È un pomeriggio romano di fine febbraio e mi trovo nella hall di un albergo nei pressi di Piazza del Popolo ad aspettare d’intervistare Wes Anderson, Jason Schwartzman e Roman Coppola. In sostanza uno dei registi più amati e dallo stile più riconoscibile fra quelli attivi oggigiorno e mezza famiglia Coppola.

Come direbbero ironicamente gli americani “No Big Deal”.

L’attesa diventa, improvvisamente, anche più surreale nel momento in cui avverto, proprio accanto a me, una presenza, una macchia di colore che colpisce la mia visione periferica attirando poi la totalità della mia attenzione e del mio sguardo. A 20 centrimetri da me si è palesato Bill Murray con addosso una camiciona hawaiana che puoi indossare con stile e nonchalance solo se sei Bill Murray.

Nonostante il lavoro che faccio, resto un attimo spiazzato tipo “Homer quando becca Apu che tradisce Manjula”.

Purtroppo lui non parteciperà all’attività stampa, ma gli sarà eternamente grato per avermi donato attimi da Twilight Zone.

Lo stupore viene interrotto dal ritorno alla realtà: il collega che era entrato prima di me per l’intervista esce dalla saletta perché il tempo a sua disposizione è terminato ed è arrivato il mio turno.

Mentre mi avvicino all’uscio Wes Anderson viene verso di me.

“Ciao, piacere, sono Wes Anderson”

“Ciao, sono Andrea”

“Sei qui per l’intervista? Intanto comincia pure con gli altri, torno fra due minuti”

Faccio come dice lui e mi accomodo sulla poltroncina davanti a quelle dove trovo, ad aspettarmi, il figlio e il nipote di un certo Francis Ford Coppola.

Ciao Roman, ciao Jason… o posso chiamarti Francesco?

JS: Oh, sì, è il mio secondo nome!

Beh, prima di tutto complimenti per il film. Mentre aspettiamo che torni Wes la classica domanda di rito: vi state godendo queste giornate italiane?

RC: Oh, assolutamente sì, poi per quel che riguarda L’Isola dei Cani è stato in parte scritto proprio mentre stavamo in Italia, in Toscana. Torniamo sempre con piacere da queste parti, una questione di radici.

Chi ha avuto l’idea per L’Isola dei Cani?

JS: [ridacchiando] Ovviamente io. È una mia idea. È tutto merito mio.

RC: [osserva il cugino sorridendo] Di base lavoriamo insieme, come un team e quando qualcuno ha un’idea che ritiene valida la condivide con gli altri, sia che parta da Wes, da me o da Jason. In questo caso, il concept iniziale è nato da Wes, che desiderava raccontare questa storia con dei cani come protagonisti ambientata in una discarica. Poi dopo ci siamo triggerati letteralmente con l’idea di Wes di ambientarla in Giappone, di darle questa impronta quasi fantascientifica. Per il resto si tratta di un processo di elaborazione che va attraverso varie fasi, principalmente di discussione. Sai nel mondo del cinema ognuno ha un suo modo specifico di approcciarsi a un film. Per quel che riguarda noi tre, non stiamo a studiare la struttura, le grandi idee attorno alle quali far ruotare tutto. Non proseguiamo seguendo una strada fatta di consapevolezza organizzata, del “facciamo questo per arrivare a quello”. Lasciamo che tutto si sviluppi da sé e dalle nostre chiacchiere.

Un vero e proprio sforzo creativo di gruppo. Se non ricordo male, ai tempi in cui stavate lavorando a Moonrise Kingdom, Wes “era rimasto bloccato a pagina dieci” e siete stati voi a dargli gli input giusti per rimuovere il blocco, per fargli capire perché un determinato personaggio faceva quella data cosa… Quindi qua è avvenuto qualcosa di simile, ma con un prologo differente?

RC: È sempre un po’ differente dalla volta che l’ha preceduto. Anche perché ognuno di noi ragiona in maniera diversa, io sono più orientato verso i “perché” dei personaggi, sia che si tratti de L’Isola dei Cani, di Moonrise o Darjeeling, Jason è più fantasioso, abile nell’elaborare delle sorprese narrative particolarmente felici e giocose. Ognuno di noi è bravo in una data cosa, ma non è che procediamo per compartimenti stagni. Wes poi tiene sempre nota di tutto quello che ci diciamo durante le nostre chiacchierate e lo elabora.

JS: Sai, per me Wes è quella persona che è testimone di una cosa e la capisce subito, al volo, aggiungendoci poi del suo. Come con Un Treno per Darjeeling dove avevo pensato a questa storia su questi tre tizi che si ritrovano in un altro paese.

Entra il cameriere col Tè nero che aveva chiesto Jason Schwartzman.

JS: Oh, sì grazie mille, l’avevo chiesto io, lascia pure tutto il miele, ce ne metto un sacco. Non è inusuale che noi si lavori cronologicamente alla storia, come se facessimo lo stesso viaggio dei nostri personaggi. Abbiamo scoperto lungo la strada che Chief e Spot erano fratelli. Lo abbiamo realizzato insieme a loro praticamente, è una trovata che non c’era all’inizio. Come ti diceva prima Roman, ognuno di noi è più votato a un determinato aspetto della fase creativa, ma non seguiamo nessuna bozza stabilita in precedenza.

