The Post è il Prequel

Il gradevole The Post di Steven Spielberg è una versione più leggera, semplice e romantica di Tutti Gli Uomini Del Presidente di Alan J. Pakula. Prima che la stanza sia invasa da un universo maschile, ci fa vedere come sia stato possibile che quel direttore così fiero e autorevole del Wahington Post del film di Pakula sia stato in grado di portare avanti l’impresa del Watergate pungolando, assecondando e poi difendendo a spada tratta le investigazioni giornalistiche dei suoi reporter “figli” Bernstein e Woodward. Ma quell’uomo, Ben Bradlee, prima di essere “padre” di uno dei più grandi e importanti scoop della storia del giornalismo del ‘900 era stato con la “madre” proprietaria del giornale Katharine Graham responsabile di porre le fondamenta della “famiglia” del Washington Post così come ci viene presentata, forte e autoconsapevole, nel film di Pakula. Ecco perché, non rispettando la cronologia delle effettive produzioni cinematografiche, la visione di The Post e Tutti Gli Uomini Del Presidente è il doppio spettacolo perfetto cui suggeriamo di aggiungere anche Il Caso Spotlight (2015) di Tom McCarthy, ultimo press movie a trionfare agli Oscar nel non lontano 2016. Il menu può essere dunque: l’antipasto The Post (prima avventura di “mamma” e “papà” insieme con enfasi sulla difficoltà di “mamma” di rivendicare una propria voce assertiva come editore del Washington Post), la portata principale Tutti Gli Uomini Del Presidente e il dessert Il Caso Spotlight. Ora affrontiamo, riproponendo un Bad School del 21 febbraio 2016 leggermente rielaborato, la portata principale.

Presidenti

La produzione di Tutti gli Uomini del Presidente (1976) non poteva arrivare in un momento migliore all’interno della storia del cosiddetto periodo della New Hollywood. Una nuova generazione di attori, registi e produttori si era cominciata a imporre all’interno del vecchio studio system a partire dai folgoranti successi commerciali e artistici dei film apripista del movimento Easy Rider (1969) e M.A.S.H. (197o) dopo che già Arthur Penn con Gangster Story (1967) aveva avvertito circa l’arrivo di nuovi toni nichilisti (il criminale è simpatico), nuovi sexy symbol (Warren Beatty + Faye Dunaway) e nuovi umori ribelli antisistema (gangsterismo uguale rivoluzione sociale). Quando il biondo solare perbene Robert Redford, diventato enorme al box office grazie a Come Eravamo, Il Temerario e La Stangata, decide di comprare i diritti del libro di giornalismo investigativo Tutti Gli Uomini del Presidente scritto a quattro mani da Bob Woodward e Carl Bernstein del Washington Post e pubblicato nel 1974… la generazione dei cinefili movie brats della New Hollywood è diventata da capellona e provocatoria a presidenziale e responsabile. Diciamo anche… in giacca e cravatta come vedremo spesso Woodward e Bernstein nel capolavoro firmato Alan J. Pakula. Sono loro, adesso, i Presidenti di Hollywood. Dopo i successi coppoliani con la saga Il Padrino, dopo Il Braccio Violento della Legge e L’Esorcista di Friedkin e dopo il delirio pop provocato nell’estate 1975 da Lo Squalo di Steven Spielberg, la New Hollywood Generation ha ormai il pieno controllo della situazione e può con forza mettere in piedi un film attraverso il potere contrattuale di Redford, una delle sue star più amate dal grande pubblico.

