Berluscones

Il Caimano (2006) di Nanni Moretti
B.
è un saudente Elio De Capitani che si alza lesto dopo aver parlato brevemente al telefono perché sente che i fantomatici soldi della “svolta” stanno per piovere dal cielo sfondando il soffitto del suo ufficio e spaccando in due la scrivania. Poi lo vediamo parlare, sempre tra il carezzevole e il sinistramente sinuoso, con Indro Montanelli (Toni Bertorelli), un ufficiale della Guardia di Finanza (Valerio Mastandrea) e degli investitori davanti ai plastici di Milano 2. È un Berlusconi sempre flessuoso e soave, anche quando si ostina a non dire da dove siano arrivati i famosi miliardi che hanno permesso l’inizio di tutto (“Mi avvalgo della facoltà di non rispondere” disse ai pm nel 2002, ripetendolo anche a Veronica Lario in Loro 2). Poi gran cambio d’abito per un finale apocalittico con Nanni Moretti che prende il posto del mellifluo De Capitani (che bello quello slow motion senza parole del suo arrivo in elicottero al campo di calcio dando baci alle majorette e ridendo come se fosse il giorno più bello del mondo) per una chiusa durissima in cui B. è tornato ad essere il Botero de Il Portaborse (quel Ministro delle Partecipazioni Statali socialista interpretato da Moretti nel film di Luchetti del 1990) e quindi duro, severo e pronto a dichiarare guerra alla magistratura italiana dalle scale del Palazzo di Giustizia di Milano rievocando in chiave quasi di guerriglia urbana quel clima parecchio teso del giorno della deposizione di B. al processo Sme del 17 giugno 2003.
Paolo Sorrentino compare all’inizio del film come attore in un buffo cammeo come sposo marxista-leninista.

Shooting Silvio (2006) di Berardo Carboni

B. è il prigioniero di un simil-Brancaleone (Federico Rosati a volte è identico nel look al Gassman nel capolavoro di Monicelli) di nome Kurtz, il quale lo rapirà per ucciderlo in questo strano film in bianco e nero underground che esce nello stesso anno del più commerciale e mainstream Il Caimano. B. non si vede mai in volto (quando lo rapisce gli fa indossare una maschera da colonnello Kurtz di Apocalypse Now). Riuscirà con la sua parlantina a mettere in crisi il giovane criminale? Lo sentiremo provare a temporeggiare: “Io sono un guascone, un sognatore”. Lo sparo finale? È riservato a lui?

La Trattativa (2014) di Sabina Guzzanti

B. è un uomo con fare da ragazzino spensierato e capello leggermente lungo dietro. Entra all’improvviso nel 1974 in una delle stanze della sua azienda con fare sbarazzino mentre Marcello Dell’Utri si sta intrattenendo con i mafiosi Francesco Di Carlo e Stefano Bontate. B. è giocoso e si scusa perché c’era traffico. Poi dopo lo vedremo in un’altra scena duettare con Dell’Utri sostenendo che Forza Italia è stata tutta un’idea sua quando in realtà Dell’Utri ne era completamente all’oscuro, addirittura fino all’effettiva fondazione. Lo interpreta in entrambe le scene un’eccezionale Sabina Guzzanti, già specializzatasi nell’imitazione di B. dai tempi della trasmissione Rai Tunnel del lontano 1994.

1993 (serie tv) di Giuseppe Gagliardi (su copioni di Rampoldi-Fabbri-Sardo)

B. è un aitante Paolo Pierobon. La sua interpretazione è sexy, virile, molto controllata. È un B. che si prepara all’ormai imminente “discesa in campo” del 1994 prendendo dal Leonardo Notte di Stefano Accorsi qualche buon consiglio ma poi sostanzialmente facendo sentire a quell’ex comunista che in qualsiasi momento il Cavaliere può disarcionarlo, bruciarlo sul tempo o forse addirittura eliminarlo dal gioco. Pierobon è perfetto nel ruolo di un condottiero scaltro e sofisticato pronto a scatenare l’inferno guidando le sue truppe.

