In vista dell’uscita di Ready Player One, prevista per il 28 marzo nel nostro paese, dedichiamo la rubrica Bad School per l’intero mese di marzo al regista Steven Spielberg, con un film rappresentativo per ogni decennio ogni settimana. Dopo gli anni settanta di Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo, ricordato anche in occasione del quarantesimo anniversario dell’uscita italiana di questo capolavoro, ci concentriamo ora su Indiana Jones e l’Ultima Crociata. 

Il loro James Bond

Ci sembra il film perfetto per concludere un decennio scatenato fatto di grandi successi (I Predatori Dell’Arca Perduta; E.T.), una stravaganza quasi horror (Indiana Jones e Il Tempio Maledetto), un horror senza il quasi (sceneggiatura per Poltergeist di Tobe Hooper) e qualche contraccolpo in chiave Oscar (Il Colore Viola; L’Impero Del Sole) quando l’Oscar, molto più di oggi, era lontanissimo dal cinema di genere (pensate che nell’anno del premio a La Forma Dell’Acqua un film come E.T. non avrebbe potuto fare il colpaccio? Nel 1983 vinse solo i tecnici + colonna sonora per John Williams). Il personaggio inventato da Lucas e applicato al cinema mainstream da Lucas & Spielberg per essere il loro James Bond, ispirato allo Stewart Granger de Le Miniere Di Re Salomone (1950) di Compton Bennett e Andrew Marton, era pronto a confrontarsi con la sua metà oscura per compiere il salto definitivo in fatto di fede e conciliazione familiare. Era ancora l’epoca in cui Spielberg non aveva del tutto risolto con le sue radici nel senso di padre (accusato dal piccolo Steven di non essersi comportato da uomo durante il divorzio dalla madre) e religione (era cresciuto vergognandosi di essere ebreo). Indiana Jones e l’Ultima Crociata cambierà tutto rimettendo Indy in contatto con l’uomo che lo generò e con il Sacro Graal ovvero la coppa con cui Gesù celebrò l’ultima cena e in cui Giuseppe D’Arimatea raccolse il suo sangue dopo la Crocifissione.

Crociata

La storia rielaborata del Sacro Graal come ultima definitiva reliquia da trovare, insieme al papà, da parte dell’archeologo più sexy e meno convenzionale del mondo è già inserita nel soggetto di Benno Meyes e George Lucas anche se è solo con l’ingresso di Jeffrey Boam che la sceneggiatura prende definitivamente quella forma così precisa e ancora oggi così perfetta e matematica. Boam arriva a bordo quando Spielberg sta nicchiando perché è tentato dalla regia di Rain Man che invece andrà all’allievo di Mel Brooks Barry Levinson, lanciato da Spielberg come produttore con l’adorabile Piramide Di Paura (1985). Ma Rain Man va a Levinson solo perché Spielberg ha scelto di tornare al timone dentro il franchise inventato con Lucas ai tempi de I Predatori Dell’Arca Perduta. Il regista all’epoca appena quarantenne ha adorato l’ultimo draft di Boam, scelto dopo i tentativi infruttuosi di Diane Thomas e Chris Columbus (e comunque dopo Boam, non accreditato, sarebbe arrivato anche Tom Stoppard per l’ultima limatura). C’è da dire che il buon Jeffrey era stato aiutato precedentemente da Lucas a entrare nell’universo di Indy grazie a due settimane di intenso lavoro a una sorta di trattamento con scaletta delle location in compagnia dell’autore di Guerre Stellari. È tutto pronto. Indy lascerà definitivamente quell’atteggiamento ambiguo e moralmente borderline sempre presente fin dalle sue prime apparizioni ne I Predatori Dell’Arca Perduta (1981). Il grande merito del film, tra i tanti, è lavorare sottilmente dentro il grande spettacolo hollywoodiano. Grazie al magico prologo iniziale in cui il compianto River Phoenix è un Young Indiana Jones (da lì partirà la produzione di una serie tv a sé stante di 33 episodi dal 1992 al 1996) capiamo da chi Indiana prese look (leggi: fedora) e atteggiamento nichilista: un ladro di reliquie interpretato da Richard Young che apprezzò non poco l’attitudine del tredicenne Indiana Jones durante quel folle inseguimento nel 1912 quando il ragazzino boy scout cercò di rubare al ladro quel crocefisso appartenuto a Francisco Vásquez de Coronado. Perché? Perché il ragazzo sembrerà pure uno scavezzacollo, irresponsabile e incosciente ma sa già a 13 anni che: “Quella croce dovrebbe stare in un museo!”.
Abbinare la coolness quasi criminale del ribelle a una figura istituzionale e conservativa. Ecco il grande segreto di Indiana Jones, il quale è pronto per una nuova…

