Monster Movie

Nel 1993 escono nei cinema nordamericani due film firmati Steven Spielberg. In entrambi ci sono dei “mostri”. Uno arriva nei cinema l’11 giugno e l’altro il 15 dicembre. Il primo è Jurassic Park (il “mostro” è un animale ancestrale in cattività), blockbuster estivo con dinosauri ricreati con un mix di cgi e animatronic, mentre il secondo è Schindler’s List (il “mostro” è un essere umano cattivo), dramma storico in bianco e nero sull’Olocausto. Prima di andare in Europa a realizzare un film sul tentativo dei nazisti di portare all’estinzione il popolo ebraico, Spielberg gira tra le Hawaii e la California un’avventura estiva su creature del passato (periodo Cretacico più che Giurassico) tornate indietro dall’estinzione grazie a una corporation (InGen) in grado di clonare T-Rex, Velociraptor e non solo dal sangue estratto da zanzare del Mesozoico con l’aggiunta del dna di rane. Non potrebbero esserci due film più diversi. Entrambi ispirati da autori letterari: Michael Crichton per Jurassic Park e Thomas Keneally per Schindler’s List. Da una parte il gioco di un regista bimbo, dall’altra la via crucis di un autore adulto. Sul set del primo film Spielberg ride molto. Quando gira Schindler’s List è quasi sempre in lacrime, anche davanti alla troupe. Entrambe le opere lo ricollegano alle sue radici. Schindler’s List lo riconnette finalmente con la sua discendenza (da giovane si vergognava e faceva finta di non sentire quando la nonna lo chiamava con il suo nome ebraico mentre lui giocava con gli amichetti nordamericani). Jurassic Park è invece un ponte che lo rimette in contatto con gli artefici dei primi grandi spettacoli cinematografici, quando fantasie impossibili diventavano immagini in grado di stregare il pubblico di mezzo mondo esattamente come fece un giovanissimo Spielberg nel 1975 con Lo Squalo. Ci riferiamo a King Kong (1933) di Schoedsack-Cooper o meglio ancora a Il Mondo Perduto (1925) di Harry Hoyt, due film con prodigiosi effetti speciali realizzati da Willis O’Brien, “padre” dell’effettista cinematografico Ray Harryhausen a sua volta ispiratore di tutta la generazione dei Spielberg, Landis, Dante e i più giovani Burton, Raimi e Jackson. Quando Spielberg, inizialmente restio a lavorare con tanta cgi, vede un primo test digitale della Industrial Light & Magic dell’amico George Lucas con un gruppo di Galliminus che corrono in una forma embrionale di scheletri… si convince che la tecnologia è pronta per il grande schermo. Anche le prime prove di animazione digitale del T-Rex erano state fatte con la creatura realizzata solo in forma ossea. Questa è una buffa coincidenza: Ray Harryhausen aveva fatto sognare un’intera generazione di giovani spettatori poi diventati registi del cinema fantastico grazie a un esercito di scheletri animati in stop motion ne Gli Argonauti (1963).

“Benvenuti al Jurassic Park!”

C’è uno scozzese miliardario che vuole battere Walt Disney. Un tempo faceva degli spettacoli con creature molto piccole, quasi invisibili. Si chiama John Hammond (Richard Attenborough). Accoglierà il matematico Ian Malcolm (Jeff Goldblum), il paleontologo Alan Grant (Sam Neill) e la paleobotanica Ellie Sattler (Laura Dern) sulla sua isola di proprietà a largo del Costa Rica per avere un endorsement circa la sicurezza del suo nuovo parco di divertimenti che dovrebbe umiliare gli incassi di Disney World (lo sentiremo lamentarsi di non aver costruito a Orlando in Florida). Ecco, nel film, qualcosa circa il suo passato in una conversazione con la Dottoressa Sattler: “Sa qual è la prima attrazione che misi su quando me ne andai dalla Scozia? Il circo delle pulci, a Petticoat Lane. Era veramente una meraviglia! Avevo un piccolo trapezio e una giostra, un carosello e un’altalena. Tutti a movimento meccanico, naturalmente, ma la gente diceva sempre di vedere le pulci: ‘Ho visto le pulci, mammina! Tu le vedi, le pulci?’ Le pulci domatrici, le pulci equilibriste, le pulci pagliaccio… ma con questo parco… volevo far vedere qualcosa che non fosse un’illusione, qualcosa di reale, qualcosa che… si vedesse e si toccasse. Un’idea non priva di meriti”. Adesso Hammond vuole passare dalle pulci a qualcosa di decisamente più grosso e meno illusorio come Brachiosaurus, Dilophosaurus, Gallimimus, Triceratops, Tyrannosaurus e Velociraptor. Eccoli i dinosauri che tornano sul Pianeta Terra grazie alla clonazione dopo 65 milioni di anni (nella realtà, quattro anni dopo Jurassic Park, sarebbe nata la pecora Dolly, primo mammifero frutto degli avanzamenti dell’ingegneria genetica). Ma ci sono preoccupazioni economiche (l’avvocato dei soci di Hammond viene spedito per verificare la sicurezza dell’investimento), rivendicazioni salariali (il responsabile del sistema informatico Dennis Nedry, il cui cognome è l’anagramma dell’aggettivo “Nerdy”, è convinto che sia stato pagato troppo poco da Hammond negli anni), dubbi matematici (il teorico del caos Malcolm non è convinto della capacità del parco di controllare il comportamento dei dinosauri in base al principio di imprevedibilità nei sistemi complessi) e sani sillogismi circa la pericolosità dell’Uomo che gioca a fare Dio (Ian Malcolm: “Dio crea i dinosauri, Dio distrugge i dinosauri, Dio crea l’uomo, l’uomo distrugge Dio, l’uomo crea i dinosauri”).