Abbiamo dunque avuto un Berlusconi double face ne Il Caimano di Moretti (strano mix di film sul cinema, denuncia politica e dramma sentimentale), allegorico in Shooting Silvio di Carboni (rabbia underground), giocoso ne La Trattativa di Guzzanti (docufiction su Trattativa Stato-Mafia) e fascinoso in 1993 di Gagliardi (dramma storico a puntate).
E Sorrentino? Che scelta ha fatto? Qual è il suo lato B.?

Il supereroe dai mille volti

B. per lui è Silvio. Un ragazzo quasi irresistibile. Costui non è un personaggio lontano dallo spettatore, magari anche enigmatico o leggermente pericoloso. È un nostro vicino di casa, quasi amico. Lo vediamo in questo dittico impelagato in intrighi politici, conversazioni emblematiche, melodrammi coniugali, exploit manipolatori e/o festicciole private in cui canta Cicerenella (sia Loro 1 che Loro 2 si aprono con Scetate in versione Sergio Bruni). Sarà allegro e triste. Vincitore e sconfitto. Praticamente pare la soap anni ’80 Dallas diretta da un regista che pensa di essere molto più sofisticato. Che fine ha fatto quell’odalisca di Loro 1 che strappava i fiori da un cespuglio per farne cadeaux, sotto il cui velo c’era la faccia da clown incipriato alla Polidor del finale di di Fellini? Come ha continuato nel dittico quella maschera di cera dopo il passaggio di testimone come protagonista dal Sergio Morra di Riccardo Scamarcio? Loro 1 si chiudeva con Silvio in grado di riconquistare nel 2006 una già imbronciata Veronica Lario sulla giostra della vita di Villa Certosa grazie al juke box vivente Fabio Concato, autore della loro canzone del cuore Domenica Bestiale. Quella prima parte fu un noiosissimo collage di scenette grottesche a base di sesso, droga e Mariano Apicella che partiva dalla Taranto di uno Scamarcio simil-Tarantini per approdare a quella Sardegna della Costa Smeralda festaiola e bordo piscina come in The Wolf of Wall Street. Loro 1 era il solito nulla ipertrofico sorrentiniano, vuoto, enfatico, declamatorio e banalotto (ma novità: meno altezzoso e misogino del solito). Veniva minimamente salvato a 20 minuti dalla fine dalla discesa in campo di un Silvio travestito, terribilmente garrulo e in vena di spiritosaggini con tutti e su tutto nonostante fosse a suo dire molto incavolato per la seconda sconfitta politica della carriera per mano di Romano Prodi datata 2006. Loro 2? Sarà una sequela di scenette anche in questo caso senza alcun senso ed effetto concreto drammatico o drammaturgico, sempre in chiave di commedia (partirà un finto trailer della fanta-fiction Congo Diana dove il regista scimmiotta Maccio Capatonda) con Silvio mattatore indiscusso e, come i soliti protagonisti supereroi sorrentiniani, mai scalfibile o anche solo in bilico. “Avevo tanti sogni, sono diventati incubi” lo sentiremo e vedremo dire a Fedele Confalonieri verso la fine. Davvero? Ricorda quel Jep Gambardella che declamava ogni tre per due di voler sabotare le feste ne La Grande Bellezza e poi non faceva mai nulla di minimamente incendiario o pericoloso. Questo Silvio è proteiforme, multiplo, cangiante. È tutto e quindi anche niente. Al cinema Dio è sempre un personaggio incredibilmente poco interessante. Lo vedremo: 1) parlare a un sé stesso più sobrio (Ennio Doris, sempre fatto da Servillo) 2) cambiare accento (meno brianzolo più napoletano) al telefono con una signora durante un esercizio “ginnico” di seduzione (calco pigrissimo di scena famosa di The Wolf Of Wall Street) 3) cantare 4) corrompere 5) manovrare 6) divertirsi 7) provarci con una ragazzina (ma è lei, ovviamente, a sembrare più crudele e sgradevole quando si rifiuta) 8) tornare al Governo (ma è Napolitano, ovviamente, a fare più tristezza con quell’aria da mummia istituzionale) 9) vendere il sogno New Town a L’Aquila dopo il terremoto 10) andare a Casoria da Noemi Letizia 11) litigare per poi lasciarsi con la moglie Veronica (ma è lei, ovviamente, a sembrare la solita ipocrita di sinistra che sputa nel piatto in cui fino a quel momento aveva mangiato) 12) trattare con sufficienza a cena il più moderato Mike Bongiorno 13) immalinconirsi davanti a Confalonieri perché voleva essere amato da tutti 14) eccellere in empatia ricordandosi della promessa di una nuova dentiera per una vecchia signora de L’Aquila.
C’è un taglio? C’è un’ottica come per Moretti, Carboni, Guzzanti, Gagliardi-Rampoldi-Fabbri-Sardo?
Assolutamente no. Silvio è il film (Scamarcio & Co. sono praticamente scomparsi) ed essendo anche tutto… non porta a nessuna idea parziale dell’autore sul personaggio.
D’altronde… perché esporsi come fecero colleghi registi in passato? Perché non creare un caos assoluto e assolutorio?

