I got a pocket full of quarters, and I’m headed to the arcade.
I don’t have a lot of money, but I’m bringing everything I made.
I’ve got a callus on my finger, and my shoulder’s hurting too.
I’m gonna eat them all up, just as soon as they turn blue.’Cause I’ve got Pac-Man fever;
Pac-Man fever.
It’s driving me crazy.
Driving me crazy.
I’ve got Pac-Man fever;
Pac-Man fever.
I’m going out of my mind.
Going out of my mind.
I’ve got Pac-Man fever;
Pac-Man fever.
I’m going out of my mind.
Going out of my mind.

Pac-Man Fever, Buckner & Garcia

 

Alcuni e alcune di voi avranno magari già visto Ready Player One, il nuovo film diretto da Steven Spielberg, la scorsa settimana nella speciale anteprima del film che noi di BadTaste abbiamo organizzato col cinema Arcadia di Melzo (o magari in una proiezione ospitata da altre strutture su e giù per la penisola).

Da domani però, il lungometraggio tratto dall’omonimo romanzo di Ernest Cline (edito da DeA Planeta Libri in Italia), arriverà nei cinema con Warner Bros. Pictures.

Nei giorni scorsi, durante la promozione stampa europea dell’atteso blockbuster, abbiamo avuto la possibilità di intervistare proprio Ernest Cline che, oltre ad essere il papà del libro, ha creato anche la sceneggiatura del film insieme a Zak Penn. I due si sono conosciuti ai tempi di Atari: Game Over, documentario dedicato a una delle “leggende metropolitane” più note – nonché estremamente autentiche – della storia dei videogame: il gigantesco flop del tie-in per Atari 2600 di E.T. – L’Extra-Terrestre che causò il sostanziale fallimento della compagnia e la sepoltura di 792.000 cartucce Atari nel deserto di Alamogordo, nel New Mexico.

Visto che l’occasione è quella giusta, specifico ovviamente che il nome del sito è una “easter egg” peterjacksoniana.

Oh, Bad Taste, certo, fighissimo.

Se per te va bene, comincerei con un po’ di mie domande per poi concludere con qualche quesito dei nostri lettori e lettrici, che ne pensi?

Va benissimo, certo.

Tanto per cominciare: non voglio essere la milionesima persona che ti domanda “Parlami di quando hai incontrato Spielberg per la prima volta e del lavoro insieme a lui”. Voglio sapere qual è stato il momento della tua infanzia o della tua adolescenza in cui, davanti a un film della Amblin, ti sei detto “Wow, sarebbe fico conoscere questo Spielberg un bel giorno”?

Beh, probabilmente è avvenuto dopo aver visto E.T. – L’Extra Terrestre quando avevo una decina di anni. Avevo già visto Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo in televisione e mi aveva colpito profondamente, mi ero iniziato a interessare alla possibilità che, da qualche altra parte nell’universo, ci potessero essere delle altre forme di vita. Poi è toccato a Star Wars e, qualche anno dopo, a E.T. Che divenne subito il mio film preferito anche perché avevo la stessa età di Elliott, il bambino protagonista della storia. Era un lungometraggio che pareva parlarmi direttamente perché poi pure io provenivo dal divorzio dei miei. Quell’opera toccava le corde più profonde del mio animo, pensa che, contrariamente ai miei amici, collezionavo le carte di E.T. al posto di quelle dei giocatori di Baseball. In una manciata di queste foto c’era anche Steven Spielberg ed è stato quello il momento in cui ho preso coscienza della sua esistenza nonché della nozione del dirigere un film. In molte di quelle immagini era appunto intento a “fare il regista”. È stato quella la circostanza in cui ho capito che avrei voluto lavorare in questo ambito, che mi sarebbe piaciuto incontrarlo e collaborare con lui. Steven Spielberg è stato una parte fondamentale della mia vita sia con i film che ha diretto che con quelli che ha prodotto come I Goonies, Gremlins, Ritorno al Futuro. Come tutti quelli che vogliono fare un lavoro come poi è diventato il mio, ho iniziato a fantasticare di incontrarlo un bel giorno, ma non avrei mai pensato che sarebbe accaduto davvero.

Visto che hai citato E.T., sei stato ad Alamogordo, sei nel documentario Atari: Game Over… hai mai parlato con Spielberg del fallimento del videogioco di E.T. Per l’Atari?

[Ridacchia, ndr] No, no. Il mio socio nella sceneggiatura di Ready Player One, Zak Penn, l’ho conosciuto proprio con quel documentario, è lui il regista. Siamo diventati amici proprio grazie al lavoro su quella produzione, abbiamo capito quanto condividevamo in materia di amore per i film e i videogiochi. Al tempo nessuno di noi due sapeva che avremmo lavorato insieme all’adattamento cinematografico del mio romanzo. Era già in fase di sviluppo, ma non c’era ancora Spielberg collegato al tutto. So che una volta Zak ha accennato la cosa a Steven, che c’era questo documentario e che c’ero anche io e che aveva a che fare col fiasco del videogame di E.T., ma sono sicuro del fatto che Steven non l’abbia mai visto. E.T. è un film incredibilmente speciale per lui e, all’epoca, non aveva sostanzialmente alcun coinvolgimento per la parte videoludica, ma personalmente non ho mai tirato fuori l’argomento.

