Dieci anni fa in Italia (il 18 luglio negli USA) l’uscita di Il Cavaliere Oscuro dava il via a una nuova fase, la seconda, nella da poco iniziata invasione al cinema dei supereroi.

Batman Begins era stato molto timido in questo senso, aveva trovato una nuova chiave estetica per il personaggio, ne aveva riletto le origini e aveva di certo mostrato un tono decisamente più serio (quello che Nolan ha sempre) nel trattare la storia di un supereroe che non è super. E in quest’idea sta tutto. I fratelli Nolan capiscono, abbracciano e adorano il fatto che Batman non sia “super”, non abbia poteri speciali e sia, in buona sostanza, un uomo, perché tramite Bruce Wayne possono parlare del nostro mondo. Il suo conflitto è: come posso io fare di me stesso qualcosa di superiore agli altri uomini?

Con un’uscita estiva di quelle imposte dalla contemporanea mondiale il 23 Luglio 2008 Il Cavaliere Oscuro arrivava in Italia. Sarebbe diventato il film di supereroi in assoluto più amato e discusso, il più rappresentato, citato e analizzato, qualcosa di estraneo e superiore anche alla stessa trilogia di cui è il secondo capitolo. Con esso i Nolan ribaltano l’assunto per il quale il secondo film di una trilogia è spesso il più moscio, quello con l’identità meno definita . Liberi dall’esigenza di introdurre un personaggio e liberi dall’incombenza di chiuderne la storia, con il secondo film possono fare quello che vogliono e decidono che la loro volontà è quella di introdurre una riflessione che nei fumetti è presente da decenni ma che al cinema non era mai arrivata. Che cosa implica nella nostra società l’arrivo di un giustiziere mascherato? Nonostante non parlino e non siano citati i veri protagonisti del film sono le persone. Per loro i due antagonisti fanno tutto.

Batman Begins era stata la storia di una persona che tramite allenamento, dedizione, viaggi e filosofie orientali crea una maschera e si fa simbolo di giustizia tramite la paura. Io incuterò paura (usando le mie paure, i pipistrelli) e ispirerò le persone. Il suo nemico era lo Spaventapasseri la cui arma è proprio la paura e il suo obiettivo era farsi notare. Ora invece con questo secondo film i due Nolan usano la celebrità conquistata da Batman per tentare l’operazione che Alan Moore aveva portato a termine con successo in Watchmen: mettere in questione il ruolo sociale di un vigilante, mostrare cosa significhi farsi “simbolo” che ispira le persone sia nel bene che nel male.

“Tu hai cambiato tutto… Per sempre”

Il Cavaliere Oscuro ha una doppia apertura. Prima c’è la famosa rapina del Joker, annunciata da un impossibile carrello aereo a stringere sullo skyline, poi su un palazzo, infine su una finestra, una soluzione da Michael Mann che spiega a tutti che non siamo in un film di fantasia. A seguire scopriamo che a Gotham le persone hanno iniziato ad imitare Batman con conseguenze, per loro, nefaste. La comparsa di Batman nel film precedente ha cambiato tutto, e per sempre, come gli spiegherà il Joker, voleva combattere il crimine e farsi simbolo ma non aveva pensato a tutte le conseguenze. La nascita di questo simbolo ha portato alla nascita di criminali di diversa generazione, mascherati, con armi allucinanti e obiettivi smodati: “Io non voglio ucciderti, e poi che faccio? […] Tu mi completi” gli dirà il Joker nello stesso scambio di battute. Questo Joker dal trucco sfatto e l’atteggiamento da barbone, molto cittadino, urbano, trascurato e metropolitano nasce nel momento in cui esiste Batman, senza di lui non ci sarebbe stato. Non sono le origini tradizionali del villain ma quelle che servono allo scopo dei Nolan.

Per la prima volta al cinema un film di supereroi non mette solo in crisi il suo eroe ma mette in discussione tutta l’idea dell’opportunità di avere dei supereroi, fa la domanda che nessuno aveva mai posto: ma sono davvero una cosa buona anche quando sono benintenzionati?
È in un certo senso anche quel che contiene Il Ritorno Del Cavaliere Oscuro di Frank Miller, ma adattato alle esigenze dei fratelli Nolan di polemica, in modo blando, contestazione del vigilantismo. La soluzione la capiremo già alla fine di questo film quando Batman decide di abdicare ad Harvey Dent, un uomo normale dal ruolo istituzionale, un politico, l’obiettivo di ispirare e decide di diventare l’opposto, qualcuno da odiare. Non deve essere lui a suscitare il meglio delle persone ma qualcuno che queste possano voler imitare.

Del resto è per reazione ad un uomo pipistrello pieno di correttezza che Joker emerge. In questo film non ha degli obiettivi personali, come ricchezza, trionfo, fine del mondo ecc. ecc. Vuole solo mettere in crisi Batman. Anche lui vuole essere un simbolo, come l’uomo pipistrello, vuole essere il simbolo del caos e dimostrare che tutti quei valori che l’eroe sbandiera non esistono, che il meglio delle persone non esiste e che se messe alle corde queste danno il peggio di sé.
Per un cinefumetto è il massimo, come sempre i Nolan mettono alla prova lo spettatore, cercano di metterlo in crisi e ne sfidano le capacità interpretative, fanno in buona sostanza in modo da ingaggiare con lui una battaglia dialettica lungo tutto il film, una che in un grande spettacolo di intrattenimento, suspense e buoni sentimenti, sia portata avanti con grazia e umorismo. Cosa dovrebbe fare l’eroe? Non ha forse sbagliato tutto? Non sono domande retoriche, perché in realtà, il film ci suggerisce che sì, ha sbagliato.

