Nato artisticamente con il cinema d’autore, il norvegese Joachim Trier aveva, nelle sue parole, “un bisogno interiore di libertà che ha preso la forma dell’horror”. Dopo film naturalisti (sua definizione) come Segreti di Famiglia, con personaggi presi dalla vita reale “cercavo qualcosa che espandesse il mio stile visivo e mi liberasse dal buon gusto del cinema degli adulti”. Ovviamente non è per nulla di cattivo gusto Thelma, ma attinge a piene mani dalla parte bassa e istintiva del genere per portarla un po’ più in alto, vicino ai lidi di Lasciami Entrare (“Capisco la ragione del paragone e non mi dispiace affatto, è un gran film”).

Thelma è però una storia familiare, di repressione, di sentimenti tenuti dentro a freno, di religione e di improvvise sparizioni, gente che brucia viva all’improvviso, crisi epilettiche e misteri spaventosi, tutta aperta da una grandissima immagine: un padre che sta andando a caccia con la figlia piccola e all’ultimo, invece di puntare il cervo che dovrebbero cacciare, punta il fucile contro di lei.

Queste immagini così forti sono figlie della scrittura e degli eventi di sceneggiatura o vengono prima?

“Vengono prima. Con gli altri sceneggiatori inizio a processare prima le immagini, gli incubi del subconscio che arrivano liberi. Ne parliamo e da quelli vediamo se possiamo creare una storia. Se funziona allora pensiamo ai personaggi e dai personaggi arriva la trama”.

Ma si tratta di ispirazioni e idee differenti da quelle che animavano il tuo cinema precedente no?

“Nella mia storia di spettatore c’è tanto cinema e tanta musica degli anni ‘80, quindi B movies e musica elettrica piena di sintetizzatori. Ho guardato il giallo italiano, Brian De Palma e le storie di Stephen King, nulla di buon gusto insomma, ma tutto materiale visivamente molto potente. Del resto ho deciso di realizzare Thelma per esplorare un altro lato della mia creatività”.

Si può dire che quella di Thelma sia la storia di una ragazza i cui problemi iniziano quando va a studiare lontano dalla famiglia bigotta, incontrando, sesso, droga, alcol e il desiderio di essere come i suoi coetanei, insomma una specie di horror-fuori sede o horror-Erasmus…

“HAHAHA Erasmus-horror, lo amo! Hai ragione assolutamente, non ci avevo pensato.
Lasciare casa è eccitante e liberatorio ed è un viaggio che compiono in molti ma è anche un momento in cui tanti sono ansiosi di capire se possono prendersi cura di se stessi, la libertà come sempre ha un prezzo. Del resto molto della paura nel film ha a che fare con la fobia di perdere controllo dei sentimenti e del corpo, la protagonista addirittura si farà la pipì addosso davanti a tutti durante una crisi, cosa che credo sia la paura definitiva di uno studente”.

E questo ci porta all’altro polo del film, la religione, questo controllo che perde era tenuto a freno dalla religione, persa quella si libera tutto, che è un modo interessante di criticarla, usarla come salvezza tramite l’annullamento delle passioni…

“In realtà non volevo criticarla, per me ognuno è libero di fare quello che vuole, mi spaventano di più i cattivi usi della religione che si vedono spesso, ma in generale quello della religione è davvero solo un dispositivo narrativo. Il vero tema del film per me è come negoziamo le nostre emozioni, non tanto con la nostra famiglia ma proprio con noi stessi, quanto possiamo conoscere del nostro intimo, è un quesito più esistenziale della sola condanna della religione”.

Gli horror sono tantissimi, è complicato lavorare su meccanismi nuovi, mentre scrivevi e pianificavi il film c’era qualcosa che volevi evitare?

“Sì, c’era ma non aveva a che fare con gli horror. Volevo evitare quel look scintillante degli effetti speciali che si vede nei film di supereroi, cercavo per i miei effetti visivi un feeling più autentico, carnale e fotorealistico, non la stilizzazione dei blockbuster. In Thelma ci sono 200 inquadrature con effetti visivi e cercare di renderli molto naturali non è stato facile nonostante mi fossi rivolto ad un studio eccezionale.
E anche un’altra cosa: le donne. Ho guardato molti film horror o gialli con giovani donne e siccome anche nel mio film c’è una love story tra due giovani donne, andava trovato un punto d’incontro tra l’essere sexy e rispettoso, insomma per non finire ad avere un film in cui le ragazze corrono in mutande. L’horror spesso usa il corpo delle donne, io invece volevo dargli potere mettendo l’orrore dentro di esso”.

In questo film un personaggio prende fuoco spontaneamente, cosa che accade anche in Lasciami Entrare. Che problemi avete in scandinavia con l’autocombustione? È davvero una fobia?

“HAHAHA! No, non ci avevo mai pensato! Quello a cui pensavo per la mia scena era avere a che fare con elementi primordiali. Thelma è molto vicina alla natura, come le streghe, quindi gli elementi come ghiaccio e fuoco interagiscono con lei”.

In generale di cosa avete paura in Norvegia?

“È difficile parlare in generale ma so bene che c’è tanta ansia sui rapporti sociali, come interagiamo tra di noi. Esiste una forte componente di imbarazzo sociale, l’ansia del rendersi ridicoli. Ho passato diverso tempo in Italia e vedo che da voi la gente è fiera di quel che è, non si nasconde, mentre lo scandinavo è più introverso, e del resto anche Thelma pure è spaventata da quel che ha dentro.
Prova a guardare i dipinti di Edvard Munch come L’Urlo, c’è proprio la paura della follia, della solitudine, della propria interiorità e di perdere la testa. Thelma è un horror sull’intimo di una persona che ha dentro di sé qualcosa che inizia a manifestarsi intorno a lei e le mette paura”.

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