“Non c’è in gioco niente, a parte la libertà di parola, la libertà di stampa e forse il futuro del paese”

La pellicola deve raccontare di come due piccoli giornalisti dell’ormai grande Washington Post siano riusciti di fatto a far dimettere un potentissimo Presidente degli Stati Uniti d’America peraltro appena rieletto e con un consenso politico enorme come quel Richard Nixon del drammatico discorso di commiato dalla Casa Bianca datato 9 agosto 1974. Il film si gira nella seconda metà del 1975 e quindi è un vero e proprio instant movie. Segnerà una delle punte di diamante cinematografiche di quell’indimenticabile periodo che il giornalista e storico di cinema Peter Beskind colloca tra il 1969 di Easy Rider e il 1979 di Apocalypse Now. Uscirà in sala negli Stati Uniti il 9 aprile 1976, incasserà in patria 70 milioni di dollari dell’epoca (budget di soli 8) e verrà candidato a otto premi Oscar nell’edizione del 1977 portandone a casa “solo” quattro. Il paradosso è che i due eroici ed erotici protagonisti Robert Redford e Dustin Hoffman… non vengono minimamente calcolati dall’Academy, nemmeno in sede di nomination.
2 anni di distanza dall’ultimo grande film con giornalisti eroi Il Caso Spotlight (6 nomination agli Oscar del 2016 e due vittorie pesanti con Miglior Film e Miglior Sceneggiatura Originale) e mentre è in sala il “prequel” The Post (sceneggiato dal Josh Singer de Il Caso Spotlight), ecco IL FILM dove i giornalisti sono action star in grado di fare giustizia più degli sceriffi del vecchio West come l’Humphrey Bogart de L’Ultima Minaccia. Le loro parole sono come dei proiettili.
Infatti la pellicola si apre con una raffica di mitra.

17 giugno 1972

La data viene “sparata” sullo schermo con l’idea semplice ma forse proprio per questo geniale che la parola dattilografata sia come una pallottola e infatti i responsabili del sonoro premiati con l’Oscar (PiantadosiFresholtzAlexanderWebb) ci mitragliano subito addosso in apertura: 17 giugno 1972. È la fine di The Post di Spielberg dove il buon Steven ricalca le inquadrature di Pakula con gentile rispetto. Qualcuno fa irruzione al sesto piano del Watergate Hotel sito in Washington D.C. È dove si trova il quartier generale del Partito Democratico Usa. Cinque ladri armati di microspie, macchine fotografiche e cimici vengono subito arrestati dalla polizia (c’è un giovane Fred Murray Abraham tra gli agenti che li ammanettano). Il giorno dopo il reporter da soli 9 mesi al Washington Post Bob Woodward (Robert Redford) viene mandato in tribunale a capire quei 5 strani individui cosa ci facessero di notte dentro la sede del Partito Democratico. Sarà solo l’inizio per Woodward, poi affiancato dal più esperto collega del Post Carl Bernstein (Dustin Hoffman), di una lunga indagine investigativa che li porterà dritti dritti al cuore dell’entourage del Presidente degli Stati Uniti d’America Richard Nixon. E se tanti uomini del Partito Repubblicano vicini al Presidente Usa stessero tenendo sotto controllo in modo illecito i loro avversari politici già da svariati anni d’accordo con FbiCia e Ministero della Giustizia? Si tratterebbe, come dice a Woodward e Bernstein il loro direttore di giornale Ben Bradlee (ottimamente interpretato dal premiato con l’Oscar Jason Robards molto più virile e meno macchiettistico dell’Hanks di The Post), della più grande cospirazione della storia americana. E vista la delicatezza della questione… sarà durissima per i nostri due giornalisti trovare prove, testimoni e fonti attendibili che tramutino in fatti da pubblicare sul Washington Post quei sospetti che mano a mano si fanno sempre meno fumosi.
Bradlee non è affatto accondiscendente. Vista la posta in gioco… vuole la certezza che i suoi uomini non stiano farneticando. Da quella data “sparata” nei titoli di testa del 17 giugno 1972 alla scena finale ambientata il 20 gennaio 1973 comincerà un’odissea fatta di…

