Americhe

Il vecchio Paul Kersey è molto diverso dal nuovo Paul Kersey di Bruce Willis. Lo interpretava Charles Bronson già a 53 anni suonati con quella faccia da giaguaro per via degli occhi stretti e baffi larghissimi e sottili. Non si giocava con il suo cognome come ne Il Giustiziere Della Notte di Eli Roth (Kursey o Kersey? Ammiccando a “cursed” ovvero maledetto) ma si realizzava un film tutt’oggi epocale sul concetto di Vecchio Uomo vs. Nuovo Uomo o meglio ancora Vecchia America Dell’Ovest vs. Nuova America Dell’Est. Nella Vecchia America Dell’Ovest (Arizona) l’aria è buona, non si vogliono azzerare le colline del paesaggio conquistato dai pionieri e le attrazioni turistiche sono delle scazzottate western con sparatorie molto ben coreografate. Nella Nuova America Dell’Est (New York) l’aria è mefitica, le strade sono percorse da balordi psicopatici come non si è mai visto in un film mainstream fino a quel momento (il maestro Roger Ebert cita infatti la fantascienza distopica come modello di riferimento più vicino rispetto al dramma urbano) e l’alienazione del vivere insieme in milioni senza conoscersi porta le strade della metropoli di notte ad essere luoghi di solitudine disperazione dove, se sei fortunato, te ne torni a casa rapinato. Alla moglie e figlia di Paul Kersey va molto peggio. In 15 minuti di cinema della violenza  magistrale, il regista inglese Michael Winner fa vedere le due donne adocchiate in un supermercato (John Landis prende da qui una bella inquadratura del dettaglio delle cifre sul calcolatore della cassa per l’inizio della sua scena nel supermercato inglese di Un Lupo Mannaro Americano A Londra) da tre criminali viscidi, isterici, invasati come la Manson Family (punto di riferimento chiarissimo) ed elettrici nei movimenti. Uno di loro, il più spaventoso, è un giovanissimo Jeff Goldblum lontano anni luce dall’understatement british del suo Grandmaster in Thor Ragnarok e incredibilmente somigliante a un Ezra Miller più alto e bavoso. L’inizio del primo Il Giustiziere Della Notte datato 1974 e diretto da Winner è ancora oggi perfetto: prima l’idillio dei coniugi Kersey alle Hawaii, poi il rientro ironico in città tra clacson e traffico, poi l’agghiacciante aggressione casalinga in pieno giorno subita da mamma e figlia Kersey con una crudeltà visiva degna del Wes Craven de L’Ultima Casa A Sinistra (1972).
Tutto ciò serve, compresa l’immagine durissima della figlia stuprata che avanza nel salotto come una storpia sciancata, a motivare la futura scelta di Kersey padre.

New York Calibro .32

Il grande fascino del film risiede nella prova di Bronson, così a suo agio ormai con Winner (quarto film insieme in tre anni di sodalizio per i due) da gettarsi in una zona d’ombra pericolosa per un divo (l’agente, infatti, lo sconsigliò). Quando Kersey comincia a sparare di notte ai balordi giocando come il gatto con il topo… lo fa impassibile in volto, quasi guidato da un impulso indecifrabile e non compreso. Si dirà: Winner è fortunato perché siamo noi a leggere tutto ciò nell’impassibilità di Bronson. Può essere. Ma al terzo omicidio tutto acquista un senso profondo e angoscioso per lo spettatore maschio: quest’uomo ha scoperto qualcosa che vuole continuare a fare senza gioia ma con la calma risolutezza di chi è rientrato in contatto con un rimosso della virilità che è sepolto nel suo dna (il vecchio pioniere?) con il quale il suo nuovo io della civilizzazione non vuole e riesce a parlare rimanendone completamente  schiavo. Kersey del 1974 non va dalla psicanalista come Kersey del 2018. Non ne ha bisogno. Fa quello che deve fare con la compostezza di un tossicodipendente che nasconde con classe l’astinenza. Il risultato è altamente risonante. Con grande asciuttezza vediamo un ex obiettore di coscienza che durante la Guerra in Corea faceva il medico per di più traumatizzato da un padre cacciatore morto durante un incidente venatorio, smettere i panni dell’architetto di sinistra di città per indossare quelli di un serial killer in cappotto borghese silenzioso ma letale, capace di sparare alle spalle (come Gene Hackman ne Il Braccio Violento Della Legge) e, al massimo del delirio prima di svenire, citare il John Wayne de Il Grinta (1969) invitando l’ultima delle sue possibili vittime a vedere chi di loro due tira fuori la pistola per primo proprio come in un western con Il Duca protagonista.

Conclusioni

Questo pacato architetto diventato giustiziere della notte che perlustra la città con la sua calibro .32 donatagli in Arizona guidato da forze oscure legate al passato violento degli Stati Uniti d’America si trasforma subito in un guilty pleasure per critici e, cosa molto più importante, spettatori. Nessuno immaginava quello che sarebbe successo dopo l’uscita in sala. Né il produttore Dino De Laurentiis né tantomeno la coppia di amici Winner-Bronson. C’è subito chi lo stronca perché è un film fascista, chi lo denigra perché è uno spot a favore della National Rifle Association (cosa verissima: quando Kersey viene “sedotto” dal proprietario terriero in Arizona che gli regalerà la pistola, sentirà da parte di quel signore una costante apologia del possesso delle armi come elemento fondamentale per la sicurezza nazionale) o chi rimane scandalizzato da un finale tostissimo in cui la polizia di New York, molto ben rappresentata da un mondano Vincent Gardenia, non lo arresta ma gli chiede quasi gentilmente di andare in un’altra città (idea perfetta per un sequel) visto che la presenza del giustiziere ha abbassato del 50% il crimine di New York. Roger Ebert è così onesto dal punto di vista intellettuale da scrivere che il film gli è piaciuto molto nonostante, o forse proprio perché, le conclusioni della pellicola lo hanno profondamente disturbato e messo in crisi come cittadino americano di sinistra. Lo scrittore Brian Garfield, dalla cui opera letteraria Winner aveva tratto il film via sceneggiatura di Wendell Mayes, si indigna così tanto per il finale del film da voler scrivere un sequel al suo romanzo Death Wish in cui mettere in seria difficoltà Kersey, il quale dovrà combattere nel successivo Death Sentence del 1975 contro un emulatore di sé stesso (James Wan lo tradurrà liberamente per il grande schermo). Il successo de Il Giustiziere Della Notte da favorire la produzione di un film ancora più degenerato. Taxi Driver di Martin Scorsese su sceneggiatura esplosiva di Paul Schrader non sarebbe mai potuto entrare in lavorazione per uscire in sala nel 1976 se nel 1974 Il Giustiziere Della Notte non fosse riuscito ad incassare 22 milioni di dollari nel solo mercato Usa. A volte la Storia Del Cinema ci mette di fronte a film disturbanti e moralmente sbagliati realizzati però così bene in termini cinematografici da toccare corde profonde di un certo segmento di pubblico. Questo film di Winner è un “cattivo maestro” per noi uomini come il film di Roth non sarà mai.

Perché la cosa forse più spaventosa del 1974, se ci pensiamo bene, è che il Kersey di Bronson a un certo punto della pellicola non pensa più minimamente agli assassini della moglie e stupratori della figlia.

Non ci pensa lui come protagonista e non lo facciamo noi come spettatori.

Il nemico, per lui e per noi, è diventato più indefinito, totale, oscuro.

È questo, ancora oggi, il cuore nero de Il Giustiziere Della Notte.