Prima

Tanto tempo fa c’era un piccolo grande cineasta sudcoreano che faceva impazzire i giovani in cerca di romanticismo violento e rivoluzionario ma piaceva anche agli stagionati amanti dell’arthouse orientale più spinta modello Nagisa Ôshima. Prima di diventare un nome da tabloid con più d’una accusa di violenza sessuale da parte di attrici nel biennio 2017-2018 (ha anche pagato una multa da 5 milioni di won corrispondenti a poco meno di 4000 euro), Kim Ki-Duk era 20 anni fa un nome nuovo della settima arte, dannatamente accattivante, capace di dominare i Festival più importanti del mondo sfornando anche più di un film all’anno (celeberrimi i suoi ritmi: un mese di riprese e non di più). Lo lanciò il Toronto Film Festival con L’Isola, quinto lungometraggio in soli quattro anni di attività per questo ex operaio, marinaio e pittore diventato con Park Chan-Wook la punta di diamante di una cinematografia sudcoreana fino a quel momento (fine anni ’90) piuttosto ignorata dalle platee occidentali. L’Isola (2000) da Toronto passò alla Mostra Del Cinema Di Venezia (in Concorso) e da lì cominciò la progressione inarrestabile: Orso D’Argento a Berlino per La Samaritana (2004), Premio della Giuria dei Giovani a Locarno per Primavera, Estate, Autunno, Inverno… E Ancora Primavera (2003; all’epoca diventa il film sudcoreano che incassa di più negli Stati Uniti) e importanti riconoscimenti in due Festival specializzati nel fantastico come Fantasporto e Sitges per  il body horror Time (2006). Ki-Duk era ovunque e comunque. Il suo cinema sapeva di poesia, raccapriccio (L’Isola, come Cannibal Holocaust e Apocalypse Now, entrò nella lista dei film crudeli con gli animali), erotismo, avventura, ascesi, conflitto e violenza. Non sapevi mai cosa aspettarti dalla visione di un suo film. Dolcezza o crudeltà? Gioia di vivere o pulsione di morte? Mutismi o dialoghi rivelatori? Spesso tutte queste cose insieme. L’apice di quel momento d’oro, in termini di premi, è rappresentato dal Leone D’Oro a Venezia per Pietà (2012). Ma il film forse più emblematico di quella decade kimkidukiana 2000-2010 è una stralunata love story che coinvolge silenzio, violazione domestica, voyeurismo, mazze da golf, selfie ante litteram e invisibilità. Aveva da poco vinto il Leone D’Argento per la Miglior Regia a Venezia quando il 3 dicembre del 2004 uscì nei cinema italiani Ferro 3 – La Casa Vuota, distribuito da una società specializzata nell’arthouse che ora non esiste più e dal nome non a caso orientale ovvero Mikado.

Iron Man

Ferro 3 – La casa vuota incassò nel nostro paese 750 mila euro, rimanendo in programmazione per quasi due mesi (dati che oggi paiono fantascientifici) scavalcando la fine del 2004 per sopravvivere in sala fino all’inizio del 2005. Di cosa stiamo parlando? Uno strano tipo è soprattutto uno stranissimo topo d’appartamenti: ci entra di nascosto, ci passa delle ore e poi se ne va non prima di aver lavato, pulito e pure aggiustato qualcosa che è rotto (una bilancia, ad esempio). Cavalca una moto BMW e subito si guarda malissimo con un uomo che guida una macchina BMW. I due diventeranno ben presto arcinemici non prima di aver visto un’immagine altamente simbolica: delle palle da golf vengono scagliate verso una statua in marmo di donna riparata da una rete inizialmente invisibile ai nostri occhi. Come un vero surrealista Kim Ki-Duk ci pone davanti a un’inquadratura di cui non capiamo l’immediato senso ma che potremmo osservare per ore ed ore per quanto è magnetica e simbolica. Il topo d’appartamenti che non ruba ma lava e ripara incontra durante una delle sue quasi filantropiche irruzioni una donna sposata ma infelice (è la consorte del doppio antipatico che possiede la macchina BMW). Partirà una fuga ribelle in pieno stile amanti criminali alla Rabbia Giovane o Fino All’Ultimo Respiro in cui lui fa entrare lei nel suo modus operandi con la peculiarità che i due non si parlano mai, sono timidissimi e quando vengono acciuffati dalla Polizia è difficile riscontrare nella loro complicità un vero e proprio reato visto che non hanno mai rubato niente. In un omaggio esplicito a Blow-Up di Antonioni, di cui il film condivide le poche parole e l’ossessione per l’immagine fotografica come contraffazione enfatica della nostra esistenza a fini di propaganda (all’epoca i selfie non esistevano ancora… ma lui non fa altro che autofotografarsi prevedendo la mania del futuro), vedremo il nostro simpatico eroe fuorilegge mimare un colpo di golf in carcere poco prima di impegnarsi assai nell’apprendimento dell’incantesimo dell’invisibilità. Ebbene sì. Avete letto bene. La magia funziona (tranne quella bisbetica ombra che, come Peter Pan insegna, è sempre malignamente autonoma). Quando uscirà di prigione, sarà in grado di stabilirsi a casa di lei e del doppio antipatico (purtroppo sono tornati insieme) per un invisibile
ménage à trois dove può passare tante ore da solo con l’amata perché il marito è incapace di vederlo.
Cosa vuole suggerirci Ki-Duk?

Conclusioni

Che in noi ci sono due uomini che guidano una BMW, giocano a golf nello stesso modo (ma non con la stessa mazza), amano la stessa donna ma uno è un businessman violento e antipatico e l’altro un criminale gentile ed efebico? Che ci sia una lettura particolare del numero 3 e della natura del ferro collegata alla religione buddista praticata negli anni in modo quantomeno tormentato da questo singolare cineasta? Una cosa è certa: il film è invecchiato benissimo e nonostante sia praticamente muto, è ancora oggi un bizzarro piacere da vedere e sentire (c’è tanta musica riprodotta via cd). Nel 2018 Kim Ki-Duk è un vecchio cineasta esperto quasi sessantenne capace di realizzare un ottimo incubo kafkiano da esportazione intitolato Il Prigioniero Coreano, ora nelle nostre sale come lungo numero 22.
Oggi è accusato di essere uno stupratore.
Ieri sembrava con questo film l’alfiere di un neo-romanticismo di ruvida dolcezza.