Telefonate, carta, visite a casa ed acronimi

Il Caso Spotlight faceva vedere la task force Spotlight del Boston Globe correre di qua e di là per la capitale del Massachusetts alla ricerca di prove, testimoni e fonti attendibili circa il numero impressionante di preti pedofili operanti in città coperti dalle autorità ecclesiastiche. Quei giornalisti con le facce accattivanti di Mark RuffaloMichael KeatonRachel McAdams e Brian d’Arcy James avevano già i cellulari (la loro indagine procedeva dal 2001 ai primi mesi del 2002) ma internet non c’era poi da molto e così li vedevamo ancora avere a che fare con tanta carta e archivi polverosi con topi morti negli angoli. Li spiavamo anche nelle loro case piccolo borghesi, tra i loro affetti spesso messi da parte per un mestiere che fa dell’ossessività e della mancanza di orari il suo bello e il suo brutto. Ecco… in confronto a loro Woodward e Bernstein sembrano un incrocio tra il Guglielmo da Baskerville de Il Nome Della Rosa di Umberto Eco + La Compagnia dei Nove de Il Signore Degli Anelli di Tolkien. Non beneficiano dei progressi della tecnologia come Guglielmo e non hanno una vita privata come Gandalf & Co. presi come sono da una missione sempre più difficile e pericolosa.
Non possiedono personal computer, non hanno cellulari, ignorano l’uso di registratori vocali (taccuini su taccuini ma anche fazzoletti, salviette e pacchetti di fiammiferi su cui riportare le parole degli intervistati) e passano ore e ore al telefono (celeberrimo il piano sequenza con lentissimo zoom che vede Redford stare alla cornetta per sei minuti filati con tanto di errore finale da parte dell’attore sul cognome di un personaggio intelligentemente tenuto da Pakula al montaggio perché segno naturale della stanchezza del giornalista). Spesso sono ripresi dall’alto come delle formichine in un mondo enorme e non conoscibile (Pakula li miniaturizza così quando vanno in macchina e quando spulciano gli ordini di libri in un’enorme biblioteca). Romperanno fisicamente le scatole alle persone andando a trovarle a casa a volte venendo brutalizzati, a volte no. Anche ne Il Caso Spotlight vedevamo molte porte aperte e anche chiuse in faccia ai reporter. Il biondo Woodward e il bruno Bernstein, però, non hanno una vita privata a differenza dei loro colleghi bostoniani del 2001-2002 e della coppia Graham-Bradlee di The Post di Spielberg. Il primo vive in una brutta casa ricolma di giornali dove lo vediamo andare solo a dormire… sempre senza compagnia. Il secondo abita in un bell’appartamento… in totale solitudine pure lui. Mentre McCarthy e Spielberg sono interessati a far scontrare l’inchiesta de Il Caso Spotlight e The Post con le vite borghesi dei suoi giornalisti-editori-detective, Pakula alla regia e William Goldman alla sceneggiatura sono bravissimi in Tutti Gli Uomini Del Presidente a farci vedere Woodward e Bernstein SOLO come giornalisti e mai come privati cittadini. In questo modo la seconda parte si fa sempre più ossessiva permettendo allo spettatore di credere totalmente alla loro inchiesta sempre più totalizzante a livello esistenziale, godendo appieno anche di una sempre maggiore sintonia umana e professionale che diventa anche aggressività e insensibilità verso gli altri (stupenda la scena in cui pressano senza grazia una collega che li guarda schifata). Come per Il Caso Spotlight e The Post anche per Tutti Gli Uomini Del Presidente abbiamo una redazione di giornale enorme molto spesso inquadrata (fu ricostruita sul set californiano dagli scenografi premi Oscar Jenkins e Gaines dopo aver scartato l’ipotesi assai fantascientifica di utilizzare i veri locali del Washington Post). Un’altra interessante coincidenza tra Il Caso Spotlight e Tutti Gli Uomini Del Presidente riguarda l’utilizzo di due acronimi spesso citati in entrambi i film: lo straniante S.N.A.P. (Survivors Network of those Abused by Priests) per il film di McCarthy e l’inquietante C.R.E.E.P. (Committee to Re-elect the President) per il capolavoro di Pakula.