Stupore

Chi è il regista più bravo da sempre a filmarlo? Quel nostro sguardo allibito ma allo stesso tempo felicemente conscio di aver superato l’ostacolo del pregiudizio e/o limite umano. Lo stupore dell’orrore (Roy Scheider ne Lo Squalo) ma anche quello dell’incanto (Richard Dreyfuss in Incontri Ravvicinati Del Terzo Tipo). È anche il nostro sguardo, quello degli spettatori seduti su una poltrona del cinema come Woody Allen davanti al mito della virilità “bogartiana” all’inizio di Provaci Ancora Sam (1972) per non dimenticare, nella realtà, gli occhi sbarrati del piccolo Spielberg durante i 216 minuti di Lawrence d’Arabia (1962) di David Lean (la più grande epifania cinematografica della sua infanzia di spettatore come racconta a Susan Lacy nel documentario a lui dedicato). Lo stupore di Alan Grant ed Ellie Sattler è molto importante in Jurassic Park (1993) e sarà un vero e proprio tema conduttore di tutto il franchise fino ad arrivare a quello stesso sbigottimento di Owen Grady (Chris Pratt) e Claire Dearing (Bryce Dallas Howard) in Jurassic World – Il Regno Distrutto (2018). La gioia di un paleontologo davanti alla concretizzazione fisica, e in movimento, della sua grande passione (i dinosauri) può frenare l’azione distruttiva nei confronti del “mostro”, permettere alla sceneggiatura di giocare sulla nostra cupio dissolvi e sfruttare dunque l’ambiguità di personaggi messi in crisi dal fatto che quella cosa che sta per ucciderli o addirittura ucciderci tutti… è in realtà qualcosa che loro amano profondamente. Si può sfruttare l’animalismo sempre più diffusosi nei ’90 nelle società occidentali politicamente corrette (vuoi veramente fare fuori una bestiola innocente?) e ovviamente anche il nostro senso di colpa (in fondo li abbiamo creati noi e qui torniamo alla hybris di mortali che vogliono sostituirsi a Dio, dalle tragedie greche fino a Dante Alighieri). Un comportamentista come Owen (legato da un rapporto personale al velociraptor Blue) e una genetista/manager come Claire (“mamma” dell‘Indominus Rex in JurassicWorld del 2015) sono addirittura più schiavi dello stupore rispetto ad Alan ed Ellie del primo Jurassic Park perché molto più coinvolti nella sempre più pericolosa interazione tra noi e loro dopo 65 milioni di anni di separazione. I personaggi interpretati da Chris Pratt e Bryce Dallas Howard sono “geneticamente” più colpevoli rispetto a quelli incarnati da Sam Neill e Laura Dern nel primo film diretto da Spielberg.

Conclusioni

I dinosauri mancavano da molto tempo al cinema (Harryhausen ne aveva creati di molto belli ne Il Mondo È Meraviglioso del 1956) e la scaltra operazione di explotation del mago dell’illusione b-movie (altro che pulci!) Roger Corman non indebolì la massiccia operazione spielberghiana (Carnosaur, con la mamma di Laura Dern in una magnifico ruolo villain, anticipò l’uscita di qualche giorno di Jurassic Park senza scalfirlo più di tanto). Come ormai si sa bene, altrimenti non ci sarebbero stati ben quattro sequel, questo primo film del 1993 fu un successone, campione del box office mondiale di tutti i tempi fino all’arrivo di un certo Titanic (1997). Vinse tre Oscar per Suono, Montaggio Sonoro ed Effetti Speciali (con l’armonia raggiunta dai “fisici” e “virtuali” Dennis Muren, Stan Winston, Phil Tippett e Michael Lantieri). Spielberg riconquistò lo scettro di Re dell’Intrattenimento Hollywoodiano dopo il mezzo fallimento, secondo i suoi standard altissimi, di Hook (1991). A quella stessa cerimonia Oscar del 21 marzo 1994 in cui Jurassic Park vince i premi “tecnici”, Spielberg ottiene l’agognata statuetta per Miglior Film e Regista grazie a Schindler’s List.
Quel magico 1993 poteva così essere archiviato come l’anno cruciale di una carriera già eccezionale.
Dopo 25 anni… non possiamo non ricordarlo con ammirato stupore.