Crociera

Si parlerà pure di crociate ma il film scorre meravigliosamente come se fosse una più prosaica crociera. Veramente esiste un cinema più bello e necessario di questo? Dopo l’inseguimento nello Utah del 1912 andremo nel film in Portogallo, Italia (Venezia), confine austro-tedesco (Castello Brunwald; corretto da Stoppard perché Boam aveva usato l’esistente Grunwald), Germania (Berlino), Turchia (Hatay) con gran finale per il film sempre in Anatolia mentre noi riconosciamo anche l’entrata di Petra in Giordania (la location diventa un’attrazione turistica mondiale grazie al film) e sappiamo che la produzione andò anche in Spagna per sfruttare il deserto dell’Almeria amato da Sergio Leone. Il film possiede tutto in soli 128 minuti: umorismo (la corsa in sidecar contro i nazisti con Indy che cerca di conquistare la stima di un papà ancora troppo severo è una delle sequenze più ironiche di tutto il cinema di Spielberg), avventura (quando partono le note del tema di John Williams vuoi partire alla caccia di reliquie archeologiche pure tu), malizia (Indiana Jones e suo padre sono stati sedotti dalla stessa donna ovvero un’archeologa nazista “lover”, in tutti i sensi, dei ragazzi Jones con piglio da femme fatale ma pronta alla redenzione finale), azione (Harrison Ford conferma di essere il più grande action actor della Storia grazie a capitomboli e memorabili smorfie), cuore (bellissimi e veri i rapporti tra gli amici storici del franchise Indy, Marcus e Sallah) e spiritualità (anche un ateo può vacillare negli ultimi 20 minuti in cui Jeffrey Boam serve a Spielberg una variazione geniale dentro la tradizione del Sacro Graal). Grazie al film scopriremo perché Indiana si chiama Indiana (c’è di mezzo un cane), il motivo per cui ha sempre odiato suo padre (non era particolarmente espansivo col ragazzo), da chi prese il fedora come marchio di fabbrica, come mai ha sempre odiato i serpenti e come può reagire Hitler se gli capiti davanti vestito da ufficiale nazista con un libro in mano. Ti farà un autografo.

Conclusioni

Sean Connery e Harrison Ford sono la coppia di padre-figlio più virile e simpatica di sempre. Nel casting di Connery c’è tutta quella sottigliezza tipica delle citazioni di secondo livello di Lucas & Spielberg. Chi meglio del James Bond più amato di sempre, tornato in forma smagliante dopo l’Oscar per Gli Intoccabili di De Palma, può essere il papà di un personaggio inventato perché Lucas & Spielberg… volevano tanto girare un Bond movie quando iniziarono a fantasticare con l’archeologo avventuriero nato dalla testa di Lucas nei ’70 e sviluppato insieme a Philip Kaufman e Lawrence Kasdan? Mai scelta d’attore fu più giusta e con una sceneggiatura magnifica come quella scritta da Jeffrey Boam, con correzioni di Tom Stoppard, l’interazione Connery-Ford è semplicemente da urlo. Indiana Jones e l’Ultima Crociata, leggermente snobbato dalla critica Usa dell’epoca tranne pochi illuminati come Pete Travers e il solito Roger Ebert, si posizionò al box office immediatamente dietro I Predatori Dell’Arca Perduta e davanti a Il Tempio Maledetto dentro il franchise, in attesa di essere spazzato via dal successivo Indiana Jones e Il Regno Del Teschio Di Cristallo (2008). Spesso Spielberg scherzava con Truffaut sul set di Incontri Ravvicinati Del Terzo Tipo circa l’identità del cosiddetto “film perfetto”.
Che dire? Forse, a quasi 30 anni dalla sua uscita in Usa e Italia, ne abbiamo appena finito di scrivere.

 

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