Conclusioni

Alcuni cineasti in Italia hanno già affrontato Silvio Berlusconi ben prima di Paolo Sorrentino provando a fare dei film che andassero in una qualche direzione. Discutibile, attaccabile e ovviamente parziale. Infatti sono dei film che hanno diviso. Ma almeno ci hanno provato. Sorrentino utilizza il totem Silvio Berlusconi per due pellicole qualunquiste e immobili nella drammaturgia, composte da scenette da cabaret web o televisivo totalmente anticinematografiche nonostante la fotografia di Luca Bigazzi e un sempre tecnicamente impeccabile Toni Servillo. Abbiamo visto una riproposizione in forma di vignette di fatti risaputi dal 2006 al 2009 che ognuno di noi ha potuto leggere su svariati quotidiani italiani degli ultimi dieci anni. L’ambiguità ideologica attraverso cui i realizzatori non azzardano mai un giudizio negativo sul protagonista per non perdere il folto pubblico “berlusconiano” coinvolge anche un’Italia raffigurata da Sorrentino prima come pecorella smarrita così sciocca da morire stecchita perché attirata dall’aria condizionata di Villa Certosa (scolastico inizio metaforico di Loro 1) e poi come gruppo di uomini perbene sfiniti dal lavoro di soccorso durante un terremoto che ha lasciato un’Italia in macerie compreso un Cristo crocefisso (iperscolastico finale metaforico di Loro 2). Anche sugli italiani il cerchiobottismo la fa grandemente da padrone. Quindi ecco ben due lungometraggi che non aggiungono nulla di nuovo su Berlusconi né in chiave estetica (il burattino di legno di Loro 1 lascia ben presto il posto al burattinaio di Loro 2) né in chiave psicologica (voleva il consenso assoluto? Sai che novità per il maschietto italiota) o tantomeno politica in un momento storico, peraltro, in cui Berlusconi è ancora assai attivo a differenza del Giulio Andreotti in finale di partita ai tempi della realizzazione de Il Divo (2008). Ma allora perché? Perché ancora Berlusconi e non in uno ma ben due film? Forse perché di fronte a un confuso polpettone da 120 o 150 o addirittura 180 minuti, Sorrentino ha saggiamente preferito montare due ammassi di scenette da 100 minuti, replicare l’offerta seriale di The Young Pope su grande schermo (una puntata esce a 15 giorni dall’altra), fare tranquillamente a meno del Festival di Cannes (l’ultima intervista a Variety è piuttosto schietta da questo punto di vista) e sfruttare la notorietà del soggetto sensazionalista per fare cassa in Italia e sfruttare il ricordo del pruriginoso bunga bunga all’estero (Loro 1 è il suo lavoro più sessuato, perfetto per i puritani anglosassoni in cerca della decadenza europea).
Sorrentino si conferma il regista italiano più dotato di “cazzimma”, ambizione economica, cinismo affaristico e personalità editoriale. Tutte caratteristiche proprie del vero, grande cineasta.
Se facesse anche dei bei film… sarebbe veramente il massimo.