La Città

E poi c’è Gotham, per la prima volta non scenario ma insieme di persone. È sempre stata un pezzo da 90 dei film di Batman, gotica anni ‘50 per Burton, fumettosa e colorata per Schumacher e modernissima per i Nolan. Gotham non ha stavolta delle particolarità architettoniche, non si distingue da qualsiasi altra città dei film, non è insomma un luogo particolare ma una metropoli come altre, ha la personalità che gli danno i suoi cittadini, l’oggetto del contendere. Mentre i supereroi di solito volano a salvare donzelle in pericolo legate sui binari del treno, in Il Cavaliere Oscuro ad essere contesa è la morale di un’intera popolazione. Non solo i cittadini saranno ostaggi di Joker ad un certo punto (nel classico gioco temporale dei fratelli Nolan) ma è proprio la possibilità di dirigerne le aspettative ad interessare ai personaggi. Joker con i suoi fini, Batman con i suoi ideali in crisi e infine Harvey Dent e la corsa a sindaco per cambiare tutto.

Quel che da Il Cavaliere Oscuro in poi è diventato un nuovo standard nel cinema dei fumetti è proprio il contesto. Prima la popolazione non esisteva, al massimo guardava gli eroi o scappava dalle macerie, qui invece è un’entità collettiva. Quasi nessun altro film tratto da fumetti ha replicato quest’idea e anche per questo a 10 anni di distanza Il Cavaliere Oscuro rimane un caposaldo del genere, un film praticamente unico nel suo genere, capace di superare la definizione in cui noi lo riduciamo (cinefumetto) e sconfinare in quella di poliziesco tout court, in cui i personaggi indossano costumi e trucco ma parlano e si comportano come farebbero anche in altri generi.

Se la Marvel cambia quel che crediamo dei cinefumetti lavorando sulla forma, creando ibridi di generi mai esistiti, film in più parti con 12 personaggi protagonisti che mescolano il tragico al comico come mai, Il Cavaliere Oscuro metteva al centro di tutto il dibattito sulla moralità degli eroi e sullo statuto che dovrebbero avere.

Quando nella scena cardine di tutto il film il Joker guidando un’auto della polizia tira fuori la testa dal finestrino e si gode il vento, ciò di cui sta godendo è la città, la notte criminale, correre libero con un piano in testa e la consapevolezza di essere la persona che vuole essere nel mondo in cui vuole essere. Esattamente il concetto alla base della vita moderna urbana: la realizzazione di sé non attraverso la tradizione o la perpetuazione di ruoli, lavori, posizioni e ordini sociali, ma attraverso la scalata, la carriera o anche solo cogliere possibilità che non esistono altrove.

È difficile allora in quel momento di pura eccitazione metropolitana non essere con il Joker, non provare quella stessa sensazione che ogni pezzo del puzzle sia al suo posto. È in teoria ciò che più dovrebbe spaventare (che il caos trionfi) ma nella pratica la vera comprensione del fine ultimo dei fumetti. Perché se raccontare le storie con questa forma (eroi, supereroi e supercattivi) ha un senso è nell’estremizzazione del conflitto. Per definizione i fumetti hanno grandissimi valori e scarsa complessità (nella pratica sappiamo che non è sempre così), hanno dei buoni buonissimi e cattivi cattivissimi, così che a scontrarsi siano non tanto le persone ma gli ideali. E Il Cavaliere Oscuro fa proprio della battaglia delle idee il suo scontro. Ci sono inseguimenti, risse, esplosioni, sparatorie e tutto quel che si conviene ma la sfida a Batman non è tanto fisica (riuscirai a fare questo, riuscirai a risolvere il mio enigma, riuscirai a trovarmi, riuscirai a salvare queste persone) quanto morale (sei sicuro che quello in cui credi sia vero).

La seconda fase nei film tratti da fumetti

Puro escapismo fino a quel momento con Spider-man e X-Men, eccitazione, romanticismo e fiducia nell’eroe, i cinefumetti di nuova generazione partivano tutti dall’assunto che la presenza di un supereroe è qualcosa di buono, è un dono dall’alto e una fortuna.

L’anno di Il Cavaliere Oscuro è stato anche lo stesso di Iron Man, il primo atto dei Marvel Studios, anch’esso un film cardinale che ha cambiato tutto ma nella direzione opposta, è dunque difficile dire quanto i nascenti Marvel Studios siano stati influenzati da Il Cavaliere Oscuro. Di certo nei film di Capitan America questo tipo di morale è più presente che altrove. E anche se mai nessuno ne ha voluto replicare il realismo delle ambientazioni e nessuno ha mai voluto rendere così sottile la metafora tra nostro e loro mondo, ogni film tratto da fumetti in un certo senso deve chiedersi se i suoi supereroi siano indispensabili o meno, se non siano dannosi.

Quando in Spiderman-Homecoming vediamo che i resti della battaglia di New York creano un villain è questa domanda che viene posta. Quando in Civil War comincia ad essere in dubbio l’efficacia del supereroismo è di nuovo questo che viene chiesto.

Eppure nessuno (tranne quest’anno Gli Incredibili 2, ma con la sottigliezza che gli è propria) ha mai più ambito a porre una domanda così diretta: “Siamo sicuri che questa cosa dei supereroi, quantunque fosse possibile, sia una buona idea?”.

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