 

Ernest Cline e la sua DeLorean

 

Parlami un po della sceneggiatura, delle modifiche apportate e del fatto che quando un regista realizza l’adattamento di un libro, diventa anche un qualcosa di suo oltre che dello scrittore che l’ha realizzato.

Sì, è il mio stesso pensiero. Mi spiego: quando le persone parlano di “film che rovinano i libri” trovo che, di base, sia un ragionamento privo di senso logico perché il libro continua a esistere a prescindere dal film. Puoi rileggertelo e rivivere l’esperienza dell’immaginarti tutto quello che accade con la forza della tua fantasia. Ma per certa gente accade che se il film non piace pare che a venir compromessa sia anche l’esperienza della lettura o rilettura del libro. Per me non ha senso: basti pensare al fatto che esistono tantissimi casi di libri adattati più e più volte per il grande schermo, ogni volta con una interpretazione differente. Personalmente pensavo che Ready Player One non sarebbe mai diventato un film per via delle varie problematiche collegate al licensing, i diritti di sfruttamento… tutta roba che nella mia testa avrebbe fatto crescere a dismisura i costi di un film già di per sé potenzialmente molto oneroso ambientato per metà nel mondo reale e per metà in quello virtuale che necessitava di parecchi VFX. Poi quando la Warner ha comprato i diritti di sfruttamento mi sono ritrovato a dover pensare a come cambiare alcune cose per rendere il film più interessante per il pubblico. Non puoi prendere degli elementi che funzionano alla perfezione sulla pagina scritta e metterli in un lungometraggio. Nel libro ha senso avere a che fare con un personaggio che gioca a Pac-Man per tre ore riflettendo sul da farsi, sul grande schermo no. Poi bisognava pensare a una maniera per rendere più valide dal punto di vista cinematografico alcune delle sfide affrontate dai personaggi. D’altronde alcuni dei film che amo di più tradiscono moltissimo il romanzo di riferimento, prendi Jurassic Park ad esempio, lo stesso Steven Spielberg ha uno storico ben nutrito di “tradimenti letterari” che hanno dato vita a film grandiosi. Quando è salito a bordo del progetto ho definitivamente smesso di preoccuparmi. Sapevo che ci sarebbero stati dei cambiamenti e mi andava benissimo. Peraltro sono stato incluso in tutte le fasi di lavorazione della pellicola, dalla pre alla post-produzione passando peril montaggio per cui ho avuto voce in capitolo su ogni cambiamento, su qualsiasi cosa, anche la scelta delle canzoni. E Steven ascoltava con attenzione ogni mio input o suggerimento.

Secondo te perché c’è questo boom degli anni ’80? Magari perché gente come noi è ormai abbastanza vecchia da capire quanto faccia schifo il presente e perché, per i più giovani, equivale a scoprire un tempo folle fatto di videogame lo-fi e film con effetti speciali a base di pupazzoni?

Mi pare che ormai vada avanti da un po’, forse il revival è partito con J.J.Abrams e il suo Super 8, però sì ora sta diventando una cosa molto più marcata. Sai, gli anni ottanta per certi versi sono stati colorati e meno cinici del presente. Oggi tutto è alquanto tetro, per lo meno in America, e le persone cercano delle vie di fuga. Poi sì, come dicevi tu, c’è sicuramente il fattore nostalgia per alcuni, l’adolescenza manca a tutti prima o poi, il periodo della scoperta per eccellenza. D’altronde negli anni ’80 e alla fine dei ’70 c’era curiosità per i film degli anni sessanta e cinquanta, no? E si facevano film come Stand By Me o American Graffiti. C’è da dire che gli anni ottanta sono stati un decennio fondamentale per il cinema, abbiamo assistito alla definitiva affermazione dei blockbuster che sono diventati una nuova forma d’arte coi vari Indiana Jones, gli Star Wars, Top Gun, I Goonies. Un periodo d’oro per il cinema pop.

Una rapidissima domanda visto che sei stato tu stesso a tirare in ballo Guerre Stellari rispondendo alla mia precedente domanda. A questo punto, non posso non chiederti cosa ne pensi dei nuovi Star Wars?

Mi piacciono, li trovo davvero interessanti.