Nomi vs facce

Nei film più semplici di McCarthy e Spielberg ci sono tante facce quanti sono i nomi dei personaggi incontrati sul sentiero verso lo scoop da parte di quei giornalisti protagonisti del Boston GlobeWashington Post pre-Tutti Gli Uomini Del Presidente. Nel film di Pakula i nomi superano drammaticamente le facce visto che Woodward e Bernstein tanti di questi personaggi non li incontreranno mai dal vivo limitandosi al massimo a coinvolgenti telefonate. È quindi molto più comprensibile che Woodward e Bernstein rischino la follia cercando di capire il ruolo di ogni nome nello schema diabolico dello scandalo del Watergate ed è ancora oggi molto difficile per lo spettatore stare perfettamente al passo con quella investigazione ricostruita cinematograficamente nel 1976. È tutto più complicato, affascinante, spaventoso e maturo rispetto alla declinazione cinematografica del press movie presente nei pur meritevoli Il Caso Spotlight e The Post. Ecco i nomi di quei personaggi citati in più di un’occasione nel film di PakulaBernard BarkerDwight L. ChapinH.R. HaldemanJohn D. EhrlichmanHoward HuntCharles W. ColsonKenneth DahlbergMaurice H. StansHugh W. Sloan Jr.G. Gordon LiddyClark MacGregorJeb Stuart MagruderJohn N. MitchellHerbert L. PorterDonald H. Segretti.

Pietre miliari

Grazie a Tutti Gli Uomini del Presidente l’espressione Gola Profonda (Deep Throat) non sta più solo a significare il primo porno chic della storia in grado di incassare bene e avere anche critiche lusinghiere. Qui Gola Profonda non è il titolo del bizzarro film a luci rosse di Gerard Damiano del 1974 bensì il nomignolo del fantomatico informatore incontrato da Woodward, e inquadrato sempre in penombra da Pakula, in isolati e leggermente spaventosi garage notturni. Sarà lui l’autore di un’espressione entrata nel gergo giornalistico e ancora oggi molto utilizzata come: “Segua il denaro”. E sarà lui uno dei misteri più affascinanti di questa storia svelato nel non lontano 2005 quando si scoprì ufficialmente che Gola Profonda era in realtà il numero 2 dell’Fbi dell’epoca ovvero W. Mark Felt (effettivamente impressionante la sua somiglianza con il grande Hal Holbrook del film), pezzo da novanta della sicurezza nazionale indignato dalla cospirazione messa in atto da Nixon & Co. e pronto a regalare l’ultimo pezzo del puzzle a un Woodward sull’orlo dell’esaurimento nervoso nel serrato confronto notturno verso la fine del film. A questo signore è stato dedicato un film giusto l’anno scorso intitolato Mark Felt: The Man Who Brought Down the White House interpretato da Liam Neeson per la regia di Peter Landesman.

Conclusioni

Nora Ephron, cui è dedicato The Post di Steven Spielberg, durante la produzione di Tutti Gli Uomini Del Presidente è fidanzata con il futuro marito Carl Bernstein. Per un attimo la giovane futura sceneggiatrice di Harry, Ti Presento Sally… entra in ballo come possibile autrice del copione del film di Pakula al posto del contestato William Goldman. Della futura sceneggiatrice e regista pare sia rimasta solo la divertente scena in cui Bernstein frega la segretaria di Dardis facendola alzare dal suo posto per poter poi entrare indisturbato nell’ufficio del capo. Si narra anche che il produttore Robert Redford volesse inizialmente Al Pacino al posto di Hoffman per il ruolo di Bernstein. Oggi è impossibile non vedere quei due giornalisti se non con le facce inconfondibili, ed incredibilmente carismatiche, di Redford & Hoffman (peraltro Pacino avrebbe maggiormente contrastato la centralità di Redford), bravissimi ad essere per tutto il film rispettivamente il diligente educato biondino vs. il capellone indisciplinato fumatore.
Tutti Gli Uomini Del Presidente detiene ancora oggi, senza particolare ansia, il primato di film più bello e potente su rapporto tra giornalismo & potere.
Nessuna pellicola, ad oggi, ha superato nel soggetto potentissimo e nell’amabilità dei due protagonisti il livello di coolness di questo capolavoro del 1976, simbolo di una stampa sexy e giusta che demolisce la politica più sporca.

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