Mi ricordo, avrò avuto sì e no dodici anni, di aver letto un’intervista a tuo padre Francis quando il suo Dracula stava per uscire nei cinema in cui parlava del ruolo fondamentale che avevi avuto sugli effetti speciali del film visto che sei un grande amante di tutti quegli espedienti cinematografici “d’altri tempi” per così dire.

La porta si apre, entra Wes Anderson e Jason prende parola:

JS: E così, dopo aver passato ben quattro anni a lavorare tutto da solo a questo film poi è arrivato Wes a prendersi tutti i meriti.

RC: Ma se ho riscritto tutto quello che avevi buttato su carta!

WA: [sorridendo] Bene, direi che possiamo riprendere da dove ti hanno interrotto quando hanno visto che stavo rientrando, anzi di cosa avete parlato finora?

Principalmente del concept alla base di L’Isola dei Cani, di come si è sviluppato, e di come sono le vostre dinamiche di lavoro. Quando sei entrato stavo chiedendo a Roman delle sue conoscenze pratiche e “artigianali” in materia di effetti speciali e di come collaborate quando avete a che fare con un film come questo che è appunto fatto in stop motion. Qualcosa di estremamente pratico, tangibile.

RC: Ma sai, per questo ho contribuito davvero poco da quel punto di vista…

WA: È sempre interessante vedere quali sono le riprese fatte da Roman nei miei film. Ad esempio ha lavorato lui ad alcune riprese di Le avventure acquatiche di Steve Zissou…

JS: Forse ho un’idea di quale possa essere una delle scene che ha girato Roman.

WA: A quale ti riferisci?

JS: Quella dell’elicottero che precipita.

RC: Sì, è vero, con l’inquadratura dei piedi. Sì, anche per Dajeeling e Grand Budapest Hotel ho fatto qualcosa per la parte relativa alle riprese, ma qua non ho fatto davvero nulla.

 

 

Wes, quanto è stato utile per L’Isola dei Cani l’aver già lavorato a Fantastic Mr. Fox?

WA: A prescindere dall’esperienza pratica acquisita, è stato proprio l’aver girato quel film a ispirarmi per L’Isola dei Cani. Anche la consapevolezza su quello che aveva funzionato e tutti quegli aspetti che mi avevano fatto dannare un po’ l’anima, a capire come girare nella maniera più rapida e divertente possibile. Fantastic Mr. Fox è il germe stesso alla base di L’Isola dei Cani in cui peraltro ho ritrovato svariate persone che avevano già lavorato a Mr. Fox, animatori, realizzatori di modellini… Ed è un privilegio raccontare una storia grazie a queste persone che conoscono un’arte che non è propriamente semplicissima.

Sono io che, come al solito, mi ritrovo a pensare troppo quando vedo un film oppure questo è davvero il tuo film più politico. Certo anche Grand Budapest Hotel, nonostante il setting in un certo senso immaginario, era tutta un’allegoria…

WA: Dell’Europa nazista e dei suoi orrori, chiaro…

Ecco sì, eppure qua nonostante i cani parlanti, mi pare che ci siano delle affermazioni forti sul mettere in discussione i diktat, sul non mettere da parte lo spirito critico…

WA: Assolutamente sì, è un pattern che abbiamo visto e, purtroppo, continuiamo a vedere. Dei leader che usano, per il proprio tornaconto, dei capri espiatori per aizzare la popolazione fondamentalmente contro sé stessa, contro le minoranze che compongono questa entità maggiore fatta di tante parti. Accade in maniera molto marcata anche oggi. Tutta la storia di L’Isola dei Cani si basa su un presupposto simile. Il fatto che si tratti di una storia di fiction ci ha permesso di inventare il nostro contesto sociopolitico, una cosa inusuale per noi e, per questo, anche parecchio interessante. Le idee ci sono venute osservando il passato, ma… anche dal futuro!

JS: Sai, per noi è anche un modo di esprimere quella che può essere la nostra posizione su una data questione politica, per usare appunto il concetto che hai impiegato nella tua osservazione.

Wes, al Festival di Berlino hai più volte tirato in ballo i film di Akira Kurosawa, ma nel film c’è davvero tanta sci-fi distopica. Mentre lavoravi e lavoravate all’Isola dei Cani, avete avuto in mente un dato film sci-fi come fonte d’ispirazione, o magari uno scrittore o il film è la risultante di tutto quello che avete visto e letto in materia?

WA: La fantascienza ha avuto un ruolo importante per tutti noi, questo è sicuro e te lo dico anche se, personalmente, non leggo roba sci-fi. Ma come faccio a non tirare in ballo il momento in cui è arrivato nei cinema Star Wars facendomi interessare a questo mestiere? E ci sono un sacco di altri film fantascientifici arrivati dopo Guerre Stellari che hanno avuto una parte così importante nella nostra infanzia.