È interessante vedere dove verrà condotta la storia di Guerre Stellari da questi che sono a tutti gli effetti dei “figli di Star Wars”. Sia J.J.Abrams che Rian Johnson sono cresciuti come me vivendo e respirando Star Wars. E ora la saga è stata consegnata nelle mani di questa dotatissima generazione di filmmaker a cui è stato affidato il compito di re-immaginarla e farla evolvere e trovo che tutto ciò sia positivo. In un certo modo è separata e “libera” dai film di George Lucas – che ammiro per la sua capacità creativa e per la visione originale di una saga di cui aveva il pieno controllo – ora abbiamo qualcosa di nuovo. Per certi versi è come una fan fiction di Star Wars ad alto budget, e mi va benissimo. Ma sai, è qualcosa che non ha un collegamento così diretto con i primi film. Sono fatti da altre persone con sensibilità differenti, ma li adoro. Sono così eccitato al pensiero di vedere il nuovo film su Han Solo. Amo Ron Howard, non vedo l’ora di vedere questo suo Star Wars, ha diretto roba come Apollo 13, Willow e altri film grandiosi, penso sia perfetto per Star Wars.

La nostra lettrice Clizia ci chiede: “Ho letto Ready Player One e so che ami i videogiochi. Oggi come oggi a quali giochi ti dedichi? Secondo te quali saranno i titoli che attuali che passeranno alla storia fra quelli attuali?”

Bella domanda. Per prima cosa, di questi tempi ho meno tempo per giocare. Gioco molto con mia figlia e mi piace davvero tanto la roba che c’è sulla Nintendo Switch, specie quando dobbiamo giocare tutti insieme in famiglia. Quando posso giocare un po’ per i fatti miei, mi dedico ai giochi in realtà virtuale. Ho tre differenti set VR a casa. Ho tanti amici che giocano online con titoli in VR ed è un buon modo per beccarsi online tutti insieme, specie perché stiamo tutti in differenti zone degli Stati Uniti. Un po’ come uscire in compagnia, anche se in un mondo digitale! Ora come ora il mio preferito è Star Trek: Bridge Crew che ti permette di entrare a far parte dell’equipaggio di una nave spaziale di Star Trek e ognuno impersona un differente membro di comando della nave. È divertentissimo. Adesso come adesso è il mio preferito.

Personalmente devo ancora riprendermi dal trauma di Resident Evil VR, era terrificante.

Ahah, mette abbastanza paura, sì. Poi la VR in effetti ti frega la testa perché pensi di stare in un posto dove non sei in realtà.

Valentino ti domanda: “Non pensi che la parola nerd sia un po’ troppo abusata oggigiorno?”

Personalmente lo trovo interessante. Stiamo assistendo alla definitiva affermazione della cultura nerd o geek, i termini hanno significati differenti, ma non importa per quel che concerne i fattori pratici. Ha a che fare con l’inizio della diffusione dei personal computer negli anni 70 e ottanta fino ad arrivare all’internet dei nostri giorni. Sono i nerd, sono i computer geek che hanno reso possibile il fatto che adesso tutti noi abbiamo la possibilità di avere accesso a internet in qualsiasi momento e in qualsiasi luogo. E ci siamo impadroniti anche dell’industria dell’intrattenimento. Ed è una cosa che mi piace, che prima non si vedeva e non accadeva, è un fattore positivo perché porta gioia e unisce la gente. Le persone vengono accomunate dalle loro passioni che possono essere quella per Star Wars o Harry Potter. Si crea un legame culturale, una forma positiva di escapismo. Ma se dobbiamo parlare di termini, come ti dicevo, non mi interessa fare distinzioni fra nerd o geek. Preferisco il termine “entusiasta”, mi piacciono le persone che esternano la loro passione che può avvenire con una t-shirt o con una DeLorean customizzata.

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Ready Player One vede nel cast Tye SheridanOlivia Cooke (Samantha Evelyn Cook/Art3mis), Ben Mendelsohn (Nolan Sorrento), Simon Pegg (Ogden Morrow), T.J. Miller (iR0k), Win Morisaki (Daito), Philip Zhao (Shoto) e Mark Rylance (James Halliday).

L’opera scritta da Ernest Cline, ambientata nel 2045, descrive un pianeta Terra inquinato, sovrappopolato e privo di fonte energetiche. L’unico svago per la popolazione terrestre si trova in un universo virtuale chiamato OASIS.

Ecco la sinossi:

Nel 2045, anno in cui il mondo sta per collassare sull’orlo del caos, le persone hanno trovato la salvezza nell’OASIS, un enorme universo di realtà virtuale creato dal brillante ed eccentrico James Halliday (Mark Rylance). A seguito della morte di Halliday, la sua immensa fortuna andrà in dote a colui che per primo troverà un Easter egg nascosto da qualche parte all’interno dell’OASIS, dando il via ad una gara che coinvolgerà il mondo intero. Quando un improbabile giovane eroe di nome Wade Watts (Tye Sheridan) deciderà di prendere parte alla gara, verrà coinvolto in una vertiginosa caccia al tesoro in questo fantastico universo fatto di misteri, scoperte sensazionali e pericoli.

Prodotto da Warner Bros. Pictures, Village Roadshow Pictures e DreamWorks Pictures, Ready Player One vede alla produzione Donald De Line (con la sua De Line Pictures), Dan Farah e Kristie Macosko Krieger. Bruce Berman figura come produttore esecutivo.

L’uscita è prevista per il 28 marzo 2018.

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