come ha vissuto e reso quell’agitazione che si sente dentro quando, per esempio, il New York Times dà una notizia prima di te?

Hanks: Il grande Ben Bradlee era molto competitivo, era una vera bestia, e aveva tantissima passione. Lui non voleva raccontare una storia, ma LA STORIA. Nel giugno 1971 il Post era in competizione con il Washington Star, che era il quotidiano numero 1 di Washington. L’idea che il NYT avrebbe avuto una storia che il Post non aveva teneva sveglio Bradlee la notte. A un certo punto lui dice “siamo praticamente secondi a casa nostra!” Una scena molto bella perché dimostra la passione e il senso di sfida che guida tutto il film. Dopotutto nessuno vuole essere il numero 2.

Il suo personaggio insegna che il coraggio si può imparare. Averlo naturalmente è semplice, impararlo è difficile, è d’accordo?

Streep: Questo film ha origine sul coraggio di Daniel Ellsberg, un uomo vicino alle istituzioni che aveva lavorato per il governo, un giornalista soldato che decise di sfidare la legge sullo spionaggio trafugando e diffondendo i Pentagon Papers. Il NYT e i suoi giornalisti hanno sfidato il sistema decidendo di pubblicare questa notizia che avrebbe sconvolto l’America: il governo mentiva da 4 amministrazioni, con la quinta che voleva cancellare questa notizia. Insomma tanti atti di coraggio. Il Washington Post non solo era secondo, ma era anche la “sorella minore” del NYT. Ed è stata una donna a dover prendere una decisione. Nel 1971 le donne non stavano nella newsroom, lì c’erano tutti uomini bianchi. C’erano le segretarie. Kay Graham fu quella che decise di sconfiggere Nixon. Paradossalmente non sentiva realmente la sua autorità, temeva di non appartenere al suo ruolo di leadership. Ma alla fine ha conquistato questo ruolo, ha persino vinto un pulitzer con la propria autobiografia.
Il coraggio può essere imparato? Penso che Kay l’abbia imparato, ma che noi non lo insegnamo abbastanza alle nostre ragazze. Ben Bradlee lo aveva imparato, a 21 anni durante la guerra aveva sotto di sé un centinaio di uomini.

Spielberg: Il Post era il quotidiano al secondo posto a Washington. Il Washington Star era la “stella” del giornalismo in quell’area. Ma Ben Bradlee aveva un appetito gigantesco, per questo volle sfidare il NYT, nessuno lo avrebbe fatto al posto suo, perché all’epoca era giornale più importante e probabilmente continua a esserlo anche oggi. Bradlee visualizzava un futuro grandioso per la direzione che voleva prendesse il Post, pensando molto più in grande e spingendo la Graham a pensare al futuro, arrivando quindi poi a lavorare sul Watergate senza freni, lasciando che gli articoli che scatenarono lo scandalo venissero pubblicati, una vicenda che portò Nixon alle dimissioni.

Hanks: Ma Ben Bradlee non ha mai dimenticato una cosa: partiva sempre dal presupposto che Kay Graham fosse il suo boss.

Si è parlato del ruolo delle donne. Con la campagna Time’s Up avete detto che “è finito il tempo dell’impenetrabile monopolio maschile sul luogo di lavoro”. Perché c’è voluto così tanto per far uscire questo scandalo a Hollywood?

Streep: Perché coì tanto tempo? Gli umani imparano lentamente. Non si tratta di una battaglia nuova, ma per qualche ragione l’aria è cambiata, e non solo a Hollywood: anche nell’esercito, nelle industrie, in tutti quei luoghi di lavoro dove le donne non ce la fanno più. Penso che sia perché a Hollywood ci sono nomi grossi e altisonanti, perché le associazioni di donne negli ospedali, nei ristoranti, nell’agricoltura… fanno battaglie su questi tempi da anni e anni. Ora che è stata coinvolta Hollywood le cose sono cambiate e molte donne hanno iniziato a farsi coraggio. Penso che a questo punto faremo qualche piccolo passo indietro, per poi andare molto avanti: sono ottimista.

Spielberg, lei invece ha detto “non siamo neanche lontanamente vicini a dove dovremmo essere riguardo le relazioni uomo / donna, ma stiamo andando verso una resa dei conti”. Cosa significa?

Spielberg: Dovrei essere il più grande scrittore, uno psicologo sociale, avere il mio talk show personale per rispondere correttamente alla domanda. È il quesito più arcano e problematico, che nei decenni ha generato libri, film, serie tv ma anche caos in tutte le case! La battaglia tra i sessi. Le donne hanno sempre cercato di abbattere il muro dietro al quale gli uomini le hanno confinate, spesso riuscendoci. Nella seconda guerra mondiale le donne americane dominavano manifattura, fabbriche di armi, e così via. Furono loro a permettere all’America di salvare la civiltà. Ma alla fine, quando tornarono gli uomini dalla guerra, le donne non rimasero nei loro posti, non cercarono di capitalizzare sul ruolo ottenuto in quei cinque anni. È una battaglia di potere, non sono così esperto da poter rispondere correttamente alla domanda ma è palese che nella Storia ci sono stati momenti importanti per le donne. Il vero problema, in realtà, lo hanno gli uomini: devono imparare a controllarsi, comportarsi correttamente e accettare un NO come risposta. Posso solo dire che il nostro film rappresenta un piccolo passo nella giusta direzione per aiutare le donne che non sanno come fare a dire “andate a quel paese, dirò cosa penso!”

 

 

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