[Rivolto a Roman] Aspetta, ma tu poi sei proprio apparso in un Guerre Stellari, o sbaglio?

RC: Sì. Ero nell’Episodio I – La Minaccia Fantasma [dove vestiva i panni di Cid Rushing, ndr.].

Comunque sul discorso sci-fi, se vai in Giappone ti pare davvero di finire dentro Blade Runner, ovviamente quando stai in una grande metropoli. Poi c’è tutta la parte del Giappone tradizionale che con la fantascienza non ha nulla a che vedere e alla quale tributiamo qualche omaggio con L’Isola dei Cani.

WA: Ma poi c’è anche tutto il filone di sci-fi nipponica con i mostri giganti, alcuni dei quali fatti seguendo i canoni di una specie di futurismo old-fashioned che ci affascina tantissimo e ha contribuito a plasmare il setting dell’Isola dei Cani.

Quindi il Giappone, un paese reale con delle qualità che lo rendono quasi sci-fi, è stata una scelta naturale per l’ambientazione del film.

WA: Sì, esatto. Per noi è un posto reale, ma anche estremamente cinematografico. Tu Roman ci sei stato svariate volte, vero?

RC: Quattro volte.

WA: Ma una volta ci sei stato per un periodo di tempo molto lungo per questioni di lavoro.

RC: Sì, sì, per un bel pezzo.

WA: Tu Jason?

JS: Tre volte mi pare.

WA: Ecco, io invece conosco molto meglio il Giappone cinematografico che il Giappone reale.

Al tempo della promozione di Fantastic Mr. Fox tu e Mr. Clooney dichiaraste qualcosa tipo “Non siamo del tutto convinti di sapere quale possa essere il pubblico di questo film”. È vero?

WA: Sì, è vero.

Ora? Quale può essere il pubblico di L’Isola dei Cani? Hai le idee più chiare per questo film?

WA: Le ho anche meno chiare che per Mr. Fox! Per prima cosa spero che sia un buon film, se la gente pensa che sia ben fatto, chiunque può finire per interessarsene. SE io non mi devo preoccupare prima di dover scegliere dei segmenti di pubblico ben definiti.

Wes, il tuo cinema è probabilmente uno dei più riconoscibili che ci sia. Hai uno stile tutto tuo eppure ogni film che fai è differente da quello che lo precede. Come riesci nella magia? Posso dire da 10km di distanza che L’Isola dei Cani è un film di Wes Anderson, eppure non ha nulla a che vedere con un – che ne so – Moonrise Kingdom.

WA: Guarda, non ne ho idea. Per quel che riguarda i termini visivi delle mie storie, ci sono dei movimenti di macchina e dei modi di comporre l’immagine che mi attirano in maniera molto naturale. Ma le storie differiscono forse perché, di volta in volta, ci troviamo attirati da personaggi che sono alquanto dissimili fra loro. Però, per dire, per me Atari, il ragazzino dell’Isola dei Cani, somiglia un po’ a quello di Moonrise Kingdom. In termini di approccio alla vita.

JS: Non sono dei codardi che scappano.

WA: Esattamente, hanno entrambi degli ideali che seguono con decisione. Penso che le differenze fra i miei film nascano principalmente grazie ai personaggi che li abitano.

Usi la simmetria per dare anche un po’ di ordine al caos delle vite delle persone che, come dici tu stesso abitano i tuoi film?

WA: La verità è che non ci penso, mi piace proprio concentrarmi sull’inquadratura, sulla scena e sulla “scena nella scena”. Non metto in relazione fra di loro i miei film, non penso “al mio stile”. Non m’interessa. Ho, di certo, delle preferenze stilistiche dalle quali trovo difficile discostarmi, ma quello su cui mi concentro è “come posso rendere più divertente questa scena?”, “come posso renderla più spaventosa?”, “cosa possiamo fare per renderla più comprensibile?”. E tornando alla tua domanda mi piace un cinema ordinato. Ma questo se ti devo parlare da regista, come spettatore mi piacciono film di tutti i tipi. Che poi se ci pensi, mi piace fare un cinema “ordinato”, ma poi ne giro uno ambientato in mezzo alla spazzatura. Spazzatura incredibilmente ordinata.

JS: È tutto suddiviso con precisione! La carta da una parte e le bottiglie di vetro da un’altra!

 

 

Il film è ambientato in Giappone e segue l’odissea di un ragazzo alla ricerca del suo cane.

Nel ricchissimo cast vocale ci sono Courtney B. Vance, Frances McDormand, Edward Norton, Yoko Ono, Scarlett Johansson, Tilda Swinton, Greta Gerwig, Bryan Cranston, Liev Schreiber, Bill Murray, Jeff Goldblum, F. Murray Abraham, Harvey Keitel, Kunichi Nomura, Akira Ito, Akira Takayama e Koyu Rankin.

La pellicola è uscita il 23 marzo negli USA e uscirà il 1 